20 marzo 2017

Politically (in)correct – I voucher ovvero l’olio di palma del mercato del lavoro

Giuliano Cazzola


Proprio così. Da un certo momento in poi nella pubblicità dei prodotti alimentari viene accuratamente sottolineato, a voce e per iscritto, che, tra gli ingredienti, non è incluso o è stato bandito l’olio di palma. Se qualche curioso volesse informarsi sui motivi di questa improvvisa “caccia alle streghe” e del perché l’olio di palma sia diventato di colpo nocivo per la salute, gli risponderebbero che si tratta di una delle tante leggende metropolitane. È sufficiente che si metta in giro una “Falsa notizia” per suscitare un allarme sociale ed indurre le aziende produttrici ad adeguarsi, per il timore di avere ripercussioni negative sulle vendite.

 

Il fenomeno si è verificato in circostanze ben più gravi e serie dell’uso di un additivo alimentare. Del resto, il gioco è molto facile: basta dare una notizia nei tg, rilanciarla nei talk show per determinare il panico. È successo con i farmaci, le vaccinazioni, le malattie. Prendiamo, da ultimo, il caso della meningite. Alcune settimane or sono, non passava giorno senza che arrivasse la notizia di una persona che ne era stata colpita. Ovviamente, mancando i riferimenti sulla frequenza di questi casi negli anni precedenti, se ne ricavava l’impressione che fosse in atto un’epidemia di meningite. Poi, all’improvviso non se ne è più parlato. Immaginiamo che qualcuno continui a contrarre questa malattia, ma, purtroppo per lui, non è più una notizia.

 

Ai voucher è capitata la stessa sorte dell’olio di palma: ambedue povere vittime di una fake news. L’opera di (dis)informazione sui buoni lavoro non è stata soltanto disonesta, ma persino sciatta, paradossale, visibilmente montata ad arte. Sembrava che i “pizzini” (così li chiamava Susanna Camusso) dilagassero ovunque, fossero diventati un fenomeno abnorme, una forma ormai generalizzata di dare ed avere lavoro. Il numero dei voucher venduti (a fronte di un’ora di lavoro prestato) era certamente in crescita accelerata, soprattutto dopo la sua liberalizzazione ed estensione a tutti i settori: si era passati da 2,7 milioni nel 2009 a 134 milioni nel 2016. Sarebbe stato sufficiente, – come ha scritto Pietro Ichino su Il Foglio – ricordare che le ore lavorate, nel 2016, sono state poco meno di 43 miliardi per dare l’idea di un uso effettivamente marginale dei buoni lavoro (lo 0,3% del totale): l’equivalente di 70mila unità – sono parole di Tito Boeri nel corso di un’audizione della Commissione Lavoro della Camera – da cui sono arrivati, nel 2016, 174 milioni di euro, meno di un millesimo rispetto all’insieme dei contributi versati. Una dimensione quantitativa palesemente coerente con il ricorso ai “lavoretti” e alle prestazioni occasionali.

 

Certo, ci saranno stati anche degli abusi, come sempre accade. Ricordo che alcuni anni or sono l’Inps si accorse che in una località del Mezzogiorno, tutte le dipendenti di un’azienda erano in maternità. Dopo alcuni sommari accertamenti si scoprì che si trattava di un’impresa fantasma, esistente solo sulla carta, la quale aveva finto di assumere tutte le donne in stato interessante del circondario allo scopo di ottenere le relative prestazioni sociali e spartirle con loro. Nessuno, allora, pensò di abolire l’indennità di maternità. Nel caso dei voucher si è lasciato credere che si trattasse di un’alternativa fraudolenta alla manodopera stabile, mentre sarebbe bastato ricordare che i due terzi dei percettori riscuoteva mediamente meno di 500 euro annui di valore complessivo e che solo il 20% superava i mille euro (probabilmente, anche a cercarlo, non si troverebbe nessun percettore dei 7mila euro consentiti).

 

Soltanto l’8% dei lavoratori retribuiti con voucher aveva fruito nei tre mesi precedenti di un rapporto di lavoro (la percentuale saliva al 10% considerando un periodo di sei mesi). Sono stati redatti rapporti dettagliati che hanno messo in evidenza tutti i possibili aspetti dell’utilizzo dei buoni lavoro (le caratteristiche dei datori/committenti e dei prestatori, la serie storica delle ore retribuite, la ripartizione territoriale, per sesso e per età, gli importi e quant’altro) senza che sia stato possibile denunciare, anche solo a livello stime, la consistenza di quegli abusi che venivano denunciati per sentito dire. In un Rapporto dell’Inps del 2016 sono denunciati dei casi di raggiro, scoperti dopo lunghe e meticolose indagini che hanno coinvolto i Carabinieri e Polizia, dei cui esiti viene dato conto come segue:

 

“Attraverso l’incrocio dei dati abbiamo così rilevato:

– 25 “finti” committenti (tutte persone fisiche) e 69 “finti” prestatori per un importo complessivo di

acquisti fatti con carte di credito clonate di circa 1,5 milioni di euro;

– 45 “finti” committenti (di cui 18 imprese e 27 persone fisiche) e 292 “finti” prestatori per un importo complessivo di acquisti fatti con false compensazioni tramite F24 di circa 3,7 milioni di euro.

Tutti i committenti sono stati inseriti in una black list e, dunque, sono stati disabilitati alla procedura

voucher in modo da non consentir loro ulteriori operazioni fraudolente. Contestualmente, per evitare che la truffa continuasse, è stata inserita in procedura una serie di alert alfine di intercettare nuovi soggetti intenti a realizzare operazioni analoghe. Questi alert hanno consentito l’individuazione di altri 6 soggetti “truffatori” i quali hanno fatto acquisti di voucher telematici per circa 1 milione di euro. Questi committenti sono stati inseriti nella suddettablack list prima che potessero acquisire le finte prestazioni. Anche in seguito a queste vicende è stato chiesto all’Agenzia delle Entrate di impedire la possibilità di effettuare il pagamento dei voucher telematici (codice LACC) compensando crediti di altra amministrazione”.

