17 giugno 2019

Ricerca del lavoro: lo strumento non può essere sostitutivo del fine

Luigi Oliveri


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Bollettino ADAPT 17 giugno 2019, n. 23

 

Non sono del tutto persuasive le argomentazioni esposte dal prof. Francesco Pastore nell’articolo Centri per l’impiego: il futuro si chiama Beatrice, pubblicato nello spazio blog de Il Fatto Quotidiano on line; né quelle, di simile tenore, avanzate da Francesco Giubileo nell’articolo Navigator & Case management: istruzioni per l’uso, pubblicato sul Bollettino ADAPT del 17 aprile 2019.

 

È certamente corretto sostenere l’indispensabilità della digitalizzazione e dell’evoluzione tecnologica nei servizi pubblici per il lavoro, come per tutta la pubblica amministrazione.

L’importante, però, è avere sempre ben presente che quel che conta non è tanto lo strumento che si utilizza, ma il fine da conseguire. Tenendo nella dovuta considerazione che, nel caso del mercato del lavoro, tra strumenti per l’incontro domanda/offerta e fine da conseguire, cioè le assunzioni, in mezzo ci stanno persone fisiche (i lavoratori) e persone giuridiche (spesso, i datori).

È auspicabile, come detto, la più ampia digitalizzazione del servizio. Ma, immaginare di giungere ad una funzione di homerecruiting, come se i contratti di lavoro fossero beni fungibili alla stregua del denaro e dei titoli trattati dalle banche, è cosa diversa.

 

C’è probabilmente un preconcetto di fondo nei due articoli che danno spunto a questo scritto: l’idea che siccome i servizi pubblici per il lavoro in Italia sono ampiamente sotto dimensionati e sotto finanziati rispetto al resto d’Europa, allora tanto vale farne a meno, chiuderli e sostituirli con i servizi privati se non, financo, con strumenti totalmente digitali.

Chi scrive ha già avuto modo in passato di evidenziare che accanto al necessario sviluppo tecnologico non possono tuttavia mancare le funzioni di chi ha un compito più ampio della sola, pur importantissima, funzione di incontro domanda offerta. E che queste funzioni richiedono strutture e persone a servizio delle persone, come evidenzia bene il direttore di Veneto Lavoro Tiziano Barone nell’articolo Il falso mito del 2% e i veri numeri sulle attività dei servizi pubblici per l’impiego pubblicato su Cliclavoroveneto.

Resta, infatti, ancora senza risposta la domanda posta da chi scrive a suo tempo, sul perché in Germania, che certamente non può considerarsi indietro rispetto all’Italia nell’organizzazione della PA e nella tecnologia informatica, abbia 10 volte il numero di addetti ai servizi pubblici per il lavoro italici.

Non si tratta di fare una battaglia retrograda e di retrovia a conservazione dell’esistente. I centri per l’impiego vanno necessariamente riformati, perché sotto dotati di personale, perché allocati in strutture spesso fatiscenti, ancor più spesso insufficienti, perché non connessi in rete, perché privi di risorse, perché, sicuramente, non padroneggiano strumenti e piattaforme on line avanzati per la ricerca di lavoro.

Sia, tuttavia, consentito affermare che non è con strumenti come l’avatar Beatrice, presente nel portale Mundamundis, citato dal prof. Pastore, che le cose possano davvero cambiare.

 

Il portale è un eccellente sistema di raccolta che rende metadati disponibili nel sistema le domande ed offerte di lavoro: ma, da questo punto di vista, non si presenta come parecchio diverso, se non per qualche aspetto dell’impostazione delle ricerche, dai moltissimi portali già esistenti.

L’avatar Beatrice altro non è se non un modo accattivante per semplificare la ricerca, da parte degli utenti. Che possa, però, sostituire un curriculum ci si permette di escluderlo. Sia perché i datori di lavoro il curriculum lo vogliono e lo vogliono vedere; sia perché è un po’ irrealizzabile candidarsi alla vacancy al motto “mi manda Beatrice”; sia perché il set di domande[1] che pone l’avatar nel caso si provi a cercare lavoro è troppo, troppo, semplificato allo scopo di avere un efficace incontro domanda-offerta, di restringere la ricerca e, soprattutto, di individuare un corretto profilo. Al netto della totale assenza di domande tali da verificare il corretto orientamento al lavoro da parte dell’utente.

