16 novembre 2020

Politically (in)correct – ANPAL: Mississippi burning

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 16 novembre 2020, n. 42

 

Quando ho letto, l’11 novembre scorso, il resoconto dell’audizione informale, in Commissione Lavoro della Camera, del presidente dell’Anpal prof. Domenico Parisi, ammetto di essermi positivamente stupito. I dati forniti – in quella sede ufficiale – sul numero delle posizioni lavorative a cui sono stati avviati i percettori del reddito di cittadinanza, mi sono sembrati importanti, nonostante che alcuni commentatori li avessero trovati insufficienti, mettendo in evidenza – non senza motivi – anche lo squilibri tra costi e benefici (l’ammontare delle risorse stanziate a fronte dei risultati ottenuti). E’ la storia eterna del bicchiere mezzo pieno: c’è chi guarda la parte vuota e chi si accontenta di ciò che vede. Del resto non sarebbe stata la prima volta che la montagna degli stanziamenti avesse partorito il classico topolino.

 

Non aspettandomi nulla di buono nel campo delle politiche attive (un’opinione largamente condivisa) e dell’attività dei navigator, non avrei mai pensato di incuriosirmi per le comunicazioni di Parisi secondo il quale oltre un quarto dei beneficiari del reddito di cittadinanza tenuti alla sottoscrizione di un patto per il lavoro (1.369.779) ha trovato un lavoro da quando è stata istituita la misura. Si tratta di 352.068 beneficiari, pari al 25,7%., Il 31 ottobre, i beneficiari RdC con un rapporto di lavoro ancora attivo erano 192.851. Il 15,4% dei beneficiari ha stipulato un contratto a tempo indeterminato, il 4,1% un contratto di apprendistato mentre il 65% ha avuto un contratto a termine. Il resto dei beneficiati ha avuto contratti di collaborazione o intermittenti. Con riguardo ai contratti a tempo determinato e di collaborazione – ha spiegato Parisi – il 69,8% ha avuto una durata inferiore ai 6 mesi (quindi per quanto riguarda i contratti a termine quasi 160mila su 228.800), il 20,9% tra i 7 ed i 12 mesi ed una quota del 9,3% ha superato la soglia dell’anno.  Circa 55 mila sono stati i beneficiari di un contratto di lavoro non qualificato nel commercio e nei servizi (il 15,6% del totale). Più di 48 mila, invece, hanno svolto un lavoro qualificato nelle attività ricettive e della ristorazione (il 13,7% del totale).

 

Per quanto riguarda la distribuzione territoriale – ha proseguito Parisi – hanno avuto almeno un contratto il 47,5% dei beneficiari di reddito di cittadinanza tenuti alla firma del patto per il lavoro nella Provincia di Trento e appena il 19% in Campania. La percentuale è al 35,8% in Veneto, al 37%in Emilia Romagna e al 31,1% in Lombardia. Hanno una percentuale inferiore alla media nazionale (25,7%) sui contratti – insieme alla Campania – la Sicilia (19,2%) e la Calabria (24,1%).  È stata proprio la ripartizione territoriale ad infilarmi – come si suol dire – una pulce nell’orecchio. Conseguire un elevato numero di avviamenti al lavoro nelle più sviluppate regioni settentrionali è un po’ come portare vasi a Samo e nottole ad Atene. Così mi sono tornati in mente altri dati dissonanti con quelli dell’uomo venuto dal Mississippi “a miracol mostrare” nelle piattaforme informatiche in cui raccogliere tanto le domande quanto le offerte di lavoro in tutto il territorio nazionale. Mi è bastato ricordare la fonte e andarla a rileggere. Si tratta del Rapporto 2020 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica. A pagine 251 sta scritto: “Secondo quanto comunicato dall’ANPAL Servizi, “alla data del 10 febbraio 2020, i beneficiari del RdC che hanno avuto un rapporto di lavoro dopo l’approvazione della domanda sono 39.760”. I dati di dettaglio evidenziano che il 7,2 per cento è stato assunto “entro 30 giorni” dall’accoglimento della domanda, il 18,0 per cento “tra 31 e 90 giorni”, il 28,7 per cento “tra 91 e 180 giorni”, il 46,2 per cento “oltre 181 giorni”.

