23 settembre 2019

Percorsi di lettura sul lavoro/10 – La divisione del lavoro sociale di Émile Durkheim

Cecilia Leccardi


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Bollettino ADAPT 23 settembre 2019, n. 33

 

Émile Durkheim, Du la division du travail social (1893), tr. it. La divisione del lavoro sociale, Il Saggiatore, Milano 2016

 

La rubrica sui classici del lavoro propone questa settimana l’analisi della corposa opera del sociologo francese Durkheim, “La divisione del lavoro sociale. Al centro di questo grande classico vi è uno dei temi più dibattuti e fertili per la modernità: la relazione tra individui e collettività. Constatato come la società moderna comporti una differenziazione estrema di funzioni e mestieri, l’autore giunge ad affermare che la divisione del lavoro strutturi l’intera società, e non possa essere ridotta a mera organizzazione tecnica o economica delle attività produttive, come sembrano invece credere gli economisti. La differenziazione sociale è la condizione della libertà individuale. Ma è ingenuo credere che il progresso economico sia fonte di felicità: anche nei momenti di crescita la divisione del lavoro sociale può manifestarsi in forme patologiche. Insorge allora l’anomia, uno stato di dissonanza tra le aspettative di ciascuno e la realtà vissuta, che ben presto si diffuse nella realtà industriale a cavallo tra XIX e XX secolo. Un concetto che – coniato da Durkheim per descrivere le contraddizioni della modernità – resta tra i più utile per indagare anche i malesseri della società del XXI secolo.

 

Nel primo libro che compone l’opera, l’autore tematizza la divisione del lavoro, evidenziando come questa sia, sul finire del XIX secolo, «un fenomeno generalizzato a un punto tale da colpire gli occhi di tutti. […] All’interno delle fabbriche la separazione e la specializzazione delle occupazioni procedono all’infinito» (p. 67).

 

La legge della divisione del lavoro si applica ormai agli organismi come alle società, al punto da non essere più soltanto un’istituzione sociale scaturita dall’intelligenza e dalla volontà dell’uomo, ma un fenomeno biologico generale costitutivo della società stessa. «La divisione del lavoro non è un fenomeno specifico del mondo economico» – prosegue l’autore – «dal momento che possiamo osservare la sua crescente influenza nelle regioni più diverse della società. Le funzioni politiche, amministrative, giudiziarie si specializzano sempre più, e lo stesso si può dire delle funzioni artistiche e scientifiche.» (p. 68)

 

Durkheim riconosce alla divisione del lavoro il ruolo di essere diventata la base fondamentali dell’ordine sociale. Ricercando quale sia la funzione della divisione del lavoro, asserisce che questa «oltrepassa infinitamente il campo degli interessi economici, poiché consiste nello stabilimento di un ordine sociali e morale sui generis. Individui che altrimenti sarebbero indipendenti sono vincolati reciprocamente: invece di svilupparsi separatamente, essi concertano i loro sforzi; sono solidali e la loro solidarietà non agisce soltanto nei corti istanti in cui vengono scambiati dei servizi, ma si estende ben al di là di essi.» (p. 110) La divisione del lavoro è dunque, se non la principale, un’importante fonte della solidarietà sociale: le nostre comunità politiche non potrebbero mantenersi in equilibrio se non grazie alla specializzazione dei compiti.

 

Durkheim mostra inoltre come, a differenti livelli di sviluppo della divisione del lavoro, corrispondano diversi tipi di solidarietà. Egli ne distingue due: la solidarietà meccanica, e quella organica. La prima è propria di una società formata da parti uniformi, detti “segmenti” sociali elementari. In questo tipo di società, le coscienze individuali soggiacciono a una coscienza comune, la quale ha il compito di reprimere tutto ciò che urta contro sentimenti, pratiche, credenze condivise intensamente dalla collettività. Le regole giuridiche sono perciò a sanzione repressiva. La solidarietà organica è invece propria di una società formata da un sistema di organi differenti, ognuno dei quali ha un compito specifico, e in cui l’emergere delle coscienze individuali testimonia il progredire della divisione del lavoro.

E dal momento che i bisogni di ordine, di armonia e di solidarietà sociale sono tradizionalmente ritenuti bisogni morale, Durkheim attribuisce alla divisione del lavoro stessa un carattere morale. Infatti, in virtù di essa, l’individuo ridiventa consapevole del suo stato di dipendenza nei confronti della società e del fatto che da questa provengono le forze che lo trattengono e lo frenano.

 

Durkheim si interroga anche circa le cause storiche che spiegano l’incremento della divisione del lavoro. «In base alla teoria più comune, essa non avrebbe altra origine che il desiderio dell’uomo di aumentare incessantemente la propria felicità.» (p. 241) Alla spiegazione fornita dall’economia politica, che vuole che le società si siano formate perché il lavoro possa dividersi, Durkheim oppone la tesi che il lavoro si sia diviso per motivi sociali.

