18 giugno 2018

Il “mondo sommerso” dei caregiver familiari: tra discriminazioni e tutela dei diritti umani

Irene Tagliabue


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Lo scorso 5 giugno 2018, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, si è tenuto un incontro relativo alle condizioni giuridiche e sociali in cui versano i caregiver, familiari chiamati ad assistere, per un periodo più o meno lungo, un loro congiunto disabile o malato.

Il punto di partenza assunto dal professor Luke Clements della School of Law della Leeds University (Regno Unito) riguarda la posizione che, in particolare modo in passato, i soggetti affetti da disabilità occupavano all’interno di una società restia a concedergli diritti che avrebbero dovuto essere dati per scontati. Durante lo scorso secolo, i soggetti vittime di ogni sorta di discriminazione hanno combattuto battaglie sociali di forte impatto che si sono spesso tradotte in successi dal punto di vista del riconoscimento di diritti umani e tutele di svariato genere. Sono stati citati, a tal proposito, atti quali il US Rehabilitation Act del 1973, il UK Disability Discrimination Act del 1995 e, focalizzandosi sul nostro Paese, il d.lgs. 216/2003, attuazione della direttiva 2000/78/CE, per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro di soggetti vittime di ogni forma di discriminazione.

 

Con riferimento ai caregiver è emersa la carenza di quella che è stata definita “identità legale”, ovvero la difficoltà degli stessi ad identificarsi, in prima persona, come gruppo meritevole di tutele e di diritti che, non sempre, a livello nazionale, vengono garantiti. A tal proposito sono stati richiamati una serie di casi presentatisi, nel corso degli anni, dinnanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ponendo l’accento su Radi v. Romania, datato 2016, in cui la ricorrente, zia di un disabile, segnalava un trattamento lavorativo iniquo soprattutto dal punto di vista remunerativo, nonché la totale assenza di strutture e formule statali adibite alla tutela dei disabili, che avrebbero inevitabilmente spinto lei e la propria famiglia ai margini della società. Tuttavia, la Corte ha respinto il ricorso di Radi, sostenendo che questa avesse volontariamente stipulato il suddetto contratto di lavoro e che avrebbe potuto denunciarlo alle autorità competenti nazionali in qualsiasi momento, indipendentemente dalla capacità, in un secondo momento, di fornire assistenza al nipote. Ha inoltre evidenziato che una remunerazione, seppur minima, vi era stata e, di conseguenza, l’eventuale contestazione nel merito avrebbe dovuto essere posta dinnanzi alle autorità nazionali.

 

Osservando le ritrosie mostrate dalla Corte EDU nel riconoscere garanzie di tutela ad un caregiver, nonché il generale contesto in cui queste figure sono costrette a vivere, all’interno di nazioni spesso anche all’avanguardia in materia di diritti umani, il professor Clements ha evidenziato come potrebbe risultare vincente l’affermazione di nuovi paradigmi legali e di nuove tutele. A questo riguardo si ricorda, per esempio, l’articolo 46 del decreto legislativo n. 276 del 2003 che prevede l’introduzione della possibilità, per i malati oncologici sottoposti a terapie salvavita e per i caregiver familiari, di trasformare il proprio rapporto di lavoro dal tempo pieno al tempo parziale, fatto salvo poi il diritto del lavoratore di chiedere la riconversione in un rapporto di lavoro a tempo pieno. Nonché il titolo II del decreto stesso, che si preoccupa di garantire maggiori tutele nel mercato del lavoro per i cosiddetti lavoratori svantaggiati.

 

In generale, tuttavia, i quadri normativi esistenti non sono spesso in grado di riflettere e, di conseguenza, regolare la condizione in cui, concretamente, i caregiver versano. Per sovvertire questo sistema sarebbe necessario ripensare il sistema di tutele di questi soggetti in senso lato, assumendo come punto di partenza il concetto di vulnerabilità, che altro non è che l’aspetto caratterizzante dei soggetti con disabilità e di chi è chiamato a fornire loro assistenza. Con ciò non deve essere interamente demolita la struttura legale ad oggi esistente in materia di diritti umani, ma, attraverso un approccio innovativo, vanno scoperti nuovi meccanismi finalizzati ad affrontare e ridurre gli errori presenti e passati.

 

Prospettiva sicuramente interessante, quest’ultima, nell’ottica del notevole incremento delle figure dei caregiver familiari, legato soprattutto alla crescita dell’aspettativa di vita a cui si sta assistendo negli ultimi anni: in Italia si stima che i soggetti in questa condizione siano circa 5 milioni.[1] L’obiettivo primario deve essere quello di evitarne l’emarginazione sociale ed economica, in primis attraverso un sistema differenziato di inserimento nel mercato del lavoro, che sia conciliabile con le attività di assistenza svolte e che, al tempo stesso, non costituisca un sacrificio in termini di produttività e di profitto per le imprese.

 

Irene Tagliabue

ADAPT Junior Fellow

@TagliabueIrene 

 

[1] Barbara Weisz, Caregiver in Italia, un esercito silenzioso, in PMI.it, 19 aprile 2018.

 

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