L’Italia migliora, ma non converge: il mercato del lavoro nel confronto europeo

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Francesco Seghezzi

Il mercato del lavoro italiano migliora dopo la pandemia, ma resta distante dagli standard europei. L’occupazione cresce, ma non converge, frenata da alta inattività, bassa partecipazione femminile e difficoltà per giovani e lavoratori maturi. Il problema è strutturale: il lavoro coinvolge ancora una quota troppo limitata della popolazione. Senza politiche che amplino la partecipazione, i progressi restano reali ma insufficienti a colmare il divario con l’Europa.

Un miglioramento reale, ma da contestualizzare

Negli ultimi anni, e in particolare dalla ripartenza successiva alla crisi pandemica, il mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali indubbiamente positivi. L’occupazione è cresciuta, la disoccupazione si è ridotta e il Paese ha recuperato una parte del terreno perduto nella lunga fase di debolezza che aveva preceduto e accompagnato la pandemia. Sarebbe però un errore trasformare questo miglioramento in una narrazione eccessivamente ottimistica. Il punto non è negare i progressi, che sono reali, ma interpretarli dentro il contesto appropriato: quello del confronto europeo.

Nel medesimo arco temporale, infatti, anche gran parte delle economie dell’Unione ha migliorato i propri indicatori occupazionali, spesso partendo da livelli già più elevati rispetto a quelli italiani. Di conseguenza, il recupero registrato dall’Italia non si è tradotto in una vera convergenza. Il Paese migliora in assoluto, ma la sua posizione relativa resta sostanzialmente ferma. Questo è il primo nodo interpretativo: l’Italia non è più nel pieno di una fase acuta di crisi del lavoro, ma continua a collocarsi stabilmente nella parte bassa della graduatoria europea, confermando una distanza strutturale rispetto ai sistemi più inclusivi, dinamici e capaci di attivare il potenziale occupazionale disponibile.

Il tasso di occupazione come misura della normalità del lavoro

L’indicatore più immediato per cogliere questa distanza è il tasso di occupazione. Nel quarto trimestre del 2025 l’Italia si ferma al 62,4%, quasi nove punti sotto la media dell’Unione europea, pari al 71,1%. Il divario diventa ancora più evidente se il confronto viene esteso ai paesi che guidano stabilmente la classifica europea, come Paesi Bassi, Malta, Germania, Islanda e molti paesi nordici, dove il tasso di occupazione si colloca tra il 75% e oltre l’80%. Una distanza di questa portata non può essere letta come una semplice differenza quantitativa: rinvia a una diversa struttura del mercato del lavoro e, più in profondità, a un diverso rapporto tra società e lavoro.

Nei paesi ad alta occupazione il lavoro costituisce la condizione ordinaria lungo gran parte del ciclo di vita adulto. In altri termini, la partecipazione al mercato del lavoro rappresenta la regola e non l’eccezione. In Italia, invece, il lavoro continua a coinvolgere una quota troppo limitata della popolazione in età attiva. Questo significa che il problema non riguarda soltanto il numero di posti disponibili, ma la capacità complessiva del sistema economico e sociale di fare del lavoro una condizione diffusa, stabile e accessibile. Un tasso di occupazione basso implica infatti non solo minore produzione e minore reddito, ma anche carriere contributive più fragili, minore autonomia economica delle famiglie, maggiore dipendenza dalle reti informali e una base fiscale più ristretta su cui sostenere il welfare.

La disoccupazione, da sola, non basta a descrivere il problema

Se ci si fermasse al solo tasso di disoccupazione, il quadro italiano potrebbe apparire meno problematico di quanto non sia in realtà. Nel quarto trimestre del 2025 la disoccupazione si colloca al 5,7%, leggermente al di sotto della media europea del 6,0%. Considerato isolatamente, questo dato potrebbe perfino suggerire una discreta tenuta del mercato del lavoro italiano. È proprio qui, però, che l’analisi comparata diventa decisiva.

Il tasso di disoccupazione misura, infatti, i disoccupati sul totale delle forze di lavoro, cioè di coloro che un lavoro ce l’hanno oppure lo cercano attivamente. Ne deriva una conseguenza importante: un valore relativamente basso può coesistere con un mercato del lavoro debole, quando la platea di chi partecipa è ridotta. In Italia, dunque, la disoccupazione non particolarmente elevata non segnala necessariamente un sistema capace di creare occasioni diffuse, ma può riflettere anche una partecipazione troppo bassa. In altre parole, il problema principale non è soltanto quanti sono i disoccupati in senso stretto, ma quanti restano fuori dal mercato del lavoro prima ancora di poter essere classificati come tali.