 

In verità, si deve riconoscere che, nel Rapporto dell’Inps, questi casi sono presentati come tipologie delle possibili truffe, come l’acquisto di voucher telematici mediante versamenti effettuati con carte di credito/debito clonate oppure l’acquisto di voucher telematici mediante F24 contenenti compensazioni con presunti e ingenti crediti dell’Erario. C’è da presumere, tuttavia, che l’Istituto non sia in grado di fornire un ampio dossier dell’uso “anomalo”, forse perché si tratta di casi tutto sommato limitati, al pari di quelli riportati nei brani citati.

 

In buona sostanza, il vero difetto dei voucher è quello di aver avuto successo, di aver fatto emergere una quota di lavoro nero, di aver risolto alcuni problemi pratici per i datori e i lavoratori e di aver distribuito circa 4 miliardi di euro per retribuire prestazioni occasionali. In un talk show televisivo è stato chiesto ad un giornalista se servirsi dei voucher fossero anche delle grandi imprese. Come se avesse scoperto l’acqua calda il giornalista ha segnalato un’importante squadra di calcio che usa i buoni lavoro per retribuire gli steward che fanno vigilanza durante le partite (in larga maggioranza sono persone che svolgono altri lavori nel corso della settimana) e un’azienda che organizza eventi mondani, spettacoli e quant’altro che si avvale dei buoni per le hostess. Ovviamente, l’intervistatore ha evitato di chiedere al suo interlocutore come dovrebbero essere pagati, a suo avviso, quei lavori palesemente occasionali e saltuari. Per non parlare, poi, della Cgil, l’organizzazione che ha promosso il referendum, la quale non solo ha fatto uso dei voucher, ma nella sua proposta di legge di iniziativa popolare (pomposamente definita “la Carta dei diritti universali del lavoro”), agli articoli 80 e 81, li prevede e – magari in modo discutibile – li regola.

 

Non è un mistero che Susanna Camusso, in conferenza stampa, abbia più volte ammesso che la Cgil non era particolarmente interessata allo svolgimento dei referendum, ma aveva raccolto le firme necessarie al solo fine di sostenere il progetto di legge. Una linea di condotta irresponsabile ed avventurosa, dal momento che un progetto di legge, anche se corredato di milioni di firme, è come un messaggio inserito in una bottiglia affidata alle onde del mare, mentre un quesito referendario è una bomba a tempo che scoppia nell’ora prevista. E magari in un contesto diverso da quello in cui era stata caricata. È così anche per i referendum della Cgil: una volta neutralizzato quello sull’art.18, nessuno si sarebbe preoccupato degli altri due se non ci fosse stato il voto del 4 dicembre.

 

Ma veniamo al punto. Tanto tuonò che piovve. Il Governo ha varato un decreto legge che abroga le norme sui voucher e modifica nel senso proposto dal relativo quesito le disposizioni riguardanti la responsabilità solidale in caso di appalti. Una calata di braghe? Una resa senza condizioni ? Una pazzia? Polonio, il cortigiano di Elsinore, commenterebbe l’evento così: “C’è una logica in quella follia”. Il Governo voleva evitare il voto del 28 maggio per timore di una sconfitta o comunque per evitare ulteriori imbarazzi nel Pd e divisioni nel “campo” (adesso si chiama così) della sinistra. Una revisione restrittiva della disciplina dei voucher non avrebbe garantito l’annullamento del referendum, perché di mezzo c’era il giudizio della Corte di Cassazione sull’adeguatezza delle nuove norme a dare una risposta compiuta ai problemi posti dal quesito referendario, che non chiedeva modifiche, ma l’abrogazione.

 

Le norme bocciate da un referendum non vengono soltanto cancellate dall’ordinamento, ma ne è impedita una loro riproposizione; non è così nel caso di una legge che ne abroga un’altra. Si può sempre tornare sulla stessa materia con un altro provvedimento, al limite neppure troppo diverso dal precedente. Si porrebbe al massimo un problema di coerenza politica, ma non di improcedibilità sul piano del diritto. A voler essere generosi, si potrebbe persino riconoscere che quella scelta rinunciataria dell’esecutivo era l’unica alternativa possibile per salvare il salvabile e avere una nuova (teorica) opportunità per regolare la materia.

 

Gli spettri del referendum sulla riforma costituzionale e di quello No-Triv hanno girato implacabili a Largo del Nazareno. Non si dimentichi, infatti, il can can che ha accompagnato il voto su di un quesito marginale, come quello sopravvissuto, nel referendum sulle trivelle. Un caso analogo sarebbe potuto succedere nel caso in cui, a fronte di una modifica legislativa della disciplina dei voucher, la Suprema Corte avesse ugualmente confermato lo svolgimento della consultazione.

 

Staremo a vedere. Intanto è singolare il silenzio che ha accompagnato l’adozione di un decreto legge. Dove stanno le ragioni di necessità e urgenza richieste dall’art.77 Cost.? Era forse necessario ed urgente impedire lo svolgimento di un referendum e quindi proibire agli italiani di esprimersi attraverso il voto? Era stato scoperto che i voucher portano il virus del colera? Il Presidente della Repubblica ha firmato quel decreto senza batter ciglio. Peraltro l’uso dei voucher sarà vietato dal 2018. Alla faccia dei motivi d’urgenza.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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