Contratti buoni, ma retribuzioni insufficienti? Il cambio di passo di Confindustria sulla questione salariale
Interventi ADAPT, Relazioni industriali
| di Michele Tiraboschi
Le parole di Emanuele Orsini aprono una riflessione nuova sul lavoro in Italia: se persino i contratti collettivi “leader” non bastano più a garantire salari adeguati, il problema va oltre il dumping contrattuale. Il decreto sul “salario giusto” può rafforzare legalità e trasparenza, ma non risolve da solo una crisi salariale legata a produttività stagnante, frammentazione del sistema produttivo e limiti strutturali della contrattazione italiana.
C’è un passaggio della relazione del Presidente di Confindustria Emanuele Orsini alla Assemblea 2026 che merita di essere letto con particolare attenzione. Non perché rappresenti una rottura improvvisa nella posizione di Confindustria sul decreto-legge n. 62/2026, ma perché ne mostra, forse per la prima volta in modo così esplicito, un possibile limite strutturale.
Orsini rivendica il lavoro comune avviato con le confederazioni sindacali per fare dei contratti nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative il punto di riferimento per tutti i lavoratori e in tutti i settori. È la logica del decreto sul “salario giusto”: non un salario minimo legale uniforme, ma il rafforzamento dei contratti leader come argine al dumping contrattuale e ai contratti pirata.
Confindustria riconosce che il sistema contrattuale italiano ha bisogno di essere difeso da forme di concorrenza sleale costruite sulla compressione del costo del lavoro. Il “contratto buono”, nella lettura di Orsini, diventa così la base del “salario giusto”: non soltanto un riferimento economico, ma anche un criterio di legalità sostanziale, di trasparenza e di corretta competizione tra imprese.
Fin qui il discorso è coerente con la linea sostenuta da Confindustria e dalle principali confederazioni sindacali rispetto al decreto del 1° maggio. Il punto di svolta arriva però subito dopo, quando Orsini aggiunge che in Italia la questione salariale resta aperta e che Confindustria, “da sola, con i suoi migliori contratti”, non riesce a risolverla.
Questa frase è molto più significativa di quanto possa apparire. I “migliori contratti” evocati dal Presidente di Confindustria sono infatti proprio i contratti collettivi leader, quelli sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative e dalla stessa Confindustria, quelli che il decreto intende assumere come parametro del salario giusto. Se anche questi contratti non bastano, allora il problema salariale italiano non può più essere spiegato soltanto con il dumping contrattuale.
È qui che il discorso di Orsini diventa, quasi suo malgrado, una ammissione storica. Per anni il dibattito pubblico ha concentrato molta attenzione sui contratti pirata, sulla frammentazione contrattuale e sui fenomeni di concorrenza al ribasso prodotti da sigle scarsamente rappresentative. Tutto vero. Ma i dati mostrano da tempo che il grosso della occupazione resta collocato dentro i contratti collettivi sottoscritti dagli attori maggiormente rappresentativi. Il dumping esiste, ma non spiega da solo la stagnazione salariale italiana.
La novità non è dunque che Confindustria sostenga la bontà del decreto sul salario giusto perché il Governo ha ascoltato, sempre usando le parole di Orsini, la voce degli attori storici e realmente rappresentativi del nostro sistema di relazioni industriali. La novità è che il suo Presidente riconosca che anche i contratti leader, da soli, non risolvono il problema dei bassi salari.
Questo sposta il cuore del ragionamento e delle analisi sulla questione salariale. Il tema non è più soltanto distinguere i contratti buoni dai contratti pirata, ma interrogarsi sulla capacità dei contratti buoni di produrre salari effettivamente adeguati, attrattivi e coerenti con il costo della vita.
Naturalmente Orsini non formula una autocritica della contrattazione confindustriale. Il suo ragionamento si muove su un piano più ampio. Egli collega la questione salariale alla crescita, alla produttività, al costo della energia, alla dimensione delle imprese, agli investimenti, all’innovazione, alla politica industriale. Il messaggio è chiaro: la contrattazione collettiva non può redistribuire ricchezza che il sistema economico non produce.
Questo argomento ha una sua forza. Senza crescita, senza produttività, senza investimenti e senza imprese capaci di competere, la dinamica salariale resta inevitabilmente debole. Ma non basta. Perché, pur con alcune peculiarità tutte italiane, costo dell’energia, inflazione, transizione tecnologica, competizione globale e tensioni geopolitiche riguardano tutto il mondo industriale, non soltanto l’Italia. Eppure, la stagnazione salariale italiana è più lunga, più intensa e più strutturale rispetto a quella di molti altri Paesi europei.
Questo significa che la questione salariale italiana ha anche radici interne. Riguarda la struttura produttiva, il nanismo imprenditoriale, la bassa produttività, la debolezza degli investimenti, ma anche la capacità della contrattazione collettiva maggioritaria di innovare e di redistribuire valore. Riguarda i tempi dei rinnovi, il recupero dell’inflazione, il rapporto tra salario diretto e welfare contrattuale, i modelli organizzativi, la diffusione di rapporti temporanei e la qualità complessiva della domanda di lavoro.
Il problema è che il modello contrattuale italiano continua a poggiare quasi interamente sulla funzione redistributiva del contratto nazionale di lavoro in un sistema produttivo caratterizzato però da micro e piccole imprese, da forti differenziali di produttività tra settori e territori e da una struttura economica molto più frammentata rispetto ai grandi sistemi manifatturieri europei. Ed è forse proprio qui che emerge il vero paradosso italiano. Il nostro Paese continua ad avere uno dei sistemi di contrattazione collettiva più estesi e formalmente inclusivi d’Europa, ma allo stesso tempo registra una delle più deboli dinamiche salariali reali dell’area OCSE.