 

Di fatto, si tratta di un sistema interessante per restringere la ricerca nell’oceano di Internet di domande in corso o di “lavora con noi” e cogliere, quanto meno in termini generali, il grado di intensità della ricerca delle vacancy, i territori e alcune tipologie di aziende.

Ma, per giungere poi all’incontro domanda/offerta, o comunque alla presentazione della manifestazione d’interesse alla candidatura aperta, occorrono poi valutazioni e scelte molto più evolute. Che, certamente, le persone dotate di elevato titolo di studio, con propensione all’utilizzo avanzato degli strumenti on line ed esperienze di ricerca di lavoro, possiedono.

Il problema è, però, esattamente questo: il target a cui si rivolgono strumenti come Beatrice o, in generale, la digitalizzazione dell’incontro domanda/offerta.

È vero che oggi ci si può iscrivere in una piattaforma on line e ricevere richieste di prestazioni lavorative anche semplicissime: l’esempio dei rider che consegnano pizze o oggetti vari è ben noto. Altrettanto vero è che piattaforme evolute consentono agevolmente a chi già lavora di cambiare lavoro, oppure a professionalità altamente spendibili di ricollocarsi.

Il profilo generale di queste persone quindi è: titolo di studio medio alto, esperienza collaudata nell’utilizzo corretto delle risorse on line, attività lavorativa pregressa, buona se non ottima spendibilità nel mercato del lavoro (paradossalmente, talvolta, come nel caso dei rider, anche nessuna spendibilità, visto che potrebbe bastare la sola disponibilità di mettersi alla caccia di ordinativi in qualsiasi ora del giorno).

 

Nel mercato del lavoro tutti possiedono queste caratteristiche? Diremmo proprio di no. Fermiamoci un momento al Veneto, regione per altro piuttosto “fortunata”, in quanto dotata ancora di un mercato vivo e vitale. Il flusso dei lavoratori che rilasciano la dichiarazione di immediata disponibilità alla ricerca attiva di lavoro è di circa 150.000 l’anno. Di questi, circa il 30% si ricolloca entro un anno; il 10% si ricolloca oltre i 12 mesi; un 25/30% imbocca percorsi prolungati di precarietà; un 25% affronta la disoccupazione di lunga durata.

Meno della metà circa, quindi, del flusso annuale, sui 55.000 lavoratori, non riesce a trovare un’attività lavorativa durevole o non la trova per nulla. Di questi, circa l’ulteriore metà sono caratterizzati da bassa spendibilità nel mercato del lavoro o, comunque, da profilazioni difficilmente compatibili col modello di persona che possa fruire in piena autonomia di strumenti di ricerca esclusivamente on line.

Di fatto, circa un quarto dei lavoratori con una Did attiva (ai quali aggiungere il ben più ampio numero di sfiduciati, che né lavorano, né cercano) hanno palpabili difficoltà di ricerca, anche connessi a problemi diciamo strutturali: un digital divide evidentissimo specie negli over 55 (ma, chi lavora agli sportelli lo constata, paradossalmente, anche nei giovani, la cui abilità nella gestione delle piattaforme social non è assolutamente proporzionale alla capacità di padroneggiare piattaforme internet di diversa natura), non solo per la mancanza di confidenza col mezzo, ma anche e soprattutto per la carenza dell’hardware.

 

Sono tantissimi i disoccupati che non possiedono un pc; ma, non dispongono nemmeno dello smartphone, non tanto per questione di costi, quanto per l’incapacità di utilizzarlo appieno; ancor meno sono coloro che sono in possesso di una casella mail ordinaria, inutile pensare a coloro che dispongano della Pec.

Il Pin per avvalersi dei servizi Inps è noto quasi solo ai beneficiari della Naspi e a chi deve passare per la procedura delle dimissioni on-line. Lo Spid è per lo più un mistero per chiunque.

