Skills mismatch, il nodo irrisolto nell’integrazione lavorativa dei migranti in Europa

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Alessandra Della Vecchia

L'immigrazione è una necessità strutturale per contrastare la crisi demografica europea. Oltre la metà delle imprese affronta però lo skills mismatch, che in Italia genera soprattutto la sovra-qualificazione dei lavoratori stranieri. Tra barriere linguistiche e ostacoli burocratici nel riconoscimento dei titoli, le politiche attuali si rivelano limitate. Per rispondere alle carenze del mercato serve superare l'occupazione rapida e di basso valore, investendo in formazione e riqualificazione.

L’immigrazione è ormai al centro del dibattito politico odierno, spesso presentata, dai crescenti nazionalismi, come un problema da risolvere, ipotizzando soluzioni come il rafforzamento dei controlli e dei blocchi alle frontiere, o vaghe proposte di “remigrazione”. Ciò che questo discorso politico trascura – oltre alla relativa fattibilità di alcune politiche che si propongono – è l’impatto che una riduzione dell’immigrazione avrebbe sull’economia europea, in particolare sul mercato del lavoro. Guardando a questa prospettiva occorrerebbe piuttosto chiedersi se l’immigrazione sia davvero un “problema” o se, al contrario, non rappresenti una risposta alla profonda crisi demografica in atto.

Un recente studio relativo all’Italia, a tal proposito, evidenzia che, data la forte presenza di cittadini nati all’estero nella forza lavoro italiana (circa il 15% della forza lavoro in età lavorativa è nata all’estero), un’eventuale politica di riduzione dei flussi non porterebbe alcun beneficio al Paese, al contrario finirebbe per impoverire direttamente i residenti, causando una perdita stimata di circa 1.800 euro all’anno di PIL reale pro-capite. Una contrazione che non potrebbe essere compensata a breve termine né dalla popolazione autoctona né da un ipotetico rientro degli expat italiani. Allargando lo sguardo, la Commissione Europea segnala che, pur considerando i flussi in ingresso, l’UE perderà comunque circa 1,2 milioni di persone in età lavorativa all’anno entro il 2050, ed è anche per questo che la stessa Commissione conferma che l’Europa continuerà ad attrarre migranti almeno fino al 2100.

Chiarito dunque che l’apporto dei lavoratori stranieri non è una scelta opzionale ma una necessità strutturale, la vera sfida si sposta dal piano quantitativo a quello qualitativo. È quindi necessario capire come gestire e valorizzare questa presenza nel mercato del lavoro. Le conseguenze della crisi demografica si riflettono già oggi nella grave carenza di personale che colpisce settori strategici, che vanno dai servizi di cura e assistenza alla persona, fino ai settori a più ampio contenuto tecnologico e professionale, dove si concentrano le maggiori difficoltà a reperire personale in Europa. Secondo le rilevazioni condotte dall’OECD in uno studio pubblicato in collaborazione con l’EMN, per oltre la metà delle imprese europee la causa principale di queste carenze risiede nello skills mismatch, ossia nel disallineamento tra le competenze possedute dai lavoratori e quelle effettivamente richieste dal sistema produttivo. Nel contesto italiano, tale fenomeno si manifesta prevalentemente sotto forma di overqualification (sovra-qualificazione), per cui lavoratori stranieri (specialmente extra UE) con livelli di istruzione elevati si trovano costretti a ricoprire mansioni dequalificate e di basso profilo.

Alcuni fattori competono per generare e amplificare lo skills mismatch. La barriera principale è senz’altro quella linguistica: la mancata padronanza della lingua madre del Paese ospitante preclude l’accesso a posizioni di medio e alto livello, spingendo gli stranieri ad accettare occupazioni meno qualificate in attesa di apprendere la lingua. A ciò si aggiungono le rilevanti complessità burocratiche legate al riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche conseguite all’estero, procedura a cui accede solo una minoranza dei lavoratori proprio a causa delle difficoltà farraginose degli iter amministrativi. Completano il quadro altri fattori esogeni penalizzanti, quali la mancanza di documentazione idonea, le difficoltà di accesso ai servizi di assistenza sociale e l’ormai nota emergenza abitativa che caratterizza diversi Paesi europei.

Le politiche pubbliche attuate finora, sia in Italia sia a livello europeo, mostrano alcuni limiti. Esse tendono infatti a concentrarsi in prevalenza sulle persone disoccupate, a discapito dei bisogni dei lavoratori stranieri già occupati. Inoltre, la domanda di corsi di lingua gratuiti e con orari flessibili supera ampiamente l’offerta disponibile. Le misure italiane, più in dettaglio, si concentrano prevalentemente su iniziative di formazione professionale e linguistica erogate nei Paesi d’origine, tralasciando gli ambiti ritenuti prioritari dall’OECD, come l’orientamento alla carriera, le procedure di accreditamento delle competenze, e i programmi di upskilling e reskilling direttamente sul territorio di arrivo.

In sintesi, l’urgenza occupazionale è reale, ma altrettanto urgente è garantire fin da subito un matching adeguato tra competenze e occupazione. Senza, il problema si limita a spostarsi nel tempo, non si risolve. È necessario quindi investire sulla formazione, che si abbini ad iniziative volte ad un’occupabilità che non sia per forza rapida e di basso valore, per permettere un più efficace incrocio tra le competenze dei lavoratori stranieri e le professioni che i paesi di destinazione faticano a coprire.

Bollettino ADAPT 2 novembre 2026, n. 39

Alessandra Della Vecchia

Apprendista di ricerca ADAPT

x@Alessandra64683