Il Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, venticinque anni dopo: un bilancio

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Michele Tiraboschi

A venticinque anni dalla presentazione del Libro bianco sul mercato del lavoro di Marco Biagi, resta attuale l’ambizione di costruire un mercato capace di tenere insieme flessibilità e sicurezza. Il bilancio di questi anni mostra però le difficoltà nel tradurre quella visione in un sistema efficace di politiche attive, servizi e protezioni. Rileggerne oggi l’eredità significa interrogarsi su come rendere effettiva la libertà delle persone lungo l’intero percorso lavorativo.

Il 3 ottobre 2001, venticinque anni fa, veniva presentato il Libro bianco sul mercato del lavoro del professor Marco Biagi ampiamente anticipato da una sua relazione presentata il 18 aprile 2001 al comitato scientifico di Confindustria (M. Biagi, Competitività e risorse umane: modernizzare la regolazione dei rapporti di lavoro, in L. Montuschi, M. Tiraboschi, T. Treu, Marco Biagi. Un giurista di progettuale, Giuffrè, 2003).

Rileggerlo oggi (qui per chi interessato: Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità) significa confrontarsi con una proposta che ha segnato il dibattito italiano sulla regolazione del lavoro rispetto a problemi ancora oggi in attesa di risposta e che è stato alla base della legge 14 febbraio 2003, la cosiddetta Legge Biagi.

Il suo grande merito è stato ampliare lo sguardo rispetto a vecchio diritto del lavoro: occuparsi anche di chi un lavoro lo cercava, di chi rischiava di perderlo, di chi doveva imparare un mestiere o affrontare un cambiamento. Donne, giovani, persone escluse dal lavoro regolare. Da qui l’attenzione ai servizi per l’impiego, alla formazione, all’apprendistato e al sostegno nelle transizioni lavorative. L’ambizione era importante: fare della possibilità concreta di lavorare e crescere professionalmente una responsabilità non solo delle istituzioni ma anche delle parti sociali. Il progetto proponeva dunque di tenere insieme le regole dei contratti, la formazione, i servizi per l’impiego e la protezione sociale. È su questa ambizione complessiva che va misurato anche il suo bilancio.

Un merito altrettanto importante riguardava il metodo: la convinta valorizzazione della contrattazione collettiva e della capacità delle parti sociali di costruire regole aderenti alla realtà del lavoro. Il Libro bianco proponeva di superare il centralismo regolatorio e una concezione troppo formale del diritto, affidando a relazioni industriali partecipative e meno conflittuali un ruolo decisivo nel conciliare le esigenze delle imprese e quelle dei lavoratori. La contrattazione diventava così parte della costruzione del mercato del lavoro, anche attraverso la definizione di regole comuni per una corretta concorrenza tra le imprese. Una indicazione di metodo che conserva tutta la sua importanza al pari dell’invito a sviluppare nelle aziende pratiche partecipative e logiche bilaterali di governo del mercato del lavoro.

Questi venticinque anni ci hanno però mostrato quanto sia difficile tenere insieme flessibilità e sicurezza. È stato più facile modificare i contratti e le flessibilità del lavoro che costruire servizi capaci di accompagnare davvero le persone. E moltiplicare le possibilità di ingresso non basta, da solo, a garantire percorsi di lavoro stabili, dignitosi e adeguatamente retribuiti.

La proposta è stata anche tradita nella prassi applicativa. Strumenti pensati per uscire dal sommerso e per dare regole moderne alle trasformazioni del lavoro, come il lavoro a progetto, le esternalizzazioni e il lavoro a chiamata, sono stati troppo spesso utilizzati per ridurre costi e tutele, scaricando sulle persone i rischi della organizzazione produttiva. Questi esiti interrogano anche il progetto originario: quanto fossero adeguati, quantomeno per il contesto italiano e la cultura d’impresa dell’epoca, gli strumenti per prevenire gli abusi e quanto fosse sostenibile introdurre nuove flessibilità senza assicurare contestualmente le protezioni e i servizi necessari.

Intanto, la costruzione di un sistema effettivo di politiche attive del lavoro è rimasta la grande assente: proprio quella parte del progetto che avrebbe dovuto dare concretezza alla promessa di maggiore sicurezza. Non sono mancati interventi ed esperienze di valore. È mancata la loro costruzione in un sistema, pure delineato sul piano formale dalla legge Biagi, sul quale ogni persona potesse effettivamente contare, indipendentemente dal territorio di residenza, per ricevere orientamento, formazione e sostegno nella ricerca di un lavoro.

Anche per questo merita di essere ripensato uno slogan che molti di noi hanno utilizzato: “meno tutele nel rapporto, più tutele nel mercato”. Un salario adeguato, la sicurezza, la formazione e la continuità del lavoro incidono proprio sulla possibilità di scegliere, cambiare occupazione e affrontare il futuro. Le protezioni durante il lavoro e quelle nei passaggi tra un lavoro e l’altro si rafforzano reciprocamente. Il mercato del lavoro prende forma attraverso le regole e le istituzioni che sappiamo costruire: servizi pubblici, imprese, sindacati, contrattazione collettiva, scuole e università.

A venticinque anni di distanza, raccogliere l’eredità del Libro bianco del professor Marco Biagi significa misurarsi con questa responsabilità: rendere effettiva la libertà delle persone lungo tutta la loro vita lavorativa.

Bollettino ADAPT 5 ottobre 2026, n. 35

Michele Tiraboschi

Professore Ordinario di diritto del lavoro

Università di Modena e Reggio Emilia

X@MicheTiraboschi