Il dialogo sociale per una reale integrazione dei lavoratori stranieri in Europa

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Alessandra Della Vecchia

Di fronte alla crisi demografica e alla carenza di manodopera in Europa, l'apporto dei lavoratori stranieri si rivela fondamentale per l'economia. Lo studio coordinato da ADAPT per l'EZA mostra come il dialogo sociale tra governi, imprese e sindacati sia decisivo per superare le risposte emergenziali. La contrattazione collettiva permette di valorizzare il capitale umano, prevenire il dumping salariale e trasformare il lavoro in uno strumento di integrazione e cittadinanza.

Il calo demografico e il progressivo invecchiamento della popolazione rappresentano uno dei vincoli strutturali più complessi e penalizzanti per la tenuta del mercato del lavoro. La ricerca “Leveraging migration to address labour shortages and good jobs in the European Union: a comparative analysis of integration policies and social dialogue”, curata da ADAPT per l’European Centre for Workers’ Questions (EZA), evidenzia come la contrazione della popolazione in età lavorativa stia generando carenze strutturali di manodopera in maniera diffusa in Europa. In questo contesto, il contributo della forza lavoro straniera extra-UE si rivela essenziale: solo tra il 2022 e il 2024, questa categoria di lavoratori ha generato metà della crescita complessiva dell’occupazione nell’area, sostenendo in modo determinante l’espansione del PIL. Ciononostante, restano alcune criticità diffuse, come ad esempio tassi elevati di sovra-qualificazione (che superano il 60% in Italia), o episodi di segregazione occupazionale, che evidenziano una inefficienza nella valorizzazione del capitale umano e nei percorsi di inserimento lavorativo.

Dopo aver descritto le diverse modalità con cui i cinque Paesi europei analizzati (Italia, Spagna, Germania, Polonia e Romania) regolano l’ingresso e l’integrazione dei lavoratori stranieri nel mercato del lavoro, l’indagine si concentra sul ruolo del dialogo sociale. La cooperazione tra governi, datori di lavoro e organizzazioni sindacali costituisce infatti uno degli strumenti più efficaci per garantire percorsi di mobilità trasparenti, e allo stesso tempo tutelare i diritti dei lavoratori. Il vero valore aggiunto dell’intervento sindacale risiede però nella capacità di superare una logica meramente utilitaristica (cioè volta unicamente a importare manodopera per colmare le lacune produttive delle imprese) per promuovere una reale uguaglianza di trattamento, prevenire forme di dumping salariale e trasformare i luoghi di lavoro in spazi di cittadinanza attiva e coesione sociale.

L’analisi comparata e le evidenze empiriche relative ai cinque Paesi in analisi sottolineano come l’integrazione si articoli in modo diverso a seconda delle caratteristiche dei contesti nazionali.

Nei Paesi con una tradizione di immigrazione consolidata, come la Germania, l’inclusione si fonda sulla centralità dell’occupazione e sul sistema di codeterminazione (Mitbestimmung), affiancati da una rete capillare di sportelli di consulenza legale e contrattuale gratuita co-finanziata dallo Stato.

In Italia e in Spagna, segnate da una forte pressione demografica e da tassi elevati di segregazione occupazionale, i sindacati assumono il ruolo di veri e propri mediatori di cittadinanza. Nel caso italiano, questo avviene attraverso i servizi territoriali degli uffici immigrazione e dei patronati, e l’elezione di delegati aziendali provenienti dalle comunità straniere; nel caso spagnolo, invece, l’inclusione lavorativa si intreccia con le strategie di contrasto allo spopolamento delle aree rurali e con l’applicazione dei Piani di Uguaglianza (planes de igualdad).

In modo differente si muove l’Europa centrale e orientale, dove l’immigrazione rappresenta un fenomeno più recente. In Polonia, di fronte all’improvviso e massiccio afflusso di profughi ucraini e bielorussi, gestito dallo Stato prevalentemente su base umanitaria, il sindacato si pone come intermediario etico, collaborando con centri di integrazione ed esperti legali, per facilitare i permessi di lavoro e contrastare la precarietà. In Romania, invece, il dibattito sull’immigrazione extra-UE è particolarmente delicato, in quanto la priorità politica è il rientro dei propri cittadini emigrati all’estero. Per questo motivo l’azione sindacale è limitata a funzioni di garanzia, finalizzate quasi esclusivamente ad assicurare la parità retributiva.

In conclusione, la ricerca dimostra che una reale integrazione si ottiene grazie alla capacità del sistema di garantire una stabilità occupazionale, e allo stesso tempo di mettere in atto strumenti efficaci di integrazione. In questo quadro, il dialogo sociale si dimostra fondamentale: attraverso la contrattazione e la collaborazione tra le parti, è possibile superare una gestione puramente emergenziale dei flussi migratori e di accompagnare i lavoratori stranieri verso una piena integrazione lavorativa e sociale.

Alessandra Della Vecchia

Apprendista di ricerca ADAPT

x@Alessandra64683