L’inattività come vero indicatore della specificità italiana

È il tasso di inattività a rendere visibile questa specificità con la massima chiarezza. Il 33,9% della popolazione tra i 15 e i 64 anni è fuori dal mercato del lavoro: si tratta del valore peggiore in Europa, superiore di quasi dieci punti alla media dell’Unione, pari al 24,4%, e vicino ai livelli di Romania e Grecia, che condividono con l’Italia alcune delle più marcate fragilità sul versante della partecipazione. Questo dato è probabilmente il più rivelatore di tutti, perché mostra che la debolezza italiana non si esprime soltanto nella scarsità di occupazione, ma nella ridotta capacità di mobilitare lavoro potenziale.

L’inattività è una categoria eterogenea: comprende studenti, persone impegnate nel lavoro di cura, individui scoraggiati, persone con limitazioni di salute, soggetti in transizione e altri ancora. Tuttavia, quando la sua dimensione diventa così ampia, non può più essere interpretata come un dato fisiologico. Diventa il segnale di un mercato del lavoro che lascia ai margini una quota troppo elevata di popolazione in età lavorativa. In molti paesi europei il problema centrale riguarda il matching tra domanda e offerta di lavoro, cioè l’incontro tra imprese e lavoratori. In Italia, prima ancora, riguarda l’ampiezza stessa dell’offerta attiva: una parte troppo consistente della popolazione non è occupata, ma non è neppure dentro il mercato del lavoro in senso pieno. Per questo la bassa disoccupazione italiana non può essere letta come un segnale di salute comparabile a quello di altri paesi: riflette almeno in parte una compressione della partecipazione.

Se si osservano insieme tasso di occupazione, disoccupazione e inattività, emerge un tratto distintivo del caso italiano. L’Italia non si caratterizza per una disoccupazione eccezionalmente alta, né per i peggiori valori in ogni singolo indicatore. La sua peculiarità sta nella combinazione degli elementi: occupazione bassa, disoccupazione relativamente contenuta, inattività molto elevata. Questa configurazione definisce un mercato del lavoro a bassa intensità partecipativa. Il sistema, cioè, non riesce a trasformare una quota sufficiente della popolazione in età attiva in popolazione effettivamente attiva e occupata.

Questa lettura aiuta anche a evitare un equivoco frequente. L’Italia non è oggi il simbolo di una crisi aperta del lavoro nel senso più immediato del termine. Non è un mercato del lavoro collassato, immobile o incapace di generare qualunque miglioramento. Al contrario, negli ultimi anni ha mostrato segnali positivi. Ma la sua debolezza strutturale consiste in una mobilitazione incompleta del potenziale disponibile. Il lavoro cresce, ma non si estende socialmente quanto dovrebbe. E finché resta così ristretta la base della partecipazione, ogni progresso tende a essere reale ma insufficiente, significativo ma non trasformativo.

Il confronto con il Nord e con l’Europa centro-orientale

Questo tratto distingue nettamente l’Italia sia dai paesi del Nord sia da molte economie dell’Europa centro-orientale. Nei sistemi nordici, anche quando il mercato del lavoro presenta una certa volatilità o livelli non trascurabili di mobilità occupazionale, la sua caratteristica fondamentale resta l’elevata inclusione. Si entra più facilmente, si resta più facilmente e si rientra più facilmente. L’occupazione è alta non soltanto perché esiste domanda di lavoro, ma perché la partecipazione è sostenuta da un’architettura istituzionale che rende il lavoro compatibile con i diversi passaggi del ciclo di vita: servizi di cura, politiche attive, formazione continua, organizzazione dei tempi, sostegno alle transizioni.

Anche diversi paesi dell’Est europeo mostrano che bassi livelli di disoccupazione possono convivere con mercati del lavoro più inclusivi di quello italiano, proprio perché si accompagnano a una partecipazione più ampia. Il confronto, dunque, mette in evidenza che il nodo italiano non è solo quanta occupazione si produce, ma quanta popolazione si riesce a coinvolgere. Più che un problema esclusivamente congiunturale, si tratta di una questione di struttura: il mercato del lavoro italiano continua a essere meno capace di attrarre, trattenere e valorizzare le energie disponibili.

La questione femminile come centro del ritardo italiano

La dimensione di genere mostra con particolare nettezza che il deficit italiano non è distribuito uniformemente, ma si concentra in modo marcato. Il tasso di occupazione femminile, pari al 53,8%, colloca l’Italia nelle ultime posizioni europee. Il divario rispetto alla media dell’Unione e, ancora di più, rispetto ai paesi leader, è troppo ampio per essere attribuito a fattori temporanei o puramente ciclici. Siamo di fronte a un tratto strutturale del modello italiano di partecipazione, che continua a dipendere in misura decisiva da una presenza femminile nel mercato del lavoro molto più debole rispetto agli standard europei.

