Diploma ITS: quanto vale davvero nel mercato del lavoro? Alcune evidenze empiriche  

Interventi ADAPT

| di Michele Corti

Il sistema ITS cresce rapidamente grazie alla legge 99/2022 e ai fondi PNRR, con un forte aumento di iscritti, corsi e fondazioni soprattutto in Lombardia. Le recenti ricerche mostrano buoni ritorni occupazionali e salariali per i diplomati, soprattutto in ambito ICT e competenze digitali. Tuttavia emergono criticità legate alle differenze di genere, alla variabilità tra percorsi e all’aumento degli abbandoni, che mettono alla prova la sostenibilità del modello nella fase di espansione.

Il sistema dell’Istruzione Tecnologica Superiore ha conosciuto negli ultimi anni una trasformazione profonda, segnata da due eventi strettamente intrecciati: l’approvazione di una nuova legge quadro, la 99/2022, e lo stanziamento di risorse ingenti attraverso il PNRR. Questi interventi hanno impresso un’accelerazione decisa al sistema, che non sembrava altrimenti in grado di sbloccare una fase di stallo che si trascinava ormai di quasi un decennio, aprendo al contempo nuove sfide legate alla tenuta della qualità formativa e alla qualità occupazionale.

Per comprendere quanto sia cresciuto il sistema è utile riprendere alcuni numeri: a livello nazionale gli iscritti, al 2024, risultavano circa 46 mila mentre solo in Lombardia, sempre nel 2024, le Fondazioni ITS Academy attive erano 27, un numero quadruplo rispetto al 2011. Il numero di corsi offerti in regione è passato dai 9 del 2011, ai 63 del 2019 fino ai 370 nel 2024. Una crescita esponenziale, motivo di orgoglio da parte delle Fondazioni che si sono trovate a dover gestire un salto quantitativo, prima che qualitativo, certamente complesso e non privo di incognite, ma anche di timori riguardo la sostenibilità futura di una crescita incentivata da un sostegno pubblico forse eccessivo per le dimensioni di un sistema che mai si era trovato a far fronte, anche dal punto di vista organizzativo, a un investimento di questa portata.

La qualità formativa e l’occupabilità dei diplomati sono due dei pilastri su cui il sistema ITS ha costruito la propria identità come percorso terziario non accademico. Valutarli con rigore non è semplice: al di là delle rilevazioni periodiche di INDIRE, il dibattito su questi temi è stato finora alimentato prevalentemente da contributi di natura qualitativa, sociologica e pedagogica, con pochi tentativi di misurazione sistematica. Solo di recente stanno emergendo indagini capaci di colmare questo gap, affiancando all’analisi qualitativa strumenti econometrici e dati amministrativi. È il caso della ricerca “Skill Alliance“, curata da Adapt e Intesa Sanpaolo sull’apprendistato di alta formazione, e soprattutto di “Carriere ITS in Lombardia“, coordinata dalle professoresse Comi (Università di Milano Bicocca) e Origo (Università degli studi di Bergamo) e presentata lo scorso 24 marzo. Quest’ultima rappresenta il contributo quantitativamente più ambizioso prodotto finora sul tema: sfruttando dati amministrativi individuali e metodologie controfattuali, offre per la prima volta stime rigorose dei rendimenti occupazionali e salariali del diploma ITS in Lombardia, affiancate da un’analisi inedita delle competenze formate nei curricula.

Il cuore del primo capitolo è dedicato a stimare quanto “valga” concretamente il diploma ITS nel mercato del lavoro, attraverso un approccio controfattuale che, grazie ai dati estrapolati dalle COB e dagli archivi di Regione Lombardia, confronta i diplomati con due gruppi di riferimento: chi si è iscritto allo stesso corso senza completarlo e i diplomati di scuola secondaria con caratteristiche simili. Il quadro che emerge è chiaro: durante la frequenza del corso i futuri diplomati pagano un costo-opportunità significativo: lavorano meno e guadagnano meno rispetto a chi ha abbandonato o è entrato direttamente nel mercato del lavoro. Questo svantaggio temporaneo si trasforma però in un vantaggio netto e persistente a partire dal conseguimento del titolo: a dodici mesi dal diploma, chi ha completato il percorso registra una probabilità di occupazione superiore di 20-25 punti percentuali rispetto ai non completers, e un reddito mensile più alto di circa 400 euro. Il confronto con i diplomati di scuola secondaria restituisce risultati ancora più marcati, con un vantaggio occupazionale che si assesta attorno ai 30 punti percentuali. I benefici non sono però uniformi. Gli uomini, secondo i dati, ottengono ritorni maggiori delle donne, sia in termini occupazionali che salariali, pur essendo il diploma premiante per entrambi i generi. Anche le aree tecnologiche mostrano differenze significative: i rendimenti più elevati si concentrano nelle Tecnologie della vita e nell’ICT, mentre Beni culturali e turismo presentano i premi più contenuti e irregolari. Infine, il confronto con i laureati triennali in discipline comparabili, pur con i limiti metodologici del caso (principalmente dovuti alla difficile comparazione dei salari tra i dati Almalaurea e quelli ottenibili dalle COB), suggerisce che il vantaggio competitivo dei diplomati ITS, inizialmente favorevole, tende a ridursi nelle coorti più recenti, probabilmente per effetto dell’espansione accelerata dei corsi trainata dal PNRR e della conseguente difficoltà di assorbimento di una platea di diplomati molto maggiore rispetto a soli pochi anni fa.

