Formazione continua: crescono i numeri, manca ancora un sistema

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Matteo Colombo

Il XXV Rapporto INAPP restituisce un quadro in miglioramento, ma ancora segnato da forti divari per età, titolo di studio, professione, settore, dimensione d’impresa e territorio. La sfida è costruire un sistema della formazione continua capace di integrare politiche pubbliche, contrattazione collettiva, bilateralità e iniziativa delle imprese, senza cedere né alla frammentazione né all’accentramento.

Di formazione continua si parla ormai con crescente insistenza. Di fronte alla transizione digitale ed ecologica, all’introduzione dell’intelligenza artificiale nei contesti lavorativi (e non solo), all’invecchiamento della popolazione e alla difficoltà delle imprese nel reperire le competenze necessarie, l’aggiornamento e la riqualificazione dei lavoratori sono indicati come condizioni indispensabili per governare, anziché semplicemente subire, le trasformazioni in corso.

Il XXV Rapporto INAPP sulla formazione continua in Italia, relativo alle annualità 2024-2025, consente di verificare quanto questa consapevolezza si sia tradotta in pratiche effettive, quali dinamiche di sviluppo siano oggi in atto e quali ostacoli continuino a limitarne la diffusione. Il quadro che ne emerge presenta indubbi segnali di miglioramento, soprattutto sotto il profilo quantitativo, ma mostra anche la persistenza di divari profondi tra persone, imprese, settori e territori.

Nel 2023 il tasso di partecipazione degli adulti tra i 25 e i 64 anni ad attività di istruzione e formazione ha raggiunto l’11,6%, il valore più elevato degli ultimi vent’anni, per poi attestarsi al 10,4% nel 2024. La distanza dalla media europea, pari al 13,3%, non è però ancora colmata.

Soprattutto, il dato medio nasconde forti diseguaglianze. La partecipazione raggiunge il 18,2% tra i 25-34enni, ma scende al 6,8% nella fascia 55-64 anni. Ancora più ampio è il divario legato al titolo di studio: si forma il 22,3% dei laureati, contro appena il 2,9% di chi possiede soltanto un titolo di base. Una dinamica analoga riguarda la posizione professionale: dirigenti, professionisti e tecnici raggiungono un tasso del 18%, mentre le professioni esecutive, gli artigiani e gli operai specializzati si fermano al 4,3% e gli operatori di impianti e macchinari al 4,8%.

Anche il settore economico e il territorio incidono in modo significativo. La formazione è più diffusa nella finanza, nell’ICT, nell’istruzione e nella sanità, mentre resta debole nell’agricoltura, nelle costruzioni, nella ristorazione e nei comparti caratterizzati da una maggiore presenza di microimprese e lavoro manuale. Persistono inoltre divari territoriali, con una partecipazione più contenuta nel Mezzogiorno.

Il Rapporto restituisce invece una traiettoria di lungo periodo chiaramente positiva sul versante delle imprese. Nel 1999 soltanto il 24% delle aziende italiane realizzava attività formative, contro una media europea del 62%; nel 2020 la quota era salita al 68,9%. Anche in questo caso, tuttavia, la crescita non coinvolge tutte le organizzazioni allo stesso modo: meno di un terzo delle microimprese realizza interventi strutturati, mentre la percentuale supera il 50% tra le imprese medio-grandi e si avvicina o oltrepassa il 70% nelle realtà di maggiori dimensioni.

Le imprese più strutturate dispongono più frequentemente di funzioni dedicate, strumenti di analisi dei fabbisogni e capacità di programmare la formazione in rapporto alle strategie di innovazione. Nelle imprese più piccole, invece, essa rischia di rimanere episodica, prevalentemente obbligatoria o percepita come un costo organizzativo difficilmente sostenibile.

Alla crescita della partecipazione non corrisponde poi automaticamente un’analoga maturazione sul piano qualitativo. Una parte rilevante della formazione non formale resta collegata agli adempimenti obbligatori, dalla sicurezza alla privacy. Si tratta di interventi necessari, che però non sempre concorrono allo sviluppo delle competenze tecniche, digitali e trasversali richieste dalle trasformazioni del lavoro.

Il Rapporto dedica particolare attenzione anche al rapporto tra intelligenza artificiale e formazione continua. Nel 2024 il 9,5% delle imprese italiane aveva già adottato tecnologie di IA, soprattutto per automatizzare attività ripetitive, ridurre il carico di lavoro manuale e ottimizzare i processi. Circa un quarto di queste imprese le aveva impiegate anche a supporto delle attività formative.

