La revisione della CSRD e CSDDD: arriva la posizione della Commissione JURI del Parlamento UE

Interventi ADAPT

| di Sara Prosdocimi

Bollettino ADAPT 20 ottobre 2025, n. 36

Con 17 voti favorevoli, 6 contrari e 2 astensioni, la Commissione Affari Legali del Parlamento europeo ha approvato lo scorso lunedì 13 ottobre la propria posizione su una serie di modifiche ai requisiti di rendicontazione sulla sostenibilità e di due diligence per le aziende. Secondo il relatore Jörgen Warborn (PPE, SE), il voto conferma il sostegno della Commissione all’obiettivo della semplificazione: la finalità è infatti garantire maggiore prevedibilità alle aziende europee, riducendo i costi, rafforzando la competitività e sostenendo al contempo la transizione verde dell’Europa.

La posizione è stata adottata nel contesto del pacchetto di semplificazione presentato dalla Commissione europea il 26 febbraio 2025 noto come Omnibus I, un insieme di proposte legislative volte a ridurre gli oneri amministrativi e semplificare l’applicazione di norme esistenti per le imprese. Il pacchetto comprendeva, tra l’altro, norme volte a rendere più proporzionati gli obblighi di due diligence e di rendicontazione sulla sostenibilità (Direttiva 2024/1760/UE – CSDDD e Direttiva 2022/2464/UE – CSRD), nonché un dossier che posticipava l’applicazione di tali obblighi per alcune categorie di imprese, approvato dal Parlamento europeo con procedura d’urgenza nell’aprile 2025, garantendo alle aziende più tempo per adeguarsi alle nuove regole senza compromettere gli obiettivi di trasparenza e responsabilità (il riferimento è alla Direttiva 2025/794/UE – Stop the Clock).

La semplificazione delle norme UE è, quindi, diventata una priorità strategica per il Parlamento europeo. Gli eurodeputati hanno, infatti, più volte sottolineato la necessità di rivedere e snellire il complesso quadro normativo dell’UE, al fine di ridurre gli oneri amministrativi e burocratici per le imprese, in particolare per le PMI, senza compromettere la qualità dei requisiti in materia di sostenibilità e diritti umani. In questo contesto, dunque, si inserisce la posizione della Commissione Affari Legali del Parlamento europeo.

Con riferimento ai contenuti, in primo luogo, la Commissione JURI propone di restringere ulteriormente l’ambito di applicazione della CSRD. Secondo le regole pre-omnibus, la rendicontazione di sostenibilità era infatti richiesta alle imprese con oltre 250 dipendenti e 40 milioni di euro di fatturato o 20 milioni di bilancio. La proposta di JURI mira a circoscrivere ancora di più i soggetti coinvolti: la rendicontazione (comprese le divulgazioni relative alla tassonomia europea) sarà obbligatoria solo per le imprese con più di 1.000 dipendenti e un fatturato superiore a 450 milioni di euro. Questo cambiamento riduce, quindi, il numero di aziende sottoposte all’obbligo (circa l’80% delle aziende inizialmente previste dalla direttiva), concentrando l’attenzione sulle imprese più grandi e rilevanti dal punto di vista ambientale e sociale. Per quanto riguarda invece le società extra-UE, saranno incluse nel campo di applicazione le società con: un fatturato annuo netto superiore a 450 milioni di EUR generato nell’UE (in linea con la proposta originale della Commissione); una filiale o sussidiaria dell’UE con un fatturato annuo netto superiore a 450 milioni di EUR (in aumento rispetto alla proposta originale della Commissione).

Per le imprese escluse dalla CSRD, la rendicontazione resta invece volontaria. Inoltre, le grandi aziende non dovranno richiedere dati aggiuntivi alle PMI oltre gli standard volontari, garantendo così un approccio proporzionato e meno oneroso per le imprese di più piccole dimensioni. In particolare, le società che rientrano nel campo di applicazione della rendicontazione potranno richiedere informazioni sulla sostenibilità alle entità della catena del valore con meno di 1.000 dipendenti e un fatturato netto di 450 milioni di euro solo se: tali informazioni sono incluse negli standard volontari di rendicontazione della sostenibilità, o tali informazioni sulla sostenibilità sono comunemente condivise nel settore di riferimento. Ciò, secondo il Parlamento UE, dovrebbe favorire una maggiore flessibilità nel reporting e incentivare le imprese a iniziare un percorso volontario di sostenibilità prima del raggiungimento delle soglie obbligatorie.

La proposta rende, inoltre, volontaria la rendicontazione settoriale, riducendo il numero complessivo di punti dati. Le aziende si dovranno quindi concentrare principalmente su indicatori quantitativi piuttosto che su informative narrative dettagliate. In particolare, la proposta della Commissione JURI favorisce l’uso di indicatori misurabili, modelli standardizzati di reporting e una maggiore chiarezza nella struttura dei documenti di rendicontazione, permettendo quindi alle imprese di concentrare risorse e competenze sui dati più rilevanti. Per supportare la conformità e la coerenza, la Commissione europea creerà un portale digitale integrato con il Punto di Accesso Unico Europeo (ossia una piattaforma online contenente le informazioni finanziarie e non finanziarie riguardanti le imprese e i prodotti di investimento dell’UE disponibili al pubblico. Il riferimento è al Regolamento 2023/2859/UE). Questa piattaforma online fornirà gratuitamente modelli, linee guida e informazioni pertinenti per semplificare la rendicontazione aziendale.

