Rappresentanza contrattuale: non un mercato da conquistare (con accordi al ribasso) ma uno spazio dell’azione pubblica riservato (dalla Costituzione) a chi ha una forza collettiva reale
| di Michele Tiraboschi
La moltiplicazione dei contratti collettivi non è sinonimo di libertà, ma può celare pratiche di dumping che comprimono salari e diritti. Senza una rappresentanza reale, la firma diventa strumento di convenienza e non di tutela, alterando la concorrenza tra imprese e indebolendo il ruolo del sindacato come pilastro della democrazia del lavoro.
C’è un equivoco che torna puntuale ogni volta che si discute della questione salariale e del fenomeno del dumping contrattuale: l’idea che il pluralismo sindacale, tutelato dalla nostra Costituzione, possa giustificare una moltiplicazione incontrollata dei contratti collettivi (scritti oramai col metodo del copia e incolla da sigle che non di rado, e senza alcuna ironia, registrano più contratti depositati presso l’Archivio del CNEL che imprese a cui quei contratti vengono poi effettivamente applicati) e che la libertà d’impresa, anch’essa tutelata dalla Carta costituzionale, possa consistere anche nella possibilità di scegliere il contratto meno costoso non perché frutto di equilibri e scambi negoziali più avanzati ma, semplicisticamente, grazie alla drastica riduzione di salari e tutele per i lavoratori.
È tuttavia evidente che, per la nostra Costituzione, la rappresentanza d’impresa e soprattutto dei lavoratori non è equiparabile alla compra e vendita di un prodotto su un mercato dove la merce sarebbe niente altro che la persona che lavora. La rappresentanza non è attività predatoria, non è intermediazione commerciale, non è lobbying di scambio. È investitura sociale. È il mandato che persone reali affidano a soggetti collettivi perché tutelino interessi che la Costituzione considera essenziali.
Ridurre tutto a una concorrenza tra sigle, equiparate tra di loro per la semplice firma di un contratto, senza verificare chi rappresentano e che investitura hanno da parte di imprese e lavoratori, significa innestare nel cuore pulsante della nostra democrazia un virus letale: vince chi costa meno, chi scarica il prezzo della concorrenza sulla parte più debole.
La rappresentanza sindacale, nel suo significato più alto, è esattamente l’opposto. È la trasformazione di una condizione sociale di dipendenza in una presenza pubblica capace di parola e di azione collettiva dando così voce a chi, da solo, non ha una vera e propria soggettività contrattuale. In questo senso, il sindacato non è un operatore di mercato: è una istituzione della democrazia. Non vende contratti; rende visibili interessi. Non produce mero scambio; costruisce tutela. Non mercifica il lavoro; lo sottrae alla sua riduzione a merce.
Per questo la degenerazione della rappresentanza sindacale è così grave. Essa si produce quando la firma di un contratto diventa redditizia per i rappresentanti ma non utile ai rappresentati; quando si alimenta della visibilità politica delle sigle, dei vantaggi lucrativi offerti dal mercato dei servizi, della bilateralità usata come rendita, e non della forza reale che viene dal radicamento nei luoghi di lavoro. Si produce, soprattutto, quando l’abbassamento delle tutele viene venduto come vantaggio competitivo: per l’impresa, che riduce il costo del lavoro; per la sigla firmataria, che acquista peso negoziale offrendo il ribasso come propria specialità.
Ma non è mai la firma di un contratto collettivo a creare la rappresentanza. È la rappresentanza a dare valore alla firma dell’accordo perché è il cuore e l’essenza dell’accordo stesso (M. Tiraboschi, Per una contrattazione di qualità, in Spirito Artigiano, 19 dicembre 2025).
Nella rappresentanza contrattuale il potere non coincide con un atto di autolegittimazione reciproca, ma nella capacità di agire nell’interesse e per conto delle persone o delle imprese che si rappresentano. In questo senso la rappresentanza sindacale è autentica quando non deriva dalla sola firma, ma dal fatto che dietro il rappresentante c’è una forza collettiva reale: assemblee, iscritti, ascolto, partecipazione, tutela, conflitto, consenso. Il sindacato rappresenta davvero quando non sostituisce i lavoratori, ma li organizza come forza pubblica. Crediamo davvero che un sindacato che firma contratti con salari inferiori del 30 / 40 per cento dai contratti sottoscritti dagli attori più radicati nel nostro sistema di relazioni industriali, e che con questo valida anche il taglio dei contributi previdenziali e delle pensioni future, stia svolgendo una attività sindacale tutelata dalla Costituzione?