Sul fronte delle competenze effettivamente formate nei percorsi ITS la ricerca ha analizzato, tramite Large Language Models, circa 600 piani formativi presentati dalle Fondazioni alla Regione Lombardia tra il 2015 e il 2023 riconducendoli alla tassonomia europea ESCO, che classifica le competenze in nove macro-categorie. Questo ha permesso di costruire misure comparabili di intensità formativa per ciascun corso e di collegarle agli esiti occupazionali e salariali individuali. Il primo dato rilevante che emerge riguarda l’evoluzione nel tempo: il numero di competenze formate per corso è cresciuto costantemente, con la mediana che passa da 125 nel 2017 a 133 nel 2024. Questa espansione è però tutt’altro che omogenea. Accanto a corsi che ampliano progressivamente il loro ventaglio di competenze, ne esistono altri più specializzati e circoscritti. Ad esempio, la dispersione è particolarmente pronunciata nel Made in Italy, dove convivono figure professionali molto diverse.

Sul fronte della composizione, la categoria che compare con più frequenza è quella delle competenze trasversali, mentre quella meno frequente riguarda l’utilizzo di macchinari specializzati. L’unica categoria che ha mostrato una crescita marcata e costante è quella delle competenze digitali e informatiche, passata dal 67% all’85% di intensità media tra il 2017 e il 2024, a riflesso della crescente rilevanza del digitale nel mercato del lavoro. Infine, quanto ai rendimenti, non tutte le competenze vengono remunerate allo stesso modo. L’analisi di regressione condotta dal team di ricerca mostra che sono le competenze tecniche e digitali a essere più premiate dal punto di vista salariale, seguite dalle competenze socio-manageriali di carattere trasversale. Le competenze manageriali di tipo applicato e quelle di base non mostrano invece un’associazione significativa con il salario. Interessante è anche il confronto tra occupazione e salario: mentre il mix di competenze non sembra influenzare significativamente la probabilità di trovare lavoro, per la quale conta soprattutto il titolo in sé, sembra essere invece determinante nel definire il livello retributivo di ingresso.

In sintesi, la ricerca contribuisce significativamente a dare profondità statistica a un campo di indagine che fino ad oggi ha visto pochi contributi esterni, soprattutto di carattere sociologico e pedagogico. L’analisi dimostra come la scelta di puntare sulla crescita del sistema ITS stia oggi, almeno in Lombardia, dando i suoi frutti: gli investimenti, e lo dimostrano soprattutto i ritorni occupazionali e salariali, incidono su di un segmento formativo le cui peculiarità sono fortemente richieste dalle imprese del territorio. Il fabbisogno di tecnici specializzati è al centro delle preoccupazioni delle imprese, soprattutto, ma non solo, nei settori a carattere fortemente industriale e nei servizi avanzati. Sembra quindi che ad essere premiate siano proprio le competenze specialistiche, sebbene con una eccezione sistemica: le competenze trasversali sono presenti, e sono aumentate, in tutti i curricula analizzati, da quelli iper specialistici a quelli più generalisti. Capacità di aggiornarsi, di comunicare, di crescere e di lavorare in team vengono considerate di grande rilievo, soprattutto nel medio e lungo periodo. Accanto a ciò però, la ricerca mette in guardia soprattutto rispetto a un dato critico: la dinamica degli abbandoni. Nel 2022, 1 iscritto su 5 ha abbandonato il corso ITS, tra il 2015 e il 2020 questo dato era pari a 1 su 20. La capacità di accompagnare gli studenti fino al diploma e l’aumento degli iscritti non sembrano crescere, in anni recenti, nella stessa misura. È un fenomeno ben noto nel sistema universitario, dove la tensione tra accesso allargato e tassi di completamento è strutturale, che ora inizia a manifestarsi anche nel mondo degli ITS. Infine, una criticità da segnalare riguarda l’arco temporale di analisi della ricerca, che si ferma all’anno formativo 22/23. Una necessità quando si vogliono indagare fenomeni complessi quali il ritorno salariale con la ragionevole certezza di utilizzare dati consolidati ed affidabili, ma incompatibile, per certi versi, con l’evoluzione e la dinamicità che il sistema stesso ha mostrato dal 2023 ad oggi in termini di interazione con istituzioni, imprese, iscritti o corsi attivi.

Sul piano occupazionale e formativo, il sistema ITS sembra aver affrontato con successo sfide rilevanti e può oggi contare su strutture e capacità significativamente più solide rispetto al periodo pre pandemico. Le sfide della transizione demografica, della competitività e  della creazione di buona occupazione passano anche, ma non solo evidentemente, per un sistema formativo capace di tutelare e accompagnare gli studenti all’ingresso nel mercato del lavoro fornendogli le capacità per governare, e non subire, i cambiamenti che continuano a caratterizzarlo fortemente. Sarebbe infine di grande interesse, in questo contesto di relativa calma e stabilizzazione, una ricerca analoga a quella presentata dalle Professoresse Comi e Origo ma declinata sul contesto nazionale, per avere un quadro più completo di un fenomeno complesso e fortemente influenzato dal contesto socioeconomico territoriale di riferimento.

Bollettino ADAPT 13 aprile 2026, n. 14

Michele Corti

PhD Candidate ADAPT – Università di Siena

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