Quando l’indeterminato non tutela: l’abuso del periodo di prova dopo la riforma del lavoro in Spagna
Interventi ADAPT, Riforme del lavoro
| di Lavinia Serrani
Bollettino ADAPT 19 gennaio 2026, n. 2
A quattro anni dall’approvazione della riforma del lavoro del 2021, il mercato occupazionale spagnolo mostra un volto ambivalente. Da un lato, i numeri macroeconomici parlano di una crescita sostenuta dell’occupazione; dall’altro, un’analisi più approfondita rivela dinamiche che sollevano interrogativi sulla qualità e sulla stabilità del lavoro creato. Tra queste, una delle più controverse riguarda l’uso – e l’abuso – del periodo di prova nei contratti a tempo indeterminato.
Secondo Valentín Bote, direttore di Randstad Research, nel 2025 l’occupazione in Spagna è cresciuta a un «ritmo sano», con circa mezzo milione di nuovi posti di lavoro. Le previsioni per il 2026 rimangono positive, sebbene più moderate. Tuttavia, come avverte lo stesso Bote, «non è tutto oro quel che luccica». A destare particolare preoccupazione è l’aumento vertiginoso delle cessazioni dei rapporti di lavoro per mancato superamento del periodo di prova nei contratti a tempo indeterminato: dal 12% del totale prima della riforma, si è passati a circa il 70%.
Questo dato appare tanto più anomalo se confrontato con la struttura del mercato del lavoro. Prima della riforma, i contratti a tempo indeterminato rappresentavano circa il 12% del totale e una quota analoga riguardava le cessazioni per periodo di prova. Oggi, a fronte di una crescita dei contratti indefiniti fino a circa il 40%, la percentuale di interruzioni per periodo di prova non si è limitata a crescere proporzionalmente, ma è esplosa. L’atipicità del fenomeno, come osserva Bote, suggerisce che il periodo di prova venga utilizzato come strumento abusivo per gestire esigenze temporanee di manodopera.
Uno degli obiettivi dichiarati della riforma era combattere la precarietà e ridurre l’uso eccessivo dei contratti temporanei. Formalmente, il risultato è stato raggiunto. Nella pratica, però, la temporalità si è spesso spostata su altre figure contrattuali, come il contratto a tempo indeterminato “fisso discontinuo”, che alterna periodi di lavoro e inattività. Questi lavoratori, pur non essendo occupati, non figurano come disoccupati nelle statistiche ufficiali, contribuendo a quello che molti analisti definiscono un “maquillage” dei dati.
Ancora più problematica è la diffusione del ricorso al periodo di prova come forma di licenziamento senza costi. La normativa spagnola consente, durante questo periodo – che può durare fino a sei mesi – la risoluzione del contratto senza obbligo di motivazione né indennizzo. Storicamente si trattava di un’ipotesi residuale, concentrata soprattutto nei rapporti temporanei. Oggi, invece, è diventata una pratica diffusa anche nei contratti indefiniti. I dati parlano chiaro: tra il 2019 e il 2025 le cessazioni per mancato superamento del periodo di prova sono quintuplicate, passando da circa 125.000 a oltre 668.000 casi.
A essere maggiormente colpiti sono i giovani. Le testimonianze raccontano di rapporti di lavoro interrotti dopo pochi giorni o settimane, spesso senza alcuna spiegazione. Una condizione che genera insicurezza, ansia e una percezione di precarietà permanente. Come sottolineano i sindacati, il periodo di prova rischia di trasformarsi nella normalizzazione del licenziamento senza tutele, svuotando di contenuto la promessa di stabilità associata al contratto a tempo indeterminato.
Il Governo spagnolo, consapevole di queste distorsioni, ha incluso il contrasto a tali pratiche nel Plan Estratégico de la Inspección de Trabajo y Seguridad Social 2025-2027. Resta però aperta una questione di fondo: se l’aumento dell’occupazione non si accompagna a una reale riduzione della precarietà, il rischio è quello di un mercato del lavoro che cresce nei numeri ma perde la sua funzione di protezione sociale. La sfida, dunque, non è solo creare lavoro, ma garantire che quel lavoro sia stabile, dignitoso e realmente tutelato.
Ricercatrice ADAPT
Responsabile Area Ispanofona
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