La fine del lavoro? No, un nuovo inizio

Michele Tiraboschi, Franceco Seghezzi


Ogni posto di lavoro rischia di essere oggi sostituito dalla tecnologia. È questo l’allarme lanciato da Barack Obama nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione.

 

Parole sicuramente iperboliche, e da contestualizzare all’interno di un discorso che rappresenta il testamento morale di un leader a fine mandato. Ma allo stesso tempo parole che descrivono un pericolo reale e sempre più evidente: quello della sostituzione di persone con robot e sofisticate tecnologie di nuova generazione.

 

Un pericolo colto e denunciato chiaramente proprio ieri Papa Francesco nel messaggio al World Economic Forum di Davos, in cui si discute degli effetti della quarta rivoluzione industriale. E il messaggio del Pontefice è chiaro: “l’uomo deve guidare lo sviluppo tecnologico, non farsi comandare da esso!”

 

Il dibattito sul tema della fine del lavoro è, in realtà, ancora aperto. Le scuole di pensiero sono molteplici e sostengono posizioni in contrasto tra di loro. Ma da più fonti autorevoli sono stati diffusi studi che immaginano un futuro in cui molte professioni e mestieri verranno sostituiti da macchine. Una sostituzione che rafforzerà la tendenza dei mercati del lavoro contemporanei alla polarizzazione, con una forte presenza di lavori altamente qualificati insieme a lavori poveri e di bassa professionalità, che ha portato finora a parlare della fine di quella classe media che, dal dopoguerra in poi, ha composto la maggioranza della forza lavoro dei paesi industrializzati. Oggi si inizia a parlare di una trasformazione ancora più radicale che non risparmierà neppure i lavori più qualificati, grazie a tecnologie in grado di sostituire anche le attività non-routinarie e persino quelle che presuppongono una interazione con altre persone come medici, infermieri, avvocati, cassieri, insegnanti, tassisti.

 

Le parole di Barack Obama non si sono limitate però a dipingere uno scenario negativo, ma hanno tentato di individuare una via d’uscita: l’educazione delle persone. Anche in questo caso vi sono studi che sostengono questa tesi, dimostrando come maggiore sia il livello di formazione di un lavoratore minore sia il rischio che il suo posto di lavoro venga sostituito dalle macchine.

 

Non si tratta quindi di temere il futuro del lavoro, ma di avere le competenze giuste per affrontarlo. Se letto in questa ottica lo sviluppo tecnologico, lungi da suggestioni neo-luddiste, è una possibilità per una rinnovata centralità della persona nel mercato e nel luogo di lavoro. Al contrario senza la costruzione di queste nuove competenze la tecnologia non potrà che distruggere il lavoro, rendendo l’uomo suo schiavo o comunque vittima designata. Questo non significa che molte professioni di oggi non scompariranno, è inevitabile che ciò accada; ma se pensiamo che nella prima metà del diciannovesimo secolo la quasi totalità dei lavoratori erano braccianti agricoli, capiamo che la scomparsa di posti di lavoro non significa che non possano nascerne di nuovi. 

 

Certo oggi la sfida è senza precedenti, poiché lo sviluppo tecnologico corre ad una velocità che i sistemi economici e sociali non riescono a controllare, in una rincorsa che appare difficile da sostenere. Ma le nuove competenze non sono unicamente tecniche e specialistiche. Molti dei nuovi lavori oggi richiedono una formazione integrale della persona a 360 gradi, ben oltre le competenze tecniche e di mestiere. Per questo è proprio favorendo la centralità della persona che si può consentirne l’educazione vera: quella educazione che avviene anche attraverso relazioni, con gli altri e con la realtà del mondo del lavoro, e che è all’origine del flusso creativo e innovativo necessario per dominare la tecnologia. E’ lo stesso documento pubblicato dal World Economic Forum a ricordare come la tecnologia crei possibilità, che spetta alla società, alla politica e all’impresa decidere se e come accettare e portare avanti.

 

Illudersi che tutto ciò sia possibile solo attraverso nuove regole giuridiche o attraverso tecniche prestabilite non ci porterà lontano. La legge verrà sempre superata dalla realtà e la tecnica diventerà obsoleta in poco tempo. Di fronte al rischio rappresentato dalla automazione occorre scommettere sulla novità che la persona del lavoratore può sempre portare, e per far questo occorre lasciargli spazio, senza paura. Spesso nel nostro Paese non si è fatto questo, limitandosi a pensare che con qualche intervento normativo si potessero modificare gli scenari economico-sociali, e i risultati non sono stati e non sono particolarmente soddisfacenti.

 

E’ dunque importante guardare e sostenere gli sforzi e le idee di quegli angoli del mondo del lavoro, sia da parte delle associazioni datoriali, come nel caso della coraggiosa piattaforma di rinnovamento delle relazioni industriali di Federmeccanica, che sindacali, come ad esempio gli sforzi della FIM-CISL sul ruolo della formazione e del welfare della persona nella nuova manifattura digitale, per cercare insieme e in modo condiviso di non subire il cambiamento, ma di coglierne la grande sfida per il futuro del lavoro.

 

Non la fine del lavoro, dunque. Semmai la nascita di una nuova idea di impresa come formazione sociale entro cui si sviluppano relazioni positive animate da spirito di collaborazione e modelli organizzativi a misura d’uomo, non il contrario.

 

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di ADAPT

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghez

 

* Pubblicato anche in Avvenire, 21 gennaio 2016 con il titolo Non fine del lavoro ma altra impresa.

 

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