Politically (in)correct – Morti sul lavoro. Quando diremo davvero “mai più”

Bollettino ADAPT 4 marzo 2024, n. 9

 

Più passa il tempo e più mi convinco che aveva ragione Silvio Berlusconi: la vita vera è quella che si vede in tv. È anche il solo modo per creare o risolvere i problemi. Basta che tutto l’apparato della comunicazione – dai tg ai talk show – si getti a capofitto su di una notizia per indurre l’opinione pubblica a schierarsi e i parlamentari a presentare interrogazioni, il governo a varare un decreto legge. Poi è sufficiente cambiare palinsesti e timoni archiviando poco alla volta quella notizia che addirittura il problema viene dimenticato come se fosse stato risolto.

 

Chi si ricorda ancora di un’epidemia di Covid-19? Eppure nella settimana che andava dal 22 al 28 febbraio ci sono stati 1.103 casi con 39 decessi. Ma da noi il Parlamento ha istituito una Commissione di indagine per “processare” chi, a suo tempo, se ne occupò forse con zelo eccessivo. Chi si rammenta di un conflitto durato 20 anni (quanto la somma delle due guerre mondiali del secolo breve) in un Paese di nome Afghanistan, dove le donne patiscono, nella indifferenza del MeToo, per il ripristino di una condizione di patriarcato di cui avevano cominciato a liberarsi con grandi progressi nel lavoro, negli studi, nei rapporti interpersonali? Anche sugli sbarchi di migranti sulle nostre coste può scendere l’oblio, se nessuno è lì a riprenderli con la telecamera. Quando è apparsa Ilaria Salis incatenata in un’aula di tribunale a Budapest poco mancava che si chiedesse al governo di dichiarare guerra all’Ungheria. In realtà nessuno ne avrebbe parlato se da noi non ci fosse il governo Meloni e se il fatto non fosse accaduto in terra magiara dove comanda un tal Victor Orban odiato in quanto amico di Meloni e ostile all’accoglienza degli immigrati (nessuno gli riconosce lo sforzo che l’Ungheria compie per ospitare i rifugiati dall’Ucraina); ma apprezzato per la sua amicizia con Putin e per la sua contrarietà all’assistenza militare all’Ucraina.

 

Ma ci sono eventi che ci toccano più da vicino che attraversano – con grande clamore, accuse infamanti, critiche feroci – l’orizzonte della nostra attenzione, per dileguarsi nel giro di qualche giorno. È il caso delle morti sul lavoro, che trovano spazio nei tg quando sono particolarmente gravi o quando non vi sono altre notizie più ficcanti (come i dissapori all’interno di una coppia di influencer). Prendiamo il caso più recente: la tragedia al cantiere dell’Esselunga a Firenze. Dal Quirinale al Consiglio del Comune più piccolo d’Italia sono arrivati commenti all’insegna del “mai più”. I sindacati sono riusciti persino a dividersi per quanto riguarda gli scioperi di protesta, mentre ognuno dei leader forniva la sua versione dei fatti e suggeriva le misure legislative e organizzative che avrebbero aiutato a fermare la strage.

 

I sindacati chiedono – al solito – un incontro urgente con il governo, il quale sottopone loro misure immediate consistenti in incrementi delle pene già previste, in assunzioni di nuovi ispettori coordinati tra di loro anche se dipendenti da amministrazioni differenti. Tutto ciò è avvenuto anche dopo la tragedia di Firenze. Il governo ha presentato il testo di un decreto approvato “salvo intese” e quindi ancora indefinito. La novità – esibito come un drappo rosso agli occhi dei sindacalisti – è la c.d. patente a punti, una norma che ne modifica un’altra inapplicata (l’articolo 27) contenuta nel dlgs n.81 del 2008.  Quali sono le criticità della patente? In primo luogo, il fatto che sia applicata solo nel settore delle costruzioni. Ad ogni azienda vengono riconosciuti 30 punti con una soglia minima di 15 punti superati i quali è prevista la chiusura dell’azienda (la morte di un dipendente è penalizzata con 20 punti). Sappiamo bene che in un cantiere non operano solo edili, ma anche metalmeccanici e altre professioni, per cui si avrebbero regimi differenziati di penalizzazioni a seconda delle caratteristiche merceologiche dell’impresa. Poi, sembra ovvio che i punti possono essere levati solo dopo una sentenza passata in giudicato e non in via amministrativa, se è vero che la penalizzazione incide sulla continuità dell’impresa e sull’occupazione.