Il divario con l’occupazione maschile supera i 17 punti percentuali, e anche questo è un dato che segnala una distanza profonda dai sistemi più avanzati, dove la forbice di genere è generalmente più contenuta. Ma il punto più importante è un altro: la fragilità occupazionale italiana è in larga misura la somma di una persistente debolezza femminile. Nei paesi che guidano le classifiche europee, l’alta occupazione non si spiega solo con la forza della domanda di lavoro o con la qualità del sistema produttivo, ma anche con la capacità di incorporare stabilmente le donne nel mercato del lavoro. In Italia, al contrario, il basso tasso di occupazione complessivo deriva anche da una base partecipativa ristretta nella quale il contributo femminile resta troppo limitato.

Leggere la questione femminile come un capitolo particolare o laterale del mercato del lavoro italiano sarebbe, però, un errore. Si tratta invece del cuore del problema. Senza un forte aumento della partecipazione femminile, è molto difficile immaginare una riduzione significativa del divario che separa l’Italia dall’Europa. Il lavoro delle donne non è solo una variabile di equità o di inclusione; è anche una variabile macroeconomica, demografica e sociale. Più occupazione femminile significa maggiore capacità produttiva, maggiore autonomia economica, minore vulnerabilità dei nuclei familiari, più contribuzione al sistema di protezione sociale e, più in generale, una diversa distribuzione delle opportunità lungo il ciclo di vita.

Dietro la debolezza dell’occupazione femminile si intrecciano fattori molteplici: la distribuzione dei carichi di cura, la disponibilità e il costo dei servizi per l’infanzia e per la non autosufficienza, i modelli organizzativi del lavoro, le disuguaglianze territoriali, la qualità delle opportunità offerte e, in alcuni contesti, persistenze culturali che continuano a rendere meno lineare la partecipazione delle donne. Qualunque sia il peso relativo di questi fattori, il risultato è chiaro: l’Italia continua a sottoutilizzare una componente decisiva del proprio potenziale di lavoro. Per questo il divario di genere non è un aspetto accessorio del ritardo italiano; ne è una delle espressioni più profonde.

I giovani: ingresso tardivo e integrazione incompleta

L’analisi per età rafforza ulteriormente l’idea che il problema italiano attraversi l’intero ciclo di vita lavorativo. Tra i 15 e i 39 anni il tasso di occupazione si colloca intorno al 50,3%, il livello più basso in Europa, nettamente distante dalla media dell’Unione e lontanissimo dai paesi più dinamici, che superano l’80%. Il tema, qui, non è solo la difficoltà di trovare un primo lavoro. È la lentezza con cui il lavoro diventa una condizione ordinaria e diffusa nella fase iniziale dell’età adulta.

Questo ritardo produce effetti cumulativi molto profondi. Posticipa l’autonomia economica, ritarda l’uscita dalla famiglia di origine, indebolisce le traiettorie contributive, rende più discontinue le carriere e riduce l’accumulazione di competenze ed esperienza nei primi anni cruciali della vita lavorativa. Inoltre, un ingresso lento e intermittente nel mercato del lavoro tende a produrre effetti di lungo periodo che vanno oltre l’occupazione in senso stretto: incide sulle scelte familiari, sulla natalità, sulla mobilità sociale e, non di rado, alimenta processi di emigrazione o di disinvestimento soggettivo rispetto al lavoro stesso. Nei paesi più forti, il passaggio tra istruzione e occupazione è mediamente più rapido e più strutturato; in Italia, invece, quel passaggio resta più fragile, più tardivo e più esposto alla dispersione.

Per comprendere davvero il ritardo giovanile italiano non basta misurare se i giovani lavorano oppure no. Occorre considerare anche come entrano, con quale continuità, con quale prospettiva di stabilizzazione e con quale possibilità di crescita. Un mercato del lavoro può assorbire giovani in modo statisticamente visibile ma farlo attraverso transizioni lente, frammentate o poco qualificanti. Da questo punto di vista, la difficoltà italiana non sembra riguardare soltanto l’accesso iniziale, ma la costruzione di percorsi professionali solidi nella prima parte della vita adulta.