Resta però ancora molto limitata la partecipazione a corsi specificamente dedicati all’intelligenza artificiale. I dati INDACO-Adulti 2025 indicano che vi ha preso parte soltanto il 2,4% della popolazione tra i 18 e i 64 anni. La quota sale al 3,7% tra i 25-34enni, ma scende all’1,3% tra i 55-64enni. Tra i lavoratori ad alta qualificazione raggiunge il 5,4%, quasi cinque volte l’1,1% registrato tra quelli meno qualificati. Anche su un tema destinato a incidere trasversalmente sul lavoro, dunque, accedono alla formazione soprattutto le persone che dispongono già delle competenze e delle condizioni più favorevoli. Il rischio è che la formazione, anziché ridurre gli effetti polarizzanti della trasformazione tecnologica, finisca per accompagnarli e rafforzarli.

Queste evidenze permettono di sviluppare alcune, sintetiche, considerazioni. La prima è che la crescita della formazione non coincide necessariamente con la sua democratizzazione. I livelli di partecipazione migliorano, ma continuano a formarsi soprattutto i più giovani, i laureati, gli occupati nelle professioni qualificate e coloro che lavorano nelle imprese e nei settori più strutturati. Chi avrebbe maggiore bisogno di aggiornare o riqualificare le proprie competenze continua invece a incontrare le maggiori difficoltà di accesso.

Non è sufficiente, quindi, aumentare genericamente l’offerta di formazione continua. Occorrono strategie selettive e personalizzate, capaci di raggiungere gli adulti over 45, le persone con bassi livelli di istruzione, i disoccupati, i lavoratori meno qualificati, le micro e piccole imprese e i settori ad alta intensità di lavoro. Ciò richiede servizi di orientamento, sostegni organizzativi alle imprese, capacità di intercettare una domanda formativa che spesso rimane inespressa e reti territoriali nelle quali collaborino istituzioni, parti sociali, imprese ed enti formativi. Proprio i soggetti più prossimi ai contesti di lavoro – sindacati, associazioni datoriali ed enti bilaterali – possono contribuire a costruire percorsi maggiormente aderenti ai fabbisogni reali e, quindi, più accessibili ed efficaci.

La seconda considerazione riguarda il divario tra la crescente disponibilità di strumenti e misure per la formazione continua e la capacità di integrarli in un sistema coerente. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli interventi istituzionali: le diverse edizioni del Fondo Nuove Competenze, le nuove Linee guida per i Fondi paritetici interprofessionali, il decreto ministeriale n. 115 del 2024 sul sistema di individuazione, validazione e certificazione delle competenze per gli enti titolari delegati del Ministero del Lavoro, gli investimenti del Fondo sociale europeo e le misure connesse alle politiche attive a valere sul PNRR. Lo stesso Rapporto ricostruisce quella che definisce una governance multilivello e multisettoriale, nella quale operano soggetti pubblici, Regioni, Fondi interprofessionali, parti sociali, enti bilaterali e imprese.

La pluralità degli attori può rappresentare una ricchezza, perché consente di avvicinare la formazione ai fabbisogni dei settori, delle imprese e dei territori. Diventa però un fattore di debolezza quando manca una strategia condivisa: le misure si stratificano, i canali di finanziamento si sovrappongono e imprese e lavoratori faticano a orientarsi. Al tempo stesso, la risposta a questa frammentazione non può consistere in un accentramento di segno pubblicistico, che finisca per ricondurre entro procedure uniformi soggetti, strumenti e responsabilità profondamente diversi tra loro. Il rischio sarebbe quello di confondere il necessario coordinamento con una centralizzazione amministrativa, imponendo vincoli burocratici anche agli attori della bilateralità e delle relazioni industriali, la cui efficacia dipende invece dalla prossimità ai contesti produttivi e dalla capacità di adattare gli interventi ai fabbisogni settoriali e aziendali.

La terza questione è quindi la costruzione di una visione di sistema. Il problema non consiste nel ricondurre ogni intervento a un unico soggetto centrale, né nel cancellare le specificità territoriali, settoriali e contrattuali. Occorre piuttosto organizzare forme di complementarità e collaborazioni tra soggetti diversi, chiarire le funzioni dei diversi strumenti e costruire connessioni stabili tra politiche pubbliche, bilateralità e relazioni industriali, in una logica di governance partecipata e paritetica.

In particolare, resta ancora troppo debole il raccordo tra ciò che lo Stato e le Regioni finanziano e quanto la contrattazione collettiva programma nei settori e nelle imprese. Senza queste connessioni, il rischio è quello di disporre di molti strumenti, ma non ancora di un vero sistema della formazione continua. Il Rapporto INAPP documenta i progressi compiuti negli ultimi venticinque anni. La sfida per i prossimi anni non è, genericamente, fare soltanto più formazione, ma renderla accessibile a chi ne ha maggiormente bisogno, valutarne gli effetti e inserirla in una strategia condivisa di sviluppo professionale, produttivo e sociale. Ciò richiede il ridisegno di un sistema unitario negli obiettivi, ma plurale nelle sue articolazioni, capace di integrare risorse pubbliche, contrattazione collettiva, bilateralità e iniziativa delle imprese.

Matteo Colombo

Presidente Fondazione ADAPT

ADAPT Senior Fellow

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