I Musei d’impresa. Promotori del Made in Italy

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I musei d’impresa

 

La locuzione “museo, a norma dell’art. 101 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, viene utilizzata per indicare una “struttura permanente, impegnata nell’attività di acquisizione, organizzazione, conservazione ed esposizione di beni culturali, per uno scopo educativo e didattico”. Tale definizione abbraccia realtà molto differenziate, ricomprendendo gli enti museali in senso stretto e, altresì, i c.d. archivi di impresa e i musei aziendali.

Il concetto di Museo d’Impresa risulta non ben definito sul piano normativo. Eppure, sempre più spesso apparati museali di tal genere vengono istituti all’interno dell’azienda allo scopo di preservare dall’oblio le idee, le persone, le tecniche di produzione e gli oggetti presenti all’interno della realtà aziendale, con il fine precipuo di raccontare la storia della stessa e dei soggetti protagonisti. Il risultato finale è la salvaguardia della memoria delle singole aziende presenti sul territorio, finendo per promuovere quella che possiamo definire come cultura d’impresa.

 

All’interno dei musei d’impresa non è raccontata solo la storia dell’azienda, ma anche le testimonianze dell’evoluzione socio-culturale e dei progressi che la produzione artigianale ha subìto, in ambito tecnologico e scientifico, nel corso del tempo. Tali apparati costituiscono, inoltre, laboratori di idee innovative, all’interno dei quali trovano origine prodotti di nuovo conio elaborati partendo dalle antiche metodiche produttive, appositamente rivisitate mediante l’apporto di strumentazioni moderne. I musei d’impresa possono, quindi, essere definiti non solo come luoghi di conservazione del passato, ma più propriamente quali officine del futuro. Infatti, questi costituiscono una risorsa di valore per le singole imprese, consentendo il perseguimento di molteplici obiettivi, non solo a livello di immagine e diffusione sociale, ma anche di differenziazione con riferimento ai diversi competitors presenti sul mercato.

 

Infine, occorre sottolineare come conoscere la storia e l’evoluzione dell’impresa aumenti la consapevolezza del valore effettivo del prodotto, fungendo, al contempo, da incentivo alla diffusione della cultura del bello, tipica del Made in Italy.

 

Quadro legislativo

 

Nel nostro ordinamento non è prevista una regolamentazione appositamente dedicata ai musei d’impresa, il che crea non poche problematiche per gli imprenditori che decidessero di investire in una realtà museale di tal genere.

 

Di fatto, i Musei di impresa non ricadano nel perimetro di applicazione del c.d. “Art Bonus” disciplinato dal decreto legge n. 83/2014, meglio noto come D.L. Cultura, e convertito con modificazioni in Legge n. 106 del 29 luglio 2014. Tale provvedimento, inizialmente previsto per il solo triennio 2014-2016, è stato confermato a regime dalla Legge n. 208/2015, configurandosi fin da subito come supporto del mecenatismo a favore del patrimonio culturale pubblico. Ciò posto, l’Art Bonus ha introdotto un regime fiscale agevolato per le persone fisiche e giuridiche che intendessero effettuare elargizioni liberali a favore della cultura e dello spettacolo, sotto forma di credito d’imposta stabilito nella misura del 65% delle somme erogate. Ad ogni modo, per poter usufruire del siffatto credito è necessario che le erogazioni siano effettuate in denaro e tendano a perseguire i seguenti scopi: a) interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici; b) sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica; c) realizzazione di nuove strutture, restauro e potenziamento di quelle esistenti, delle fondazioni lirico-sinfoniche o di enti o istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attività nello spettacolo.

 

Tuttavia, entrato in vigore nel 2014, l’Art Bonus è stato utilizzato, finora, da 6.345 mecenati che hanno donato un totale di 200.016.780 milioni di euro a favore del patrimonio italiano. Ma dai dati forniti dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (di seguito, “MiBACT”) è possibile notare come a fronte dei quasi 73 milioni di euro raccolti in Lombardia, 30 milioni nel Veneto, 23,9 milioni in Toscana, le elargizioni diminuiscono drasticamente via via che ci si sposta al Sud Italia. Infatti, nel Lazio si registrano poco più di 8 milioni di euro di investimenti, 1 milione in Campania, 171.925 euro in Sicilia, 5.200 euro per la Calabria, 600 euro per il Molise e nulla per la Basilicata.