In un sistema ad alta occupazione, i primi anni di carriera sono la fase in cui il legame con il lavoro si consolida. In Italia, al contrario, questa fase resta troppo spesso segnata da attese, interruzioni, passaggi deboli tra formazione e impiego, inserimenti lenti e opportunità diseguali. Il risultato è che il mercato del lavoro fatica a trasformare i giovani in lavoratori pienamente integrati e non riesce, quindi, a utilizzare con sufficiente intensità il potenziale generazionale disponibile.

Lavoratori maturi e anziani: una crescita ancora incompleta

Il problema, però, non si esaurisce all’inizio della carriera. Anche nella fascia 50-74 anni l’Italia resta sotto la media europea, con un tasso di occupazione del 48,7% contro un dato dell’Unione intorno al 51%. Si tratta di un risultato che va letto con attenzione, perché negli ultimi anni, e più in generale nell’ultimo decennio, la partecipazione dei lavoratori più maturi è cresciuta in modo significativo. Ciò nonostante, il ritardo rispetto all’Europa non è stato colmato.

Questo aspetto è particolarmente rilevante in un paese che invecchia rapidamente. Se una quota crescente della popolazione appartiene alle età più mature, la capacità di mantenere le persone al lavoro più a lungo diventa una variabile strategica per la sostenibilità economica e sociale. Il tema, tuttavia, non può essere ridotto alla sola permanenza anagrafica. Conta la qualità dell’invecchiamento lavorativo: formazione continua, aggiornamento delle competenze, condizioni di salute, organizzazione del lavoro, adattabilità delle mansioni, transizioni graduali verso le fasi finali della vita professionale. Un mercato del lavoro che fatica a valorizzare i lavoratori maturi perde esperienza, produttività e capacità di tenuta demografica.

La temporaneità: un dato da interpretare senza semplificazioni

La quota di lavoro temporaneo aggiunge un ulteriore elemento alla lettura del caso italiano. Con il 12,9%, l’Italia si colloca sostanzialmente in linea con la media europea e in marcato calo rispetto agli anni precedenti. A prima vista, questo potrebbe suggerire un miglioramento automatico della qualità dell’occupazione. In realtà il dato va interpretato con cautela, perché sembra riflettere soprattutto una trasformazione nella composizione interna dell’occupazione più che un mutamento radicale del modello del mercato del lavoro.

Negli ultimi anni, infatti, la crescita occupazionale è stata accompagnata da un rafforzamento dei rapporti a tempo indeterminato, mentre l’incidenza dei contratti a termine si è ridotta in termini relativi. Questo può essere letto come l’effetto di un riequilibrio interno: in una fase in cui la disponibilità di forza lavoro si restringe e per alcune imprese diventa più difficile reperire personale, aumenta l’incentivo a stabilizzare i rapporti esistenti. Il minor peso del lavoro temporaneo, dunque, non segnala necessariamente una riduzione della flessibilità in senso forte, né implica automaticamente un ampliamento della base occupazionale. Indica piuttosto che, dentro un mercato del lavoro ancora strutturalmente debole sul fronte della partecipazione, si è rafforzata la stabilità relativa di una parte dei rapporti già attivi.

C’è poi un punto ulteriore che merita di essere evidenziato. La qualità dell’occupazione non può essere letta soltanto attraverso la distinzione tra contratti stabili e contratti temporanei. Anche un mercato del lavoro con meno lavoro a termine può continuare a presentare criticità rilevanti in termini di basse retribuzioni, scarsa crescita professionale, part-time non sempre scelto, debole investimento in competenze e limitate prospettive di produttività. Per questo, nel confronto europeo, la diminuzione della temporaneità in Italia va collocata dentro un quadro più ampio.

Nei paesi ad alta occupazione, quote anche consistenti di lavoro temporaneo possono convivere con sistemi complessivamente dinamici e inclusivi, perché il lavoro è diffuso e le transizioni sono spesso accompagnate da istituzioni robuste. In Italia, invece, la riduzione della temporaneità interviene dentro un mercato che resta segnato da una partecipazione complessiva insufficiente. Il calo dei contratti a termine, quindi, è un elemento positivo ma non decisivo: rafforza la stabilità di una parte dell’occupazione esistente, senza modificare in profondità il tratto distintivo del sistema, che resta la limitata estensione sociale del lavoro.

Il dato nazionale nasconde anche forti squilibri territoriali

Accanto alle differenze di genere e di età, c’è un ulteriore elemento che contribuisce a spiegare il ritardo italiano: la forte eterogeneità territoriale. Il dato nazionale, infatti, non descrive un mercato del lavoro omogeneo, ma la media di realtà molto diverse tra loro. In alcune aree del Centro-Nord l’Italia si avvicina maggiormente agli standard europei; in molte aree del Mezzogiorno, invece, la distanza resta molto più ampia. Questo vale in particolare per l’occupazione femminile, per la partecipazione giovanile e per i livelli di inattività.