Ed infatti, uno dei problemi maggiori per i servizi pubblici per il lavoro è mettersi in contatto con i lavoratori: la carenza di contatti telematici costringe ancora all’invio di posta cartacea e talvolta raccomandata, o anche alla notifica a persona di residenza, dimora e domicilio sconosciuti, ai sensi dell’articolo 143 del codice di procedura civile.

Questo rilevantissimo numero di persone, intorno al 25% circa della popolazione che cerca lavoro, se davvero si rinunciasse a servizi di mediazione fatti da persone, sostituiti da un cartonato e/o da avatar vari, resterebbe irrimediabilmente nel proprio isolamento.

 

I sistemi informatizzati pubblici più avanzati dispongono tutti di strumenti di filtro per cercare opportunità di lavoro alle persone, adeguati al loro profilo, al loro titolo di studio, alla loro esperienza, alla loro disponibilità, ai territori entro i quali sono disposti a muoversi. Questo tipo di filtro può certamente funzionare e molto bene per profili elevati e lavori molto specializzati. Le cose cambiano di molto, man mano che si scende nella specializzazione e si va verso lavori più generici.

In ogni caso, resta il problema della popolazione dei dati. Qualsiasi portale, pubblico o privato, può davvero creare un auspicabile mercato virtuale, ma “palpabile” esattamente come le vetrine di Amazon, solo a condizione che vi sia caricata tutta la domanda di lavoro, che invece irrimediabilmente sfugge, perché non si è mai reperito un sistema per incentivare le imprese a manifestare pubblicamente la loro domanda, cosa che andrebbe fatta in modo strutturato a partire dalla scuola.

Avere contezza, come i sistemi lavoro regionali già hanno, dell’immensa offerta, senza che la domanda si manifesti in modo sufficiente, significa destinare qualsiasi pur meritoria digitalizzazione ad un ruolo di nicchia.

E resta, comunque, un fatto: poiché tra lo strumento ed il fine ci sono persone a cui prestare servizi, l’incontro fisico, tattile potremmo dire, tra persone non può essere mai sostituito da strumenti tecnologici. Questi possono facilitare il contatto, la scrematura, la profilazione.

Ai fini di un efficiente e profittevole incontro domanda/offerta, oltre alla fatica quotidiana delle imprese e dei lavoratori che domandano ed offrono, avvalendosi o meno di intermediazioni pubbliche o private, contano e ottengono ragguardevole efficacia strumenti forse non troppo à la page, come le buone vecchie “fiere”. Ne è un esempio l’iniziativa Incontralavoro che si tiene in Veneto. Oltre 3000 lavoratori-persone, si sono incontrati, visti, parlati, toccati, con circa 330 persone-datori di lavoro, con ricadute estremamente interessanti.

Né l’incontro fisico deve escludere l’impianto delle tecnologie; né, però, ci si deve illudere che solo le tecnologie possano bastare.

 

Luigi Oliveri

ADAPT Professional Fellow

@rilievoaiace1

 

[1] Chi scrive ha provato ad utilizzare l’avatar. Ecco l’elenco delle domande poste dal sistema:

Le offerte che ti indicherò sono tutte offerte di lavoro reali e per posizioni attualmente aperte in Italia, tratte dal database di Mundamundis.

Per trovare le offerte di lavoro più adatte a te, dovrò farti alcune domande. Sei pronto per iniziare?

Presentiamoci…come ti chiami?

Piacere di conoscerti ***…iniziamo la navigazione.

Allora *** quando sei nato?

Quindi hai ** anni…Giusto?

A questo punto *** dimmi il tuo livello di studio

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Stai ancora svolgendo questa professione?

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Saresti disposto ad accettare un lavoro in un’altra provincia della tua regione?

Saresti disposto ad accettare un lavoro in un’altra regione?

Quale stipendio netto mensile vorresti ricevere?

Bene. Ti ringrazio per aver risposto a tutte le mie domande. Adesso sono in grado di mostrarti l’elenco delle offerte di lavoro attualmente disponibili per cui hai le maggiori possibilità di essere selezionato. Vuoi vederle?

 

 




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