 

A tutto questo va aggiunto l’altro grande limite dell’Art Bonus, vale a dire la creazione del credito d’imposta subordinata alla circostanza che l’ente destinatario della devoluzione sia un museo, archivio, complesso monumentale o biblioteca di matrice pubblica, non essendo diversamente ricompresi i musei e gli archivi privati. Pertanto, dei 300 musei d’impresa presenti sul nostro territorio nazionale tra cui il Museo del vetro di Murano, l’Archivio Storico Industriale Pirelli, il Cinzano Glass Collection, il Museo Ratti dei vini dell’Alba, il Museo storico Moto Guzzi, la Collezione Pininfarina, il Museo storico Alfa Romeo, la Galleria Ferrari, il Museo Ducati,il Museo Piaggio, la Collezione storica Lavazza, l’Archivio storico Olivetti, il Museo Riva 1920, il Museo del Falegname Tino Sana, il Museo Kartell Experience, il Molteni Moseum, il Poltrona Frau Museum, il Museo del Liquore Strega, il Museo della Liquirizia Amarelli, nessuno può usufruire del credito d’imposta previsto dall’Art Bonus. Tale esclusione è emblematica se si pensa come alcuni di essi attraggono più visitatori dei siti pubblici.

 

L’auspicio, dunque, è che la rete dei Musei d’Impresa possa essere ricompresa nel Sistema museale nazionale, come confermato, tra l’altro, nel Protocollo d’Intesa dell’1 dicembre 2017, sottoscritto tra il MiBACT e l’Associazione italiana archivi e musei d’impresa, con cui le parti pongono in essere una serie di azioni programmatiche finalizzate al riconoscimento e alla promozione del ruolo, in ambito culturale e sociale, dei Musei d’Impresa italiani.

 

Da ultimo, occorre sottolineare come l’art. 1, co. 57-60 della Legge n. 205/2017 (meglio nota come “Legge di stabilità 2017”) abbia istituito a favore delle imprese culturali e creative uno specifico credito d’imposta nella misura del 30% dei costi sostenuti per la loro attività di sviluppo, produzione e promozione di prodotti culturali. Per quest’ultimi si intendono tutti quei beni, servizi, opere dell’ingegno inerenti alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, alle arti applicate, allo spettacolo dal vivo, alla cinematografia e all’audiovisivo, agli archivi, alle biblioteche e ai musei nonché al patrimonio culturale e ai processi di innovazione a esso collegati. Tuttavia, occorre tener presente che saranno due decreti ministeriali, da adottare entro 90 giorni dall’approvazione della legge sopra citata, a determinare sia le disposizioni relative alla procedura per il riconoscimento della qualifica di impresa culturale e creativa sia quelle relative al monitoraggio e rispetto dei limiti di spesa, fissati in 500 mila euro per l’anno 2018 e un milione di euro per gli anni 2019 e 2020.

 

Le risorse umane nei musei d’impresa

 

Nella valutazione del patrimonio delle risorse umane del museo d’impresa, va tenuto conto dell’apporto della proprietà o del top management, affinché uno dei due o entrambi siano convinti sostenitori dell’idea. A mano a mano che il progetto cresce, si fanno evidenti i bisogni della struttura in termini di staff. A tal proposito, le principali tipologie di risorse umane presenti nei musei d’impresa vanno dagli addetti impiegati a tempo pieno nel lavoro del museo, agli addetti in uso promiscuo con altri compiti aziendali, dai collaboratori esterni e occasionali, ai volontari e fornitori di servizi. Tuttavia, quello museale è un ambiente particolare dove coesistono diverse funzioni e dove ci si deve muovere con estrema attenzione. Per cui se consideriamo tutti i prestatori d’opera come potenziali partner dell’organizzazione, ne discenderà che lo sviluppo delle risorse umane, della qualità del loro lavoro e della loro consapevolezza è un investimento necessario e remunerativo per chi intende porre in essere una realtà museale di tal genere, anche se va al di là dei dipendenti dell’impresa in senso stretto. In termini pratici, questo significa prevedere per i volontari, per i collaboratori esterni o per i fornitori di servizi forme codificate di collaborazione, con l’indicazione degli obblighi precisi oltre che dei diritti.

 

Ebbene, quella dei profili professionali nei musei d’Italia è una questione abbastanza recente nel nostro Paese, dove per lunghi anni si pensava che la solo qualifica formale (come una laurea in archeologia) fosse sufficiente per lo svolgimento di compiti museali che spesso hanno contenuti precisi e complessi di cui non sempre si parla nelle aule universitarie. Ciò posto, occorre sottolineare come le attitudini e i talenti individuali assumono una particolare importanza in una struttura come quella museale, spesso costituita da poche persone cui è richiesta una molteplicità di compiti. Pertanto, se da un lato è importante che ciascuno dia la prestazione più adatta alle sue caratteristiche, pena il decadimento della qualità generale dei servizi resi, dall’altro lato nella visione moderna del museo, la rigida divisione dei compiti va scomparendo e diventa più che mai essenziale la capacità di lavorare in team. Per le ragioni sopra esposte, molti musei prevedono la rotazione dei compiti, nei limiti del possibile, al fine di arricchire l’esperienza dei propri dipendenti e rendere tutti coscienti dell’attività globale dell’organizzazione.

 

Andrea Carbone

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo – ADAPT

@AndreCarbons

 

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