Ciò significa che il problema italiano non è soltanto nazionale, ma anche interno al paese. L’Italia contiene al proprio interno mercati del lavoro differenti per opportunità, struttura produttiva, disponibilità di servizi, capacità istituzionale e densità delle reti economiche. Questa frattura territoriale non riduce il significato del dato nazionale, anzi lo approfondisce: mostra che la debolezza occupazionale italiana è alimentata da un dualismo persistente che rende più difficile qualsiasi convergenza europea. Senza una riduzione dei divari territoriali, anche i miglioramenti complessivi rischiano di restare parziali e concentrati.

L’Italia cresce, ma non converge

È a questo punto che la posizione italiana nel quadro europeo può essere definita con maggiore precisione. L’Italia non è il paese con la disoccupazione più elevata, né quello con la quota più alta di lavoro temporaneo, né quello con il peggior risultato in ciascun singolo indicatore. La sua specificità sta nella combinazione dei fattori: occupazione bassa, inattività molto elevata, forte debolezza femminile, difficoltà nell’integrazione dei giovani, ritardo ancora presente nella permanenza dei lavoratori maturi, forti disuguaglianze territoriali. Presi insieme, questi elementi definiscono un modello di mercato del lavoro che resta meno inclusivo della media europea.

Per questo, limitarsi a osservare che il numero degli occupati cresce o che la disoccupazione diminuisce porta a una lettura parziale. Il punto vero è che l’Italia cresce, ma non converge. Migliora in termini assoluti, ma non riduce in modo sostanziale la distanza rispetto ai paesi europei più forti. In una fase in cui gran parte dell’Europa ha rafforzato l’occupazione, migliorare non basta: occorre migliorare più rapidamente della media, oppure intervenire precisamente sui nodi che bloccano la partecipazione. Se questo non avviene, il rischio è quello di scambiare un recupero congiunturale per una trasformazione strutturale che, in realtà, non si è ancora prodotta.

Una questione di attivazione del potenziale inutilizzato

In questa prospettiva, la questione italiana appare soprattutto come una questione di attivazione del potenziale di lavoro inutilizzato. Il ritardo del paese si concentra proprio nelle aree in cui il mercato del lavoro dovrebbe espandersi per avvicinarsi agli standard europei: occupazione femminile, inserimento dei giovani, permanenza dei lavoratori più anziani, riduzione dell’area dell’inattività, riequilibrio territoriale. È lì che si misura la vera distanza dall’Europa, ed è lì che si gioca la possibilità di una convergenza reale.

Questo implica anche una conseguenza importante sul piano delle politiche. Il nodo centrale non è soltanto creare più posti di lavoro in senso generico, ma rendere il lavoro una condizione normale e realisticamente accessibile per una quota molto più ampia della popolazione. Ciò rinvia a politiche del lavoro, certo, ma anche a politiche educative, territoriali, familiari, fiscali e di welfare. Senza servizi che sostengano la partecipazione, senza transizioni scuola-lavoro più solide, senza strumenti che aiutino il rientro e la permanenza nel lavoro, senza una maggiore capacità di accompagnare le diverse fasi del ciclo di vita, il mercato del lavoro italiano continuerà a migliorare solo entro limiti stretti.

Conclusione

Il quadro comparato del quarto trimestre del 2025 restituisce dunque un’immagine duplice. Da un lato, l’Italia ha effettivamente migliorato i propri risultati e sarebbe sbagliato non riconoscerlo. Dall’altro, quei progressi non hanno modificato in profondità la collocazione del paese nello spazio europeo. L’Italia continua a restare intrappolata in un equilibrio fragile: pochi occupati rispetto al potenziale disponibile, pochi disoccupati solo in apparenza, troppi inattivi, partecipazione femminile insufficiente, integrazione giovanile lenta, estensione incompleta del lavoro lungo l’intero corso della vita, forti squilibri territoriali.

È questa combinazione, più ancora del singolo indicatore, a spiegare perché il paese resti nelle retrovie europee nonostante i progressi degli ultimi anni. Il problema italiano, in fondo, non è soltanto la quantità di lavoro prodotta, ma la sua insufficiente estensione sociale. Finché il lavoro non diventerà una condizione molto più diffusa tra donne, giovani, lavoratori maturi e territori oggi più fragili, il miglioramento resterà reale ma incompleto. Ed è precisamente in questa distanza tra miglioramento e convergenza che si colloca, oggi, la specificità del caso italiano.

Bollettino ADAPT 13 aprile 2026, n. 14

Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
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