30 novembre 2015

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – La proposta dell’INPS: un maledetto imbroglio

Giuliano Cazzola


Continua a far parlare la c.d. proposta dell’Inps (ovvero di Tito Boeri) sulla (contro)riforma del welfare. Sia detto solo en passant: il suo titolo “Non per cassa ma per equità” ne ricorda un altro, “non per soldi ma per amore”, un film-commedia romantica di grande successo (Usa 1989). In verità, la proposta ha ben poco di romantico. A saper leggere con attenzione (e con un po’ di conoscenza della materia) le soluzione prospettate, si scopre il trucco: come nel gioco delle tre carte. Ovviamente, provenendo dal Sancta Santorum della previdenza italiana e portando seco l’imprinting di un prestigioso intellettuale (Boeri, appunto) molto sostenuto dal kombinat massmediatico e, per di più, dimostratosi capace di cucinare previsioni ed elaborazioni statistiche con il condimento della demagogia e del populismo – ingredienti che vanno per la maggiore in questo “tempo degli Unni’’– il documento è parecchio elaborato e contiene – come se fosse un progetto di legge – una relazione illustrativa ed una tecnica che accompagnano un testo di ben 14 articoli.

 

Le due proposte centrali riguardano, in primo luogo, l’istituzione di un “reddito minimo garantito pari a euro 500 (400 nel 2016 e nel 2017) al mese per una famiglia con almeno un componente ultracinquantacinquenne’’ che abbia perduto il lavoro (ed esaurita la possibilità di usufruire delle consuete prestazioni sociali). Il trasferimento prenderebbe il nome di Sostegno di inclusione attiva(SIA55) e sarebbe ragguagliato, sia alla c.d. prova dei mezzi (la proposta contiene criteri molto dettagliati), sia alla sottoscrizione di un patto finalizzato all’inserimento lavorativo; sarebbero pertanto previsti – come si dice adesso – meccanismi di condizionalità. La seconda architrave del progetto Boeri risponderebbe all’obiettivo di “garantire una transizione più flessibile dal lavoro al non lavoro e viceversa’’ ovvero all’adozione di regole di pensionamento flessibile.

 

In un’altra occasione – sempre in questa rubrica – abbiamo sollevato alcune questioni di metodo che pur esistono in presenza del vertice di un’istituzione che esorbita da quelli che sono i suoi poteri e funzioni. Non intendiamo porci ulteriormente problemi che non sembrano sussistere per il Governo, in un contesto in cui è tanta la confusione sotto il cielo. Ci interessa piuttosto approfondire il merito delle proposte, non tanto per attribuire loro una valutazione critica, quanto piuttosto per rendere evidenti, a chi avrà la pazienza e la cortesia di leggerci, tanto i reali effetti che quelle soluzioni produrranno quanto le vere e proprie mistificazioni che le accompagnano. Ma procediamo con ordine, cominciando dal SIA55. In proposito, viene spontaneo domandarsi come si rapporti questo nuovo istituto con le nuove prestazioni di sostegno al reddito introdotte dal Jobs Act, in particolare con l’ASDI e con l’impulso alle politiche attive che intende dare il Governo. Ormai è non solo culturalmente ma anche socialmente inaccettabile il perdurare del piagnisteo sui soggetti che a 55 anni perdono il lavoro e non riescono a trovarne un altro, al punto da dover ricorrere o al pensionamento anticipato (è il caso degli esodati) o al sostegno di una prestazione assistenziale. Ma l’aspetto più discutibile non è nemmeno questo.

 

 

L’asino casca quando si prendono in esame i criteri di finanziamento proposti per il SIA55. «Le risorse per questa operazione – è scritto nel documento – si ottengono migliorando le proprietà distributive della spesa assistenziale al di sopra dei 65 anni». Sarebbe infatti possibile, secondo Boeri, individuare almeno 8 diverse prestazioni assistenziali erogate dall’INPS alla popolazione anziana in condizione di disagio economico (pensioni sociali, assegni sociali, integrazione al minimo e maggiorazioni connesse), erogate con criteri scarsamente selettivi, la cui correzione potrebbe consentire il recupero di ben 5 miliardi di euro “per la maggior parte provenienti dalle integrazioni al minimo e da pensioni e assegni sociali’’. Così, l’INPS «stima che la razionalizzazione della legislazione in materia potrà consentire di ricollocare nell’ambito dell’assistenza sociale risorse per almeno 1,2 miliardi». A garanzia del raggiungimento di tale obiettivo si verrebbe prevista una rimodulazione dei trattamenti a partire da una soglia di reddito familiare fissata il 21mila euro, superata la quale «l’equivalente di ogni singolo istituto si ridurrebbe linearmente, fino ad azzerarsi per valori del reddito lordo di riferimento superiori a 33mila euro».

 

A nessuno sfugge l’importanza di una razionalizzazione della spesa assistenziale soprattutto per quanto riguarda la prova del mezzi (l’ISEE al posto della denuncia dei redditi). Ma se vi fossero davvero dei risparmi consistenti a portata di mano avrebbe un senso dedicare le risorse corrispondenti a persone ancora in grado di lavorare, come i possibili titolari del SIA55? È senz’altro vero che – come lamenta il documento – l’Italia e la Grecia sono gli unici Stati europei privi di un reddito di ultima istanza. Ma è altrettanto vero che il nostro sistema di welfare non è provvisto di strumenti adeguati di sostegno per i “grandi vecchi’’ (eccezion fatta per la possibilità di pagare la badante con i soldi dell’indennità di accompagnamento per chi e quando la percepisce). Comunque, i conduttori dei talk show, sempre pronti a presentare pensionati macilenti e condannati ai trattamenti minimi o sociali, prendano nota di quanto afferma Boeri: oggi la spesa assistenziale andrebbe a dismisura a vantaggio del 30% della popolazione che ha i redditi più elevati.

 

In estrema sintesi, con il SIA55 il meccanismo giustizialista consisterebbe in un ricalcolo delle pensioni retributive, applicando loro, retroattivamente, il metodo contributivo. No, non è così. Il presidente dell’Inps, entrando nella “stanza dei bottoni”, si è accorto che i dati necessari a compiere una siffatta operazione o non esistono o sono incompleti. La giustizia made by Boeri, si farebbe, allora, in maniera diversa: attraverso una formula stramba e per nulla equa. In breve, per le pensioni più elevate (con diverse modalità per quelle superiori a 3,5mila o a 5mila euro lordi mensili) si metterebbe a confronto il coefficiente di trasformazione ragguagliato all’età in cui il soggetto è andato in pensione con quello, in vigore a quel momento, per l’età legale di vecchiaia. Sulla base della differenza si determinerebbe la percentuale del taglio da apportare in via permanente. In sostanza, sarebbe l’età del pensionamento e non i contributi versati a determinare l’entità della penalizzazione. Ricordiamo che al di sopra dei 5mila euro la riduzione sarebbe immediata, mentre per le fasce comprese tra 3,5mila e 5mila, opererebbe una penalizzazione da attuare gradualmente attraverso il blocco della perequazione automatica. In questo modo, sarebbero maggiormente svantaggiati coloro che sono andati in pensione ad un’età più bassa anche se avessero accumulato storie contributive più lunghe di chi si fosse ritirato più tardi. Per dirla con Polonio, ci sarebbe della logica in questa follia. Ma, almeno, si dica la verità e si ammetta l’esistenza di una eterogenesi dei fini. Ovvero di un maledetto imbroglio.

 

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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