 

L’analisi di Durkheim sulla solidarietà sottesa alla divisione del lavoro contempla anche delle forme anomale di cooperazione tra gli uomini, che provocano antagonismo. Il primo tipo di divisione patologica del lavoro è detta “anomica”. Si tratta di una divisione priva di regole precise tra le parti sociali, che fomenta così contrasti. Un esempio è «l’antagonismo del lavoro e del capitale» (p. 340) nell’ambito della grande industria, che nasce dal fatto che la divisione del lavoro, per come avviene nella grande industria, ha l’effetto «di diminuire l’individuo riducendolo al ruolo di macchina. Effettivamente, se egli non sa a che cosa tendono le operazioni che gli sono richieste, se non le collega a nessun fine, non può assolverle che per abitudine. Tutti i giorni egli ripete i medesimi movimenti con monotona regolarità, ma senza interessarsi a essi e senza comprenderli. Non è più la cellula vivente di un organismo vivente, […], ma soltanto un ingranaggio inerte al quale una forza esterna dà avvio e che si muove sempre nel medesimo senso e nello stesso modo» (p. 352).

 

Un rimedio a questo fatto non può che essere trovato, secondo Durkheim, nel «dare ai lavoratori, in aggiunta alle loro conoscenze tecniche e specifiche, un’istruzione generale. […] È naturalmente bene che il lavoratore sia in grado di interessarsi alle cose dell’arte, della letteratura e così via.» (p. 353) Infatti, «se si prende l’abitudine dei vasti orizzonti, delle visioni d’insieme, delle belle generalità, non ci si lascia più confinare senza impazienza negli stretti limiti di un compito specifico. Un rimedio di questo genere renderebbe quindi la specializzazione inoffensiva, soltanto rendendola intollerabile e, di conseguenze, più o meno impossibile.» (p. 353)

 

Un altro tipo patologico di divisione del lavoro si ha quando «la distribuzione delle funzioni sociali […] non corrisponde più alla distribuzione dei talenti naturali» (p. 356). Secondo l’autore, l’unico modo secondo il quale il lavoro dovrebbe dividersi è nel rispetto delle capacità e delle inclinazioni dei singoli: «la distribuzione avviene quindi per forza nel senso delle attitudini, poiché non c’è ragione che la si faccia altrimenti: in tal modo l’armonia tra la costituzione di ogni individuo e la sua condizione si realizza da sola.» (p. 357) Se così non fosse, si ha una divisione coercitiva del lavoro, in cui il rapporto tra talenti e ruolo lavorativo non è omogeneo e genera antagonismo. Ma se abbiamo, con Durkheim, posto come assunto la presenza in tutti gli uomini di capacità generali, le attitudini particolari risultano essere soprattutto un portato della struttura sociale nelle varie articolazioni in cui è presente l’individuo.

 

L’autore conclude affermando che, per assicurare il corretto funzionamento delle società industriali, è necessario ridurre al minimo il sentimento di antagonismo, e quindi contrastare le forme anomiche e coercitive della divisione del lavoro attraverso una crescente uguaglianza e una divisione dei compiti totalmente spontanea.

 

L’opera di Durkheim è estremamente importante nel pensiero occidentale, perché anticipa i tratti costitutivi della società moderna, e addirittura post-moderna come quella attuale, e individua le cause della crisi in cui si dibatte l’uomo occidentale contemporaneo, come il dominio dell’economia sulla politica e l’evoluzione dei legami sociali, da quelli su base sanguigna a quelli dettati dalla divisione del lavoro e quindi dalla dipendenza economica. Per ovviare all’antagonismo dilagante nella società industriale e rafforzare la solidarietà genuina, l’autore sostiene la necessità di istituire corpi intermedi che diano al singolo la forza di opporsi al potere economico, e che gli permettano di ricreare legami sociali con gli altri individui. Oggi è particolarmente forte la richiesta al mercato di essere non solamente efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma di porsi anche al servizio di uno sviluppo umano integrale – di uno sviluppo, cioè, che mantenga in armonia tutte le dimensioni dell’umano. Se l’intenzione è quella di “civilizzare il mercato” – vedere il mercato come istituzione al servizio della civitas, la “città delle anime” (Cicerone) e non della sola urbs, “la città delle pietre” -, occorre ripensare la figura e il ruolo dello Stato, che non può più essere concepito come unico ed esclusivo titolare del bene comune, non consentendo ai corpi intermedi della società civile (i cosiddetti enti del Terzo settore) di esprimere, in libertà, tutto il loro potenziale. Per generare sviluppo oggi, la produzione di valore economico e quella di valore sociale devono andare necessariamente insieme. È quanto accade, ad esempio, nelle imprese sociali, o nelle imprese for profit a vocazione sociale, che concepiscono cioè la produzione come fatto sociale. La dimensione sociale, all’interno dei meccanismi di valore, si esplica all’interno della sua capacità di generare un valore di legame, cioè il valore derivante dalla relazione esistente tra soggetti, che va oltre al valore d’uso, ossia l’utilità per un determinato soggetto derivante dall’utilizzo di uno specifico bene/servizio, e al valore di scambio, cioè il valore derivante dallo scambio di beni/servizi tra soggetti. Il valore di legame, quindi, non è solo un effetto, ma è l’input, ovvero il meccanismo generativo, capace di cambiare la natura delle cose, della società e dell’economia, proprio perché l’unico in grado di agire, data la sua natura, all’interno di una dimensione comunitaria, alimentandola al contempo.

 

Di grande attualità è anche il riconoscimento della funzione emancipatrice della cultura, unico argine possibile contro l’asservimento umano alle macchine. In questo senso, già nelle pagine dell’opera di Durkheim, si auspica una formazione continua degli operai, e la collaborazione tra sapere scientifico ed umanistico.

 

Cecilia Leccardi

ADAPT Junior Fellow

@CeciliaLeccardi

 




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