18 giugno 2018

Inutile parlare di centri per l’impiego senza aver prima compreso le trasformazioni del lavoro*

Michele Tiraboschi


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Che il Jobs Act abbia fallito lo dimostra il dibattito sul lavoro di inizio legislatura. L’aver riproposto la contrapposizione del Novecento industriale tra lavoro precario e lavoro stabile ha finito con l’alimentare pretese e aspettative che non possono però essere soddisfatte nei nuovi mercati del lavoro. Perché le vere tutele non stanno più nel tipo di contratto con cui si lavora ma piuttosto in un moderno sistema di welfare della persona dentro continue transizioni occupazionali. Poco hanno potuto i generosi incentivi pubblici di Matteo Renzi per l’assunzione con contratti a tempo indeterminato che stabili non sono più, una volta superato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Poco potrà ora l’idea di Luigi Di Maio di rilanciare il collocamento pubblico, che mai ha funzionato a regime neppure nel pieno del boom economico degli anni Sessanta del secolo scorso.

 

Parlare di centri pubblici per l’impiego oggi significa infatti parlare, prima di tutto, delle profonde trasformazioni del lavoro all’epoca della IV rivoluzione industriale e dell’internet delle cose. Trasformazioni che ridisegnano i mercati rendendo le transizioni tra lavoro e non lavoro (sia disoccupazione, periodi formativi o di riqualificazione) molto più normali rispetto al passato. Questo significa da un lato un volume maggiore di persone che si rivolgeranno ai servizi per il lavoro e, dall’altro un ripensamento dei contenuti e dei servizi stessi. Quali siano le performance di efficienza dei centri per l’impiego italiani, che intermediano meno del 3 per cento del lavoro, è risaputo. E i motivi del malfunzionamento sono molti, a partire da una cultura diffusa nel nostro Paese che è sempre stato abituato a considerare le reti d’amicizia o familiari come il canale principale di accesso al mondo del lavoro. Ma non si può non citare quello che sembra essere il problema principale dei servizi per il lavoro italiani, ossia l’assenza di coordinamento, la mancanza di una vera rete che possa raccogliere l’insieme delle domande e delle offerte di lavoro per rendere più efficiente il loro incontro. E a tale scopo la tecnologia può aiutare moltissimo, ma la digitalizzazione del sistema è ancora un miraggio, basti pensare all’idea di Borsa lavoro prevista dalla Legge Biagi ormai quindici anni fa e mai attuatasi pienamente.

 

Non può bastare quindi allocare più risorse presso i centri pubblici per l’impiego per risolvere problemi che sono legati ai modelli organizzativi degli stessi. Pensiamo solo al flop conclamato del programma Garanzia Giovani che pure poteva contare su una dotazione iniziale di un miliardo e mezzo di euro. E soprattutto sembra poco utile oggi riproporre il dualismo tra servizi per il lavoro pubblici e servizi per il lavoro privati che tanto richiama a quella contrapposizione ideologica tra pubblico e privato che ha segnato il Novecento industriale e il fallimento delle politiche attive del lavoro nel nostro Paese.

 

Quello che serve a un mercato del lavoro moderno, in linea con quanto proposto dalla legge Biagi, è proprio una rete ampiamente sussidiaria e partecipata dalle parti sociali che metta insieme tutti gli attori al fine di offrire quei servizi di cui i mercati territoriali del lavoro hanno bisogno, a partire dalla formazione e dalla riqualificazione delle persone, passando per una vera e propria alfabetizzazione digitale per quei lavoratori che espulsi dal mercato faticano a rientrarci a causa del gap di competenze maturato negli anni.

 

Michele Tiraboschi 
Coordinatore scientifico ADAPT
@Michele_ADAPT

 

 

*Pubblicato anche su Panorama, 14 giugno 2018

 

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