Ricerca e innovazione: perché l’Italia non sfrutta il potenziale dei suoi dottori di ricerca

Interventi ADAPT

| di Arianna Zanoni

Bollettino ADAPT 15 dicembre 2025, n. 44

Il dottorato di ricerca in Italia non decolla, neanche grazie allo slancio fornito dal PNRR, lasciando il nostro Paese ancora indietro in Europa in ricerca e innovazione.

Nonostante negli ultimi anni si sia registrato un netto aumento di iscritti a percorsi di dottorato in Italia, pari ad un +48,5% tra il 2020 e il 2024, il gap con diversi Paesi europei rimane ancora marcato: la media UE della percentuale di iscritti ad un percorso di dottorato è infatti più del doppio di quella italiana.

Il netto aumento di iscritti a percorsi di dottorato a partire dal 2020 sembra essere inoltre una chiara conseguenza dei finanziamenti del PNRR e, essendo ormai prossimi alla scadenza, lascia presagire una nuova frenata al tasso delle future iscrizioni. Resta poi il punto irrisolto di come tutti questi nuovi ricercatori potranno essere assimilati dal mercato del lavoro, considerato che le università non hanno fondi sufficienti per poterli integrare tutti al proprio interno. Interrogarsi sul futuro dei nostri ricercatori è un tema urgente e prioritario, da cui dipende non solo il futuro lavorativo di lavoratori dai profili altamente specializzati, ma anche, in buona parte, il grado di innovazione e competitività del nostro Paese.

Secondo una recente analisi di Deloitte i percorsi di dottorato garantiscono buone prospettive occupazionali con un tasso medio di occupabilità ad un anno dal conseguimento del titolo pari al 91,5%. Tuttavia non mancano differenze rilevanti in base alle aree disciplinari, con i dottori in ingegneria che risultano i più richiesti dal mercato a differenza di quelli in scienze umane, che registrano tassi di occupazione minori e tempi di inserimento più lunghi.

A fronte di una predominanza dell’impiego di dottori di ricerca nel settore pubblico, attualmente il settore in cui si concentra la maggiore incidenza percentuale di occupati con titolo di dottorato è il terziario dei servizi, sia tra i lavoratori dipendenti che tra gli autonomi.

Il mondo imprenditoriale rappresenta quindi un soggetto fondamentale per assimilare i profili altamente specializzati in uscita da percorsi di dottorato, profili questi, in grado di rispondere a bisogni di ricerca e innovazione necessari per mantenere la competitività del nostro Paese.

Tuttavia in Italia le aziende che investono in ricerca e sviluppo (R&D) sono prevalentemente quelle di grandi dimensioni, che rappresentano soltanto lo 0,1% del tessuto imprenditoriale del nostro Paese. Anche i settori e gli ambiti di ricerca risultano nettamente polarizzati con una prevalenza di investimenti in area STEM in settori ad alta intensità tecnologica.

Una maggiore interrelazione tra mondo accademico e imprenditoriale appare in questo contesto non solo inevitabile, ma anche particolarmente auspicabile: se è vero le imprese sostengono circa il 60% dell’intera spesa nazionale per R&D per un valore pari all’1,37% del PIL, sono le università e le istituzioni pubbliche a finanziare principalmente le fasi preliminari dell’R&D facendosi carico della ricerca di base.

Anche in questo caso il divario con la media UE è ampio, pari a 6 punti percentuali di differenza, che arrivano a 11 in rapporto ad esempio al Regno Unito. Colmare questo gap rappresenta una sfida dal grande potenziale, che, come si legge dallo stesso rapporto di Deloitte “offrirebbe l’opportunità di valorizzare meglio il capitale umano qualificato e rafforzare il legame tra ricerca e impresa”.

La valorizzazione del capitale umano, sia dei profili STEM che di quelli umanistici, non deve essere un punto di arrivo, ma un punto di partenza nel favorire una maggiore e proficua integrazione tra mondo accademico e imprenditoriale, per questo è importante che i profili in uscita dai percorsi di dottorato non siano solo formati dal punto di vista delle hard skills, ma anche delle soft skills, soprattutto quando la prospettiva di carriera prevede un cambio di rotta rispetto al classico prosieguo all’interno del settore accademico (sul tema si veda M. Colombo, a cura di, Per una valorizzazione del lavoro di ricerca  nel settore privato. Una proposta di legge, ADAPT University Press, 2024).

Dall’indagine Deloitte emerge infatti che la principale barriera segnalata dalle aziende intenzionate ad assumere dottori di ricerca sia la mancata esperienza in contesti aziendali, motivo per cui alcune di queste organizzano dei veri e propri programmi di inserimento e di tutoraggio. Gli stessi ricercatori si dichiarano non pienamente soddisfatti della propria padronanza di competenze manageriali e innovative evidenziando un bisogno di maggiore orientamento finalizzato al placement per questo specifico target.

Alcuni uffici di Career Service universitari si sono già attrezzati per immaginare un’offerta dedicata ai dottorandi che non intendono proseguire con la carriera accademica, mentre nel contesto specifico dei percorsi di dottorato tramite PNRR spicca il progetto “PNRR Placement Program” della Fondazione Emblema, che offre orientamento, coaching, assessment center e incontri con aziende interessate a personale altamente qualificato ed è stato oggetto di un recente convegno della Borsa del Placement dedicato proprio a “il placement dei ricercatori dopo il PNRR”.

Oltre ai programmi di placement strutturati per i ricercatori non bisogna tuttavia dimenticare che esistono anche veri e propri percorsi di dottorato che permettono di svolgere attività di ricerca operando all’interno di contesti lavorativi e imprenditoriali, quali i dottorati industriali e gli apprendistati di alta formazione oppure i dottorati finanziati tramite borse di studio erogate dalle imprese o attivati in forma associata.

Queste formule sembrano godere di una sempre maggiore rilevanza se si considera che già nel 2022 ben il 63% dei dottorati accreditati in Italia ha attivato forme di cooperazione con le imprese, percentuale che arriva all’85% nel Sud Italia.

I percorsi duali che garantiscono un connubio tra attività di ricerca altamente specializzata e attività lavorativa all’interno di un’organizzazione rappresentano una enorme risorsa su cui investire, sia per la promozione e lo sviluppo della ricerca anche al di fuori del più classico ambiente accademico, sia perché permettono ai giovani dottorandi di acquisire quelle competenze fondamentali per operare all’interno di imprese, anticipando e favorendo il loro ingresso nel mercato del lavoro.

Arianna Zanoni

PhD Candidate ADAPT – Università di Siena

X@AriZanoni