20 ottobre 2014

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Fondi pensione: non si ammazzano così anche i cavalli?  

Giuliano Cazzola


Del disegno di legge di stabilità non si conosce ancora la versione definitiva. I commenti sono pertanto “scritti sull’acqua”, in attesa che siano chiariti tutti gli aspetti di norme per loro natura complesse. Fatta doverosamente questa premessa ci azzardiamo ad affermare – pronti ad aggiustare le nostre opinioni nel momento in cui “la carta canterà” – che talune scelte compiute da Governo non sono soltanto sbagliate, ma appaiono ispirate ad una visione “criminale” della politica economica e sociale.

 

Non vediamo come potrebbe essere diversamente definita la decisione dell’esecutivo di ammazzare il settore del risparmio previdenziale e della previdenza privata sia con misure punitive di carattere fiscale sia con il progetto di dirottare nelle buste paga quelle quote di tfr che – secondo una strategia perseguita con coerenza da almeno vent’anni da parte del legislatore – avrebbero dovuto costituire la fonte principale del finanziamento delle forme di previdenza complementare.

 

Il Governo ha deciso, infatti, di portare avanti l’operazione del trattamento di fine rapporto (tfr) in busta paga, allo scopo di incentivare i consumi rimasti “in sonno” anche dopo l’erogazione del bonus di 80 euro. In proposito, non è la prima volta che qualcuno si alza, al mattino, e si vanta di aver inventato l’acqua calda, salvo poi arretrare una volta verificate le controindicazioni che una misura siffatta avrebbe comportato. Chi scrive ha sempre nutrito seri dubbi su proposte di tale natura, anche se i loro sostenitori presentavano, in via di principio, argomenti non privi di senso.

 

È vero: il tfr è un istituto vigente solo nel nostro Paese al punto che, nei consessi europei e internazionali, i rappresentanti italiani stentano a spiegarne la funzione ai propri interlocutori. Così, il relativo ammontare, nei monitoraggi comunitari della spesa sociale, finisce per essere conteggiato o in quella pensionistica oppure alla voce disoccupazione. Inoltre, c’è sempre il rischio di essere accusati di paternalismo e di voler insegnare ai lavoratori che cosa è più conveniente, anche nell’utilizzare le risorse loro spettanti.

 

Il diritto del lavoro, infatti, è sovraccaricato di diritti inderogabili ed indisponibili per il dipendente che ne è titolare, come se fosse un minus habens, perennemente sottoposto ad un tutore, sia esso il legislatore, il giudice o il sindacato. Certo – si dirà – il prestatore d’opera è capace di intendere e di volere e di scegliere ciò che è meglio per lui e per la sua famiglia: lasciamoglielo fare, dunque! Altrimenti che liberali saremmo? Un ragionamento siffatto potrebbe portarci lontano. Visto che è prioritario avere a disposizione delle risorse da spendere subito allo scopo di rilanciare l’economia, qualcuno tra gli indefessi consiglieri del premier potrebbe proporre di sospendere volontariamente il pagamento dei contributi obbligatori all’Inps per un triennio. Preveniamo subito gli eventuali critici.

 

Non ci sfugge la differenza tra un modello di finanziamento a ripartizione, come nel caso della previdenza obbligatoria ed uno a capitalizzazione come in quella privata. Se si adottasse l’esonero dal pagamento dei contributi obbligatori sorgerebbero problemi seri nel pagamento delle pensioni in essere perché verrebbero a mancare le entrate, mentre nel caso della previdenza a capitalizzazione individuale ciascuno, il danno, lo farebbe soltanto a se stesso. Affidiamoci, allora, al buon senso degli italiani, i quali sapranno compiere le valutazioni del caso, includendovi la conseguenza del maggior carico fiscale (almeno 5 punti in più di aliquota) che la monetizzazione del tfr comporterebbe. Stendiamo un velo pietoso sul marchingegno escogitato di far liquidare, nel silenzio dell’Abi, il tfr alle banche, salvo consentire loro di rivalersi, in caso di inadempienza dei datori, su di un apposito fondo di garanzia presso l’Inps. Ma perché aggiungere al danno della diversa allocazione dei ratei di trattamento di fine rapporto (i “liberali de noantri” imporranno che la scelta di intascare il conquibus resti ferma per tre anni), anche la beffa di un maggior prelievo fiscale?

 

L’aliquota sui rendimenti dovrebbe passare dall’11,5% ad almeno il 20%. Il che determinerà un effetto meccanico e matematico: la riduzione corrispondente del montante contributivo individuale su cui saranno calcolate, su base attuariale, le pensioni complementari di domani. In sostanza, il Governo ha deciso di tagliare dell’8,4% la futura pensione privata di 6,2 milioni di italiani aderenti ad una forma di previdenza a capitalizzazione. Diverso, ma egualmente abominevole, il caso delle Casse privatizzate dei liberi professionisti, per le quali l’incremento della tassazione dei rendimenti dei patrimoni mobiliari corrisponde ad un proporzionale abbattimento delle risorse accantonate a garanzia del pagamento delle pensioni. Insomma, ai tecnici del premier è proprio difficile far comprendere il ruolo del risparmio previdenziale dal momento che hanno deciso di abbatterlo come se fosse un cavallo azzoppato in una storia raccontata da un fumetto di Tex Willer.

 

Cambiando settore, emerge un’altra decisione truffaldina del Governo. Si consideri la mossa tanto strombazzata del bonus contributivo triennale per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015. È poi tanto grande la differenza tra questa misura e quella compresa nel “pacchetto Giovannini” che peraltro è ancora operante? In quel caso si trattava di 650 euro mensili per diciotto mensilità, il cui ammontare complessivo non è molto lontano dal limite dei 6,2 mila euro per il beneficio fiscale indicato nel disegno di legge di stabilità. Eppure la misura del 2013 si è afflosciata non appena è entrato in vigore il decreto Poletti sui contratti a termine. Per quale motivo, se riveduta e corretta, dovrebbe funzionare adesso? L’occupazione non si crea e, soprattutto, non si conserva, assumendosi lo Stato una parte considerevole del costo del lavoro, ma attraverso una crescita reale dell’economia, che il disegno di legge di stabilità non garantisce, limitandosi ad una redistribuzione clientelare delle risorse reperite

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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