A proposito di riforma del modello contrattuale

Alessandro Genovesi (Ildiariodellavoro.it, 10 febbraio 2017)


Il 2016 doveva essere per Confindustria l’anno in cui i rinnovi contrattuali sarebbero dovuti essere subordinati alla definizione di un nuovo modello dopo l’esaurirsi (come in parte era scontato) di quel non modello figlio dell’accordo separato del 2009.

Un non modello per tante ragioni, ultima delle quali il fatto che poi la pratica unitaria dei rinnovi (con esclusione del contratto metalmeccanico) ne registrò di fatto un superamento.

Ancora oggi diversi importanti rinnovi contrattuali devono chiudersi (a partire dal pubblico impiego e dall’edilizia) ma certo il 2016 ha visto raggiungere importanti intese che, anche per diversità sul tema del rapporto tra 1° e 2° livello di contrattazione, diversità nel trattare i temi salariali, del welfare o dell’organizzazione del lavoro, mi fanno dire che la strategia iniziale di Confindustria è uscita sconfitta e che al confronto per definire un modello (se possibile) con Viale dell’Astronomia, ci si arriva non solo con importanti intese con Artigiani, Confcommercio, piccole imprese ma anche con un oggettivo ventaglio di opzioni contrattuali che non predeterminano un esito scontato del confronto.

Ritengo che abbia pesato molto (più di quanto si voglia ammettere o abbiamo colto diversi osservatori) l’aver praticato (o almeno averci provato) il Documento Unitario di Cgil Cisl e Uil del Gennaio 2016 proprio su un nuovo modello contrattuale.

Oggi sono ancora più convinto che proprio nel nuovo equilibrio tra un CCNL meno rigido, con più spazi di “adattabilità” e la validazione democratica degli accordi da parte dei lavoratori (sorretta dalle regole del Testo Unico sulla Rappresentanza) vi sia la via da seguire

 

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