La crisi dell’offerta di lavoro cambia i rapporti tra giovani e anziani*
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro
| di Francesco Seghezzi
Negli ultimi dieci anni il calo della popolazione in età lavorativa ha ridotto l’offerta di lavoro in Italia, modificando anche le dinamiche salariali. I dati INPS mostrano che tra il 2014 e il 2024 i salari degli under 35 sono cresciuti più rapidamente di quelli degli over 50, riducendo il divario generazionale. Demografia, istruzione, cambiamenti settoriali e maggiore mobilità lavorativa contribuiscono a spiegare questo parziale riequilibrio.
Negli ultimi dieci anni il mercato del lavoro italiano ha conosciuto una trasformazione meno visibile di altre, ma probabilmente più strutturale: la progressiva restrizione dell’offerta di lavoro. Non è soltanto una percezione legata alle difficoltà di reperimento denunciate dalle imprese, ma un dato demografico. Tra il 2014 e il 2024 la popolazione tra i 15 e i 64 anni si è ridotta di circa il 4%, passando da quasi 39 milioni a poco più di 37,4 milioni di persone. Meno persone in età attiva significa, a parità di domanda, maggiore tensione sul lato dell’offerta.
In questo quadro diventa interessante osservare che cosa è accaduto alle dinamiche salariali per età. Un indicatore utile in tal senso è l’age wage gap, misurato come differenza percentuale tra la retribuzione media settimanale degli over 50 e quella degli under 35 rapportata al salario dei giovani (utilizzando dati INPS). Nel 2014 il premio salariale degli over 50 era pari al 62,9%, vale a dire che la loro retribuzione media risultava di quasi due terzi superiore a quella dei giovani; nel 2024 è sceso al 48,8%. In dieci anni la distanza si è quindi ridotta di oltre 14 punti percentuali. Il dato è tanto più significativo se si guarda alle dinamiche interne alle due classi di età. Tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni medie settimanali degli under 35 sono cresciute da 369,7 a 437,9 euro, con un aumento del 18,4%. Nello stesso periodo quelle degli over 50 sono passate da 602,4 a 651,5 euro, crescendo quindi dell’8,1%. I salari dei giovani sono quindi aumentati più del doppio rispetto a quelli dei lavoratori senior, comprimendo progressivamente il premio legato all’anzianità. Va ricordato che le stime sono calcolate su retribuzioni medie settimanali, ottenute dividendo il monte retributivo per le settimane lavorate. Questo metodo attenua, ma non elimina, le distorsioni legate a differenze di intensità lavorativa tra classi di età. Tuttavia, la traiettoria discendente del premio salariale dei senior appare troppo costante per essere spiegata solo da effetti statistici.
Non si tratta di un livellamento verso il basso: i salari degli over 50 restano più elevati in valore assoluto. Ma il differenziale si sta riducendo, soprattutto nella fase post-pandemica, quando le difficoltà di reperimento si sono intensificate. È plausibile leggere questa dinamica anche alla luce della crisi dell’offerta di lavoro. In un mercato segnato dall’invecchiamento e dalla contrazione delle coorti più giovani, la scarsità relativa di giovani lavoratori può aver rafforzato il potere contrattuale di questi ultimi, spingendo le imprese a competere anche sul piano salariale per attrarre e trattenere risorse sempre più rare.
Accanto al fattore demografico emergono però altre dinamiche rilevanti. La prima riguarda la composizione dell’occupazione. Negli ultimi anni sono cresciuti i servizi ad alta qualificazione, le professioni tecnico-specialistiche e i ruoli legati alla trasformazione digitale, ambiti nei quali gli under 35 sono spesso sovrarappresentati e nei quali i salari di ingresso risultano più elevati rispetto alla media. Parte dell’aumento retributivo giovanile può quindi riflettere uno spostamento verso segmenti più produttivi e meglio remunerati. La seconda dinamica è legata all’istruzione, pur con livelli ancora molto distanti dalle medie europee, le coorti più giovani presentano livelli di scolarizzazione mediamente superiori rispetto alle generazioni precedenti. L’espansione dell’istruzione terziaria e post-terziaria ha probabilmente innalzato il salario medio di ingresso, contribuendo a ridurre il divario rispetto ai senior. La terza riguarda le trasformazioni delle carriere. In un contesto di maggiore mobilità e di inflazione elevata, chi cambia lavoro tende a negoziare aumenti più consistenti rispetto a chi resta nella stessa posizione. Se i giovani sono più mobili, possono beneficiare più rapidamente di rialzi salariali, mentre i senior restano più esposti a dinamiche interne più lente. Allo stesso tempo, carriere più discontinue possono aver ridotto l’accumulazione di premi legati all’anzianità, comprimendo ulteriormente il differenziale.
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato sulla stagnazione salariale e sulla penalizzazione strutturale dei giovani. I dati più recenti non raccontano un’inversione radicale, ma segnalano un riequilibrio, seppur parziale e circoscritto. La transizione demografica, intrecciandosi con cambiamenti settoriali, educativi e organizzativi, sta producendo effetti redistributivi interni al mercato del lavoro. La crisi dell’offerta non risolve i nodi strutturali del mercato del lavoro italiano, e anzi pone diverse gravi problematiche, ma potrebbe contribuire, insieme ad altri fattori, a sostenere le dinamiche retributive dei lavoratori più giovani e a ridurre un divario generazionale che per lungo tempo è apparso stabile, se non in progressivo ampliamento.
Bollettino ADAPT 16 marzo 2026, n. 11
Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
@francescoseghezz
*Articolo pubblicato anche su Domani con il titolo Lavoro, la crisi dell’offerta riduce i divari salariali tra le generazioni l’11 marzo 2026
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