Sciopero CGIL: poco sostegno, ma tanta visibilità per lo scontro tra sindacato e istituzioni

Interventi ADAPT

| di Francesco Nespoli

Bollettino ADAPT 15 dicembre 2025, n. 44

La contrapposizione di cifre che è andata in scena circa la partecipazione allo sciopero generale indetto dalla CGIL lo scorso 12 dicembre ha proposto qualcosa di inedito nelle sue dinamiche. A stupire non è tanto che la rappresentazione mediatica dell’iniziativa del sindacato di Corso Italia abbia ricalcato gli scontri di narrativa sui dati del mercato del lavoro (ne avevamo parlato la scorsa settimana). Piuttosto è curioso che alla tradizionale contrapposizione tra i dati dichiarati dagli organizzatori e quelli forniti dalla questura si sia sostituita una nuova divergenza: quella tra i dati calcolati dal sindacato e quelli forniti dalle istituzioni; in particolare dai Ministeri della pubblica amministrazione e dell’istruzione. 

È così che si spiega la presenza sui giornali di dati così diversi come il 68% di adesione dichiarato dalla CGIL, che riguarda però solo gli iscritti, e il 4% a cui fanno riferimento altre testate, che dovrebbe corrispondere all’adesione tra i dipendenti pubblici.

È evidente a chiunque stia cercando davvero un’informazione, e non un pretesto per confermare le sue pre-esistenti opinioni, che né l’uno né l’altro dato siano utili a rappresentare quale sia stata l’adesione reale. Possono aver aderito anche lavoratori non iscritti al sindacato, e chiaramente lo sciopero non riguardava solo i comparti del pubblico impiego. 

Ma tanto basta affinché la parola “flop” sia presente nel titolo di 6 diversi articoli dedicati alla mobilitazione tra il 13 e il 14 dicembre. È cioè sufficiente avere a disposizione un dato utile per mettere in scena uno scontro di interpretazione, a dire il vero proposto sia dal ministro della Funzione Pubblica Zangrillo sia da quello dell’istruzione Valditara; senza particolari reticenze, e snocciolando una varietà di cifre poco chiare. Se infatti il ministro dell’Istruzione Valditara ha comunicato che nelle scuole ha scioperato appena il 3,86% del personale, il ministro Zangrillo ha affermato prima che l’adesione si attestava attorno al 20%, poi all’8,2% e poi al 4,4%

Insomma, di chiaro c’è gran poco. Ma i ministri non si limitano a fornire i dati, bensì offrono anche vere e proprie interpretazioni politiche. Come quella secondo cui «in media nessuno degli scioperi degli ultimi anni ha registrato grandi adesioni, ma le circa 100.000 persone che ieri hanno deciso di non lavorare per seguire la protesta della Cgil rappresentano un minimo storico». E che dunque si «dimostra che si trattava solo ed esclusivamente di una manifestazione decisa per sfidare un governo capace di rispettare gli obiettivi che si era prefisso e che aveva promesso agli italiani».

Ora, è chiaro che lo scontro tra Zangrillo e Landini non nasce ieri e si sviluppa nei mesi scorsi a causa del noto e problematico decorso delle negoziazioni per i rinnovi dei contratti nel settore pubblico. Ma il punto è che come sempre queste situazioni non servono a spostare voti, mentre per gli indecisi o non-orientati finiscono per generare disaffezione nella partecipazione politica e allontanamento dai contesti in cui vige solo la partigianeria. Quotidiani compresi. 

In particolare, quella verso la CGIL pare essere un’attenzione elettiva per i giornali editi da Angelucci: Il Tempo, Libero e Il Giornale ne hanno scritto più di qualsiasi quotidiano considerato amico del sindacato. Se si considera solo l’ultima settimana, su questi quotidiani sono comparsi 14 diversi articoli che attribuivano contraddizioni al comportamento della CGIL e/o del segretario Landini. Un’attenzione che non ha riguardato certo allo stesso modo la CISL e la sua manifestazione andata in onda il giorno seguente lo sciopero generale. 

Dunque, se davvero lo sciopero della CGIL serviva più a occupare uno spazio sui media e nell’arco politico, ciò è successo paradossalmente più grazie ai giornali che proponevano questa stessa interpretazione che grazie ai giornali considerati più sensibili alle istanze sindacali. Ciò anche a causa della mancanza di relative sponde politiche, giacché i leader dell’opposizione non hanno fatto visita alle piazze del 12 dicembre

Si osserva poi anche una strana coincidenza tra giornali vicini e lontani al sindacato. Nelle scorse settimane, relativamente alla scelta della CGIL di scioperare da sola il 12 dicembre, La Verità aveva accusato Landini di voler “tenere il palcoscenico” e difendere la propria visibilità, mentre Il Manifesto, da un’altra posizione, aveva criticato la stessa scelta della CGIL in quanto «timida e divisiva» rispetto a una mobilitazione più radicale e unitaria, auspicata dai sindacati di base.

La sintesi più interessante è comunque quella che si può ricavare dal titolo scelto dal Corriere della sera: “Piazze piene e disagi ridotti”. Apparente contraddizione che si spiega perché nella piazza di uno sciopero generale e politico non ci sono soltanto i lavoratori. È un tratto che abbiamo visto anche nelle mobilitazioni per Gaza e per la Palestina: cortei eterogenei, composti da gruppi sociali diversi, uniti più dalla percezione di un orizzonte comune che da un’appartenenza organizzata. Non sono solo astensioni dal lavoro, ma spazi pubblici aperti, che attraggono studenti, reti civiche, movimenti di opinione e pezzi di società che non rientrano nella geografia classica del sindacato. 

Per il sindacato potrebbe anche essere un segnale positivo che le persone siano ancora capaci di sviluppare un afflato di solidarietà. Sempre che questa dinamica si produca anche nei posti di lavoro e non solo tra i gruppi sociali. Il rischio è altrimenti che questa sensibilità pubblica si accompagni a un individualismo crescente nel lavoro, dove le motivazioni a scioperare si indeboliscono più rapidamente di quelle che spingono a scendere in piazza per cause generali. 

Francesco Nespoli

Ricercatore Università LUMSA, ADAPT Research Fellow

X@franznespoli