E qui si scopre l’equivoco politico di fondo. Pagare meno i lavoratori non è libertà sindacale. Fare concorrenza tra imprese tramite trattamenti peggiorativi non è libertà d’impresa. È dumping. La libertà d’impresa, lo sostenevano già i primi studiosi delle relazioni industriali ad inizio della Rivoluzione Industriale, è innovazione, organizzazione, produttività, investimento, qualità, creazione di valore. Non la facoltà di scegliersi il contratto collettivo più conveniente o più compiacente per tagliare il costo del lavoro e con questo vivacchiare sul mercato anche senza idee, tecnologie o competenze professionali adeguate in funzione delle dinamiche del settore di riferimento.
Il punto, come indicano i 1.000 e passa contratti depositati al CNEL e le oltre 400 sigle che li sottoscrivono, non è l’assenza di pluralismo. Il pluralismo c’è già, eccome. Il punto è che una parte di questo pluralismo è marginale, e un pretesto per fabbricare rendite, bilateralità opache e contratti “pirata”. Non c’è un mercato bloccato da aprire; c’è semmai una giungla di sigle che spesso in modo lucrativo vive ai margini della rappresentanza reale.
È qui che la polemica contro il presunto “monopolio” di Cgil, Cisl e Uil mostra tutta la sua fragilità. L’articolo 39 della Costituzione non tutela un sindacato qualsiasi. Non consacra il diritto di qualunque sigla a sedersi al tavolo in nome di una concorrenza astratta. Tutela la libertà sindacale perché tutela l’autorganizzazione e l’interesse collettivo dei lavoratori e, con essa, la possibilità di una rappresentanza genuina. La Costituzione non immagina un catalogo infinito di marchi sindacali in competizione per offrire alle imprese il contratto più conveniente. Immagina un pluralismo ordinato alla tutela del lavoro. Un pluralismo che si misura sulla rappresentatività, non sulla disponibilità ad abbassare salari e diritti.
È noto, ma forse non a tutti, che il rapporto tra capitale e lavoro non è uno scambio tra eguali. Per questo il sindacato non è un operatore di mercato qualsiasi: è una istituzione chiave della nostra democrazia. E i teorici della rappresentanza di interessi ci insegnano che i corpi intermedi valgono non perché esistono formalmente, ma perché organizzano davvero interessi sociali e rispondono a una base reale. Applicato al lavoro, significa una cosa semplice: non ogni contratto collettivo è espressione di libertà; alcuni sono soltanto strumenti per comprimere il lavoro e alterare la concorrenza.
La verità è che chi denuncia il “monopolio” di Cgil, Cisl e Uil spesso non vuole più libertà sindacale. Vuole più libertà di scegliere il contraente più accondiscendente o collaterale a determinate dinamiche o convenienze politiche. Ma questa non è libertà. È arbitraggio al ribasso. È l’idea che si possano conquistare quote di mercato non migliorando prodotti, processi, investimenti e organizzazione, ma peggiorando il trattamento di chi lavora. Un Paese che imbocca questa strada non modernizza il proprio sistema produttivo: lo impoverisce.
Una democrazia matura non deve temere il pluralismo. Deve temerne la caricatura perché le centinaia di contratti fantasma presenti al CNEL e applicati a poche unità di lavoratori sono davvero una parodia della rappresentanza genuina di interessi.
Questa è la vera battaglia di civiltà: restituire alla rappresentanza contrattuale la sua natura propria, che non è quella di un mercato da conquistare, ma quella di uno spazio dell’azione pubblica che la Costituzione riserva a chi, dotato di una reale investitura dalla propria base, esprime una forza collettiva reale e genuina.
Bollettino ADAPT 13 aprile 2026, n. 14
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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