Anche con riferimento alla CSDDD, mentre la proposta originaria della Commissione non prevedeva alcuna modifica all’ambito di applicazione, la commissione JURI prevede l’aumento delle soglie sia per le società UE che per quelle extra UE (in linea con quanto previsto per la CSRD). Nello specifico, solo le imprese con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 1,5 miliardi di euro dovranno conformarsi, insieme alle grandi imprese straniere operanti all’interno dell’UE con un fatturato netto annuo superiore a 1,5 miliardi di EUR nel territorio comunitario. Le aziende più piccole, che in precedenza erano tenute ad attuare la due diligence lungo tutta la loro catena di fornitura, sono ora escluse.

Un altro cambiamento fondamentale è il passaggio da un approccio di due diligence universale a uno basato sul rischio: nello specifico, invece di richiedere sistematicamente informazioni a tutti i partner commerciali, le aziende saranno ora tenute a richiederle solo in presenza di un rischio plausibile di impatto negativo sui diritti umani o sull’ambiente. In altre parole, in linea con i Principi guida delle Nazioni Unite sui diritti umani, la proposta della Commissione JURI richiede alle aziende di definire l’ambito della propria due diligence utilizzando informazioni ragionevolmente disponibili, al fine di individuare le aree in cui gli impatti negativi sono più probabili e significativi, sia nelle proprie operazioni, sia in quelle delle controllate e dei partner commerciali collegati alla catena di attività. Sulla base di questa mappatura, laddove l’azienda abbia motivi di ritenere che tali impatti si siano verificati o possano verificarsi, deve condurre una valutazione più approfondita nelle aree identificate come ad alto rischio. La proposta introduce inoltre limiti alla raccolta di informazioni dai partner commerciali, in particolare per quelli con meno di 5.000 dipendenti.

Rimane, invece, confermato l’obbligo per le aziende di predisporre piani di transizione coerenti con l’Accordo di Parigi, assicurando che le strategie aziendali siano allineate agli obiettivi climatici. Sono state comunque introdotte alcune modifiche: il riferimento alle “azioni di attuazione” è stato rimosso, spostando l’attenzione sull’adozione e la divulgazione del piano di transizione più che sulla sua concreta esecuzione. Similmente, il termine “massimi sforzi” è stato sostituito da “sforzi ragionevoli”, intesi come azioni proporzionate e praticabili per garantire la compatibilità con la transizione verso un’economia sostenibile secondo l’Accordo di Parigi, senza dover mobilitare tutti i mezzi possibili. È stato, inoltre, eliminato il riferimento esplicito a “1,5 °C” e agli obiettivi intermedi e di neutralità climatica al 2050 previsti dalla legge UE sul clima, mantenendo però alcuni requisiti progettuali obbligatori dei piani, in contrasto con la proposta del Consiglio che li rendeva facoltativi. I piani dovranno, quindi, includere obiettivi concreti di riduzione delle emissioni, misure operative, tempistiche definite e monitoraggio periodico, favorendo una transizione graduale ma verificabile verso modelli produttivi sostenibili. Proprio con riferimento al monitoraggio e al miglioramento dei piani, la Commissione JURI ha invece mantenuto nella propria proposta l’obbligo di aggiornare i piani ogni 12 mesi, corredati da una sintesi dei progressi compiuti. Ancora, per quanto riguarda la vigilanza, le autorità sono chiamate a supervisionare l’adozione dei piani, non la loro attuazione o progettazione, tenendo conto delle difficoltà nella stima delle future emissioni, dell’efficacia e disponibilità delle tecnologie e delle azioni di mitigazione, e della complessità e natura evolutiva della transizione climatica. Infine, a differenza del Consiglio, non è previsto alcun periodo di grazia per l’adozione obbligatoria del piano.

La proposta elimina, infine, la responsabilità civile a livello UE: le aziende che violano le norme sulla due diligence saranno quindi soggette a sanzioni solamente ai sensi delle leggi nazionali, sanzioni in ogni caso limitate al 5% del fatturato globale. In questo senso, il Comitato sottolinea l’importanza di strumenti di monitoraggio e audit efficaci per garantire la conformità e la trasparenza, senza creare ostacoli eccessivi alla competitività delle imprese.

Il mandato della commissione JURI passa ora alla votazione plenaria prevista per il 20 ottobre. Se approvato, i negoziati interistituzionali tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione inizieranno il 24 ottobre (infatti, il Consiglio aveva già concordato la sua posizione negoziale, nota anche come “approccio generale”, il 23 giugno 2025). Gli osservatori prevedono l’adozione definitiva del pacchetto Omnibus I entro la fine del 2025 o l’inizio del 2026.

Per le aziende ancora soggette a CSRD e CSDDD, la fase successiva si concentrerà quindi sull’adattamento dei sistemi al formato di reporting semplificato, mentre le imprese di medie e piccole dimensioni che non raggiungono le nuove soglie potranno ora riconsiderare se continuare con l’informativa volontaria o meno. Nel frattempo, le autorità di regolamentazione e i governi nazionali dovranno chiarire le norme di applicazione e garantirne un’applicazione coerente in tutti gli Stati membri.

In definitiva, il voto del 13 ottobre segna un punto di svolta nell’approccio dell’UE alla sostenibilità aziendale: limitando l’ambito di applicazione, semplificando i requisiti e circoscrivendo la responsabilità, il compromesso della Commissione JURI ridefinisce significativamente la strategia europea in materia di sostenibilità. Resta quindi da verificare come queste modifiche influenzeranno la futura evoluzione normativa nonché l’implementazione pratica di modelli di reporting di sostenibilità e processi di due diligence.

Sara Prosdocimi

Ricercatrice ADAPT Senior Fellow

@ProsdocimiSara