Questo dato obbliga ormai a interrogarsi non soltanto sulla estensione della contrattazione collettiva, ma anche sulla sua concreta capacità di alimentare innovazione e plasmare i modelli organizzativi. Il punto non è soltanto rinnovare più rapidamente i contratti nazionali o recuperare meglio l’inflazione. Il problema è che la contrattazione decentrata continua a riguardare una quota limitata del sistema produttivo italiano. E questo significa che la redistribuzione dei guadagni di produttività, la partecipazione organizzativa, il salario variabile, i premi di risultato e i percorsi di innovazione condivisa restano concentrati soprattutto nelle imprese medio-grandi e nei settori più strutturati.
Gran parte del tessuto produttivo italiano resta invece affidato quasi esclusivamente alla dinamica salariale del contratto nazionale. È anche questo il significato più profondo delle parole di Orsini: il contratto nazionale, da solo, non riesce più a sostenere l’intera questione salariale italiana.
In questa prospettiva, il decreto sul salario giusto appare necessario ma non sufficiente. Può contribuire a mettere ordine nel sistema contrattuale, a marginalizzare i contratti pirata, a rafforzare la trasparenza, a rendere più evidente il nesso tra incentivi pubblici e qualità del trattamento economico. Ma non può, da solo, risolvere la questione salariale. Perché se il problema attraversa anche il perimetro dei contratti leader, allora la soluzione non può limitarsi a selezionare i contratti “buoni”. È qui che le parole di Orsini aprono uno spazio nuovo di discussione, forse più avanzato del dibattito stesso sul salario minimo.
La risposta non può essere una sola. Serve una politica industriale capace di sostenere produttività, investimenti, innovazione e crescita dimensionale delle imprese. Serve una contrattazione più rapida e più redistributiva. Serve una contrattazione di produttività vera, legata alla organizzazione del lavoro, alla partecipazione, alla formazione e alle tecnologie. Serve dunque anche un ripensamento degli incentivi pubblici rispetto ai quali latitano controlli e monitoraggi seri rispetto agli obiettivi dichiarati. Serve anche un nuovo equilibrio tra salario diretto e welfare contrattuale, perché molti lavoratori percepiscono oggi il problema salariale soprattutto nel netto mensile disponibile.
Il merito delle parole di Orsini è allora quello di rendere più chiaro il punto di partenza della questione salariale e allontanare dal confronto politico e sindacale comodi alibi. Ed è qui, a ben vedere, che gli stessi contenuti del decreto-legge n. 62/2026 cambiano di significato almeno da una prospettiva di relazioni industriali. Nelle parole del Presidente di Confindustria il decreto sul salario giusto non è più soltanto lo strumento per mettere ordine nel sistema contrattuale o per marginalizzare le forme patologiche di dumping, ma diventa un possibile punto di partenza di una nuova stagione di responsabilità condivisa tra Governo e parti sociali.
Se infatti anche i “contratti buoni” non bastano più, allora non è più sufficiente limitarsi a invocare nuove risorse pubbliche, ulteriori decontribuzioni o nuove forme di sostegno fiscale ai salari. La vera questione è capire se le parti sociali siano davvero disposte ad aprire finalmente – e unitariamente – una riflessione meno difensiva e più progettuale sul funzionamento concreto del modello contrattuale italiano. Perché il nodo non è più soltanto quale contratto applicare, ma come il sistema delle relazioni industriali possa tornare a produrre salari realmente attrattivi dentro una economia caratterizzata da bassa crescita della produttività, frammentazione del tessuto imprenditoriale, debolezza degli investimenti e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide.
Ed è qui, se la parola “responsabilità” ha davvero un peso, che meriterebbe una seria e onesta riflessione il tema del contributo attuale dello Stato attraverso la leva fiscale e contributiva. Per decenni una parte rilevante della politica economica italiana si è infatti affidata a strumenti emergenziali, incentivi frammentati e bonus a pioggia privi di monitoraggi seri sugli effetti reali prodotti in termini di occupazione stabile, maggiore produttività, innovazione tecnologica e crescita salariale. Lo stesso dibattito sugli incentivi contenuto nel decreto-legge n. 62/2026 mostra ormai chiaramente tutti i limiti di questa impostazione: platee ristrette, forte selettività, elevata complessità amministrativa, instabilità del quadro normativo e una crescente difficoltà di trasformare la spesa pubblica in processi realmente generativi di valore.
Quanti e quali di questi incentivi hanno davvero funzionando? E quanti, invece, si sono progressivamente trasformati in forme occulte e deleterie di sostegno alla sopravvivenza di imprese marginali a spese della fiscalità generale? È qui che, per portare a conclusione il ragionamento del Presidente di Confindustria, potrebbe aprirsi una fase nuova e molto più impegnativa del confronto tra Governo e parti sociali. Non semplicemente chiedere o promettere nuove risorse pubbliche o ulteriori compensazioni fiscali, ma prima ancora razionalizzare la spesa esistente condizionando l’intero sistema degli incentivi pubblici a monitoraggi oggettivi e cioè alla verifica del loro effettivo impatto sulla qualità della contrattazione collettiva rispetto ai due corni del problema che restano i bassi salari e la bassa produttività.
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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