 

Quanto alle caratteristiche soggettive, il 67,4 per cento dei beneficiari ha un’età inferiore ai 45 anni. Circa poi le caratteristiche dell’occupazione, il 65,2 per cento è a tempo determinato, il 19,7 per cento a tempo indeterminato, il 3,9 per cento in apprendistato. Altre informazioni riguardano il rapporto tra beneficiari e Centri per l’impiego presso i quali alla data del 31 gennaio 2020 sarebbero stati tenuti a recarsi, come previsto dalle norme, 908.198. I beneficiari effettivamente convocati entro il 31 gennaio 2020 sono stati 529.290 (58 per cento del totale) e di essi si è effettivamente presentato il 75 per cento dei convocati. A seguito dell’esame con i navigator della situazione dei beneficiari è emerso una quota di “esonerati” ai sensi di quanto previsto dall’art. 4 del d.l. 4/2019 pari al 15 per cento (circa 58 mila) mentre 12 mila beneficiari sono stati rinviati ai Comuni per il Patto per l’inclusione. I soggetti segnalati all’Inps in quanto non in possesso dei requisiti necessari all’ottenimento del RdC sono stati 18.476. “Sono stati complessivamente sottoscritti 262.738 Patti di Servizio per RdC (66 per cento dei presenti alla prima convocazione) di cui all’art. 4 del d.l. 4/2019. I beneficiari convocati – scrive ancora la Corte – per un secondo appuntamento successivamente alla sottoscrizione del PdS-RdC sono stati 87.113, pari al 33 per cento di coloro che hanno sottoscritto un Patto di Servizio per RdC. Pur considerando il notevole ritardo con il quale è partita la cosiddetta fase 2 del programma, e che occorrerà dunque tempo per esprimere valutazioni più significative, le evidenze ad oggi disponibili sembrano confermare – sostiene la Corte dei Conti – le menzionate perplessità della Corte. Soprattutto, non sembra riscontrarsi una maggiore vivacità complessiva dell’attività dei Centri per l’impiego (CPI) ed una crescita del loro ruolo nell’ambito delle azioni che si mettono in campo per la ricerca del lavoro”.

 

Anche il PNR aveva legittimato qualche sospetto, leggendo quanto stava scritto a proposito della c.d. fase 2 del RdC: «la politica attiva non deve essere intesa solo come condizionalità per l’erogazione del beneficio economico, quanto come diritto, in capo ai soggetti in condizioni di bisogno, ad una presa in carico da parte dei competenti servizi pubblici, in ambito lavorativo o sociale, ai fini del superamento dello stato di bisogno». Si avvertiva una maggiore prudenza sul versante delle politiche attive, sicuramente determinata dalle difficoltà incontrate. A mesi di distanza si scopre che le cose sono andate meglio del previsto. Che dire? È vero che da febbraio a novembre intercorrono diversi mesi. È anche vero tuttavia che questo arco temporale è stato funestato da una grave crisi sanitaria che ha innestato la chiusura forzata di gran parte dell’apparato produttivo e dei servizi; e che milioni di lavoratori sono finiti in cassa integrazione a zero ore. Che proprio in questa fase di sciagure bibliche i navigator siano stati in grado di “fare l’impresa” richiede un solenne atto di fede. Approfondendo le indagini, poi, ci si accorge che gli esiti degli inserimenti lavorativi dei beneficiari coincidano nella distribuzione dei rapporti sui settori e sulle tipologie del rapporto di lavoro, durate comprese, con le statistiche generali di tutti i rapporti di lavoro attivati e cessati di cui alle comunicazioni obbligatorie. Non sarà che questi soggetti il lavoro se lo sono trovato da sé?

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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