Perchè in Italia aumenta il lavoro irregolare*
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro
| di Francesco Seghezzi
Nel 2024 il lavoro irregolare in Italia è cresciuto del 4,6%, quasi tre volte più di quello regolare, superando 3,2 milioni di unità. Il fenomeno colpisce soprattutto lavoro dipendente, servizi alla persona, agricoltura, commercio, ristorazione e costruzioni, alimentato da fragilità economiche e produttive. Resta da chiarire l’impatto del superamento del Reddito di cittadinanza.
Le analisi e il dibattito sul mercato del lavoro in Italia si concentrano, giustamente, sui dati particolarmente positivi degli ultimi trimestri, che raccontano di una crescita costante. Occorre però dedicare attenzione anche alle ombre che altri dati mostrano, in particolare relativamente ad una delle storiche piaghe del nostro Paese: il lavoro irregolare. Negli scorsi giorni Istat ha diffuso il suo aggiornamento sull’economia non osservata, dal quale emerge che nel 2024 le unità di lavoro irregolari sono aumentate del 4,6%, quasi tre volte il ritmo di crescita di quelle regolari, fermo all’1,6%. In termini assoluti parliamo di 3 milioni e 277mila unità di lavoro irregolari, 145mila in più rispetto al 2023 e quasi 300mila in più rispetto al 2021. Il tasso di irregolarità, dopo essere sceso al 12,5% nel 2022, è tornato a salire raggiungendo il 13,1%. Si tratta di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, non di singoli occupati, una distinzione utile per comprendere la dimensione del fenomeno. Colpisce soprattutto la componente dipendente, che conta quasi 2,4 milioni di unità irregolari ed è cresciuta del 5,4% nell’ultimo anno, contro il 2,7% del lavoro indipendente. Il tasso di irregolarità dei dipendenti, pari al 13,2%, supera così quello degli indipendenti, attestato al 12,7%. Sono trend preoccupanti e mostrano una crescita marcata che svela come questa enorme criticità del mercato del lavoro italiano sia lontana dall’essere risolta e come possa muoversi parallelamente a una crescita dell’occupazione regolare.
La distribuzione settoriale aiuta a comprendere meglio la natura del problema. Negli altri servizi alle persone il tasso di irregolarità raggiunge addirittura il 41,4%, in aumento di quasi un punto rispetto all’anno precedente. È il comparto nel quale pesa particolarmente il lavoro domestico e nel quale la domanda proviene spesso direttamente dalle famiglie. Seguono l’agricoltura con il 18,4%, il commercio, i trasporti, l’alloggio e la ristorazione con il 15,5% e le costruzioni con il 13,6%. Questi ultimi due comparti, insieme all’agricoltura, registrano incrementi del tasso di irregolarità particolarmente marcati. L’industria in senso stretto presenta invece un’incidenza del 6%. Una concentrazione che richiama alcune caratteristiche strutturali della nostra economia: la frammentazione delle attività produttive, la diffusione di servizi ad alta intensità di lavoro, la presenza di una domanda particolarmente sensibile al prezzo e la difficoltà di organizzare e controllare prestazioni svolte in contesti molto dispersi.
Non si può naturalmente ricavare da questi numeri una spiegazione univoca delle cause dell’irregolarità. Ma sarebbe riduttivo considerarla soltanto come il risultato di comportamenti individuali opportunistici o di controlli insufficienti. In alcuni comparti il ricorso al lavoro irregolare sembra inserirsi in equilibri economici nei quali prezzi bassi, margini contenuti e scarsa organizzazione del lavoro finiscono per alimentarsi reciprocamente. Il caso dei servizi domestici è particolarmente indicativo perché coinvolge direttamente le possibilità economiche delle famiglie e l’organizzazione del sistema di cura. Le conseguenze sono serie perché l’irregolarità introduce una forma di concorrenza che penalizza le imprese che rispettano gli obblighi contributivi e contrattuali, e riduce la capacità della contrattazione collettiva di incidere sulle condizioni effettive di lavoro.
C’è un ultimo elemento che merita quantomeno di essere citato. La ripresa del lavoro irregolare coincide temporalmente con il progressivo superamento del Reddito di cittadinanza, avviato nel 2023 e completato nel 2024. La perdita di un sostegno economico potrebbe aver ridotto la possibilità, per una parte dei lavoratori più fragili, di rifiutare occupazioni irregolari e scarsamente retribuite. Ma il rapporto potrebbe funzionare anche nella direzione opposta, perché l’eliminazione del sussidio riduce l’incentivo a nascondere redditi da lavoro per conservarne il diritto. I dati disponibili non consentono di distinguere questi effetti, né di stabilire un rapporto causale. Resta però una questione che meriterebbe attenzione, anche per valutare le conseguenze delle politiche di contrasto alla povertà sul funzionamento effettivo del mercato del lavoro.
Bollettino ADAPT 26 ottobre 2026, n. 38
Presidente ADAPT
*Articolo pubblicato anche su Il Sole 24 Ore il 20 ottobre 2026
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