 

L’altra novità discutibile è l’introduzione della c.d. lista di conformità ovvero una sorta di salvacondotto rilasciato dall’Ispettorato dopo una verifica sul campo, che consentirebbe 18 mesi di tregua nei controlli. La norma ha una sua razionalità, ma può risultare inefficace a prevenire gli infortuni, per motivi evidenti. Certo, accertare la regolarità dell’ambiente, del macchinario e dell’organizzazione del lavoro è importante, ma non garantisce che le cose restino inalterate per un tempo così lungo. Poi chi è incaricato di effettuare l’opera di accertamento preventivo? Ci sono le risorse materiali a disposizione o non si rischia di sottrarre le poche disponibili all’accertamento delle irregolarità? Sono possibili e consentite soluzioni come quelle definite a Milano nel regolamento definito tra l’Ispettorato del Lavoro e il Consiglio provinciale dei consulenti del lavoro? Viene istituita una Commissione unitaria di certificazione dei contratti di appalto e di esternalizzazione, composta dal Direttore pro tempore dell’Ispettorato territoriale del Lavoro, che la presiede, dal Presidente pro tempore dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Milano in qualità di vice Presidente, da due funzionari dell’Ispettorato territoriale del Lavoro, da un funzionario dell’INPS, da un funzionario dell’INAIL e da due professionisti iscritti all’Albo provinciale di cui all’art. 8 della legge 11 gennaio 1979, n. 12 (di seguito denominato “Albo”) da almeno 3 anni, che svolgano effettivamente la professione e che risultino in regola con la formazione continua obbligatoria.

 

La procedura di certificazione ha inizio con un’istanza comune dei contraenti. L’istanza di avvio della procedura di certificazione, formulata congiuntamente dalle parti interessate, è redatta per iscritto sulla base del modello pubblicato sul sito istituzionale dell’Ispettorato Nazionale del lavoro. Completata la fase istruttoria, i membri di diritto, udito il relatore e sentiti i membri consultivi presenti deliberano a maggioranza sulla sussistenza dei presupposti che consentono la certificazione del contratto allegato all’istanza. Può funzionare una procedura siffatta? Può garantire una effettiva imparzialità e una maggiore sicurezza sul lavoro? Oppure c’è il rischio che si resti nell’ambito delle aziende e dei comparti che si fanno certificare una condizione di correttezza perseguita con impegno e serietà? In parole povere non c’è il rischio che si giochi una partita solo nel campo dei virtuosi?  C’è poi un ulteriore aspetto che merita di essere denunciato. È ormai una sorta di predica inutile la richiesta di avere a disposizione un maggior numero di ispettori. A parte il fatto che non è facile reperire personale con adeguate competenze è bene che si sappia che, nella precedente gestione di Bruno Giordano, il presidente dell’INL che venne sostituito dal governo Meloni, nonostante i risultati positivi conseguiti, furono banditi negli ultimi mesi del 2021 tre concorsi per ispettori ordinari e amministrativi per un totale di 1.400 posti, tutti assunti tra aprile e settembre 2022.

 

A febbraio 2022 fu bandito un concorso per 1.149 ispettori tecnici che venne espletato nell’ottobre con graduatoria definitiva nel dicembre dello stesso anno. Questi inserimenti sono stati effettuati dal nuovo direttore, dopo alcuni mesi, nel corso del 2023. Nel frattempo molti avevano rinunciato. Per chi scrive resta un mistero (ben poco glorioso) osservare che nel dibattito sugli infortuni non si fa quasi mai riferimento alle norme (d.lgs. n.81/2008 e successive modifiche) che assegnano delle funzioni essenziali ai rappresentanti dei lavoratori in azienda o a livello del territorio. È prevista un’intera Sezione (la VII) dove sono indicate forme di consultazione e partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori eleggibili in tutte le aziende anche se piccole. I poteri di questi lavoratori sono effettivi; possono disporre senza perdere la retribuzione del tempo necessario per svolgere i loro compiti e soprattutto il rappresentante “può fare ricorso alle autorità competenti qualora ritenga che le misure di prevenzione e protezione dai rischi adottate dal datore di lavoro o dai dirigenti e i mezzi impiegati per attuarle non siano idonei a garantire la sicurezza e la salute durante il lavoro”. Ma questi rappresentanti dei lavoratori corrono rischi di rappresaglia? Può darsi, ma sono in grado di difendersi, sulla base delle tutele sono già previste dal TU: “Chi è chiamato dagli altri lavoratori a svolgere tale funzione non può subire pregiudizio alcuno a causa dello svolgimento della propria attività e nei suoi confronti si applicano le stesse tutele previste dalla legge per le rappresentanze sindacali”.  

 

Giuliano Cazzola

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