18 marzo 2020

Emergenza coronavirus: il ruolo delle parti sociali per non contrapporre salute ed economia

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi


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Bollettino speciale ADAPT 18 marzo 2020, n. 3

 

Una pandemia, ha dichiarato l’11 marzo scorso il direttore generale della Organizzazione Mondiale della Salute sottolineando anche che «pandemia non è certo una parola da usare con leggerezza o disattenzione». Prosegue dunque, nello scenario peggiore che si poteva prospettare, quella che è, prima di tutto, una emergenza di salute pubblica con in prima linea medici, infermieri, inservienti e tutto il personale che ruota attorno al sistema sanitario.

 

Tuttavia prosegue anche l’esigenza di fornire risposte a imprese e lavoratori evitando facili banalizzazioni: l’economia e il mercato non sono certo il solo profitto ma, piuttosto, un complesso sistema di organizzazione sociale che dà risposte ai bisogni delle persone. Bisogni primari e materiali (come il cibo e la cura) che sono soddisfatti dalla industria alimentare, dalla filiera farmaceutica, dalla filiera agricola, dai panifici e dai negozi alimentari e della distribuzione organizzata. E anche bisogni di altra natura che ruotano prevalentemente attorno al lavoro e cioè, come afferma la nostra Carta costituzionale, a quelle attività e funzioni che vedono il nostro concorso individuale al progresso materiale e spirituale della società. Per non parlare di quella vasta terra di mezzo, collocata tra sanità e assistenza, da sempre invisibile agli occhi di politici ed esperti, del lavoro domestico, del volontariato e del lavoro di cura e assistenza agli anziani, ai nostri figli e alle persone non autosufficienti. Attività di assistenza alla persona che, per espressa previsione normativa, non sono oggetto di sospensione (anche se lo sono di fatto) e che tuttavia ci paiono oggi allo sbando, senza garanzie minime di tutela della salute e non di rado anche di un alloggio, prima ancora che del reddito e di eventuali ammortizzatori sociali. Senza dimenticare che gran parte di questa forza lavoro non ha copertura contrattuale. E il decreto Cura Italia conferma la sua esclusione dagli ammortizzatori sociali oltre che dal blocco dei licenziamenti.

 

Che le attività economiche e produttive debbano proseguire lo ha dimostrato la recente intesa tra imprese e lavoratori (sotto la regia di Palazzo Chigi) finalizzata a garantire condizioni minime di salute e sicurezza delle persone impiegate nella ancora numerose fabbriche aperte nella convinzione che non stiamo vivendo una contrapposizione di valori (la salute contro le esigenze del mercato) o di classe (i “padroni” contro i lavoratori) ma semplicemente il tentativo di reazione di una società impaurita – e in alcune zone del Paese anche stremata – di porre in essere condizioni minime di sopravvivenza che si basano anche sul funzionamento delle attività produttive e della economia.

 

Il protocollo firmato sabato 14 marzo da imprese e sindacati per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro non è infatti un semplice documento tecnico per addetti al lavori. Certamente è anche questo, ma la valenza politica e anche sociale della intesa è davvero enorme. Il sindacato, senza retorica, ha dimostrato coraggio e responsabilità anche perché sarebbe stato molto più comodo scaricare la responsabilità (anche giuridica) della apertura delle aziende sugli imprenditori. Ma le criticità e i rischi per i lavoratori costretti a lavorare da direttive aziendali in luoghi di lavoro non sicuri sarebbero stati, nei fatti, maggiori.

 

Per capire che è così, che c’è stato vero coraggio, basta leggere i durissimi commenti della base all’intervento di presentazione del testo fatto lo stesso 14 marzo da Landini in una diretta Facebook. Il clima nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro ancora aperti è pesantissimo e il morale dei lavoratori non è mai stato così basso. Tanti gli scioperi e le proteste in atto in questi giorni, ma anche tantissimi gli accordi raggiunti da imprese e lavoratori per gestire al meglio questa straordinaria emergenza nel tentativo di non contrapporre salute e lavoro come indica una preziosa mappatura svolta dalla Fiom-Cgil che trovate qui.

 

Ci sorprende pertanto chi, nel nome della semplificazione, immagina oggi una gestione delle misure di sostegno al reddito mediata dai soli consulenti legali e non anche dal sindacato che si è invece rivelato interlocutore credibile e presente nella gestione di questa situazione del tutto eccezionale. È condividendo e partecipando che si risolvono i problemi di imprese e lavoratori non certo sospendendo la democrazia industriale, chiaramente questo pone nelle mani del sindacato una grandissima responsabilità di essere rapido ed efficiente nel fornire risposte e collaborazione nei luoghi di lavoro. 

 

Chiaramente questo pone nelle mani del sindacato una grandissima responsabilità di essere rapido ed efficiente nel fornire risposte e collaborazione nei luoghi di lavoro. Ma è interesse anche delle imprese non perdere questo passaggio di concertazione perché come visto sui temi della salute e sicurezza la voce dei lavoratori resta centrale per fare impresa e farla dentro una prospettiva di lungo periodo.

 

È dunque con questo spirito di partecipazione e interpretando il bisogno di non mettere in conflitto la salute con le esigenze di una economia in sofferenza e di una società impaurita (la società del rischio, ha bene detto Ulrich Beck nel lontano 1986), che proponiamo oggi un secondo Bollettino speciale ADAPT per orientarsi nella gestione pratica delle problematiche giuslavoristiche della emergenza da Coronavirus alla luce del nuovo decreto Cura Italia (n. 18 del 17 marzo 2020). (si veda Coronavirus: una emergenza non solo medica. Primi indirizzi operativi per la gestione dei rapporti di lavoro, Bollettino speciale ADAPT n. 2/2020). Anche questo Bollettino vuole raggiungere due obiettivi molto concreti: per un verso raccogliere e ordinare tutta la documentazione istituzionale sin qui prodotta (o comunque utile) per gestire l’emergenza rispetto alle attività produttive e alla regolazione dei rapporti di lavoro; per l’altro verso fornire, anche grazie alle molte richieste di chiarimento e domande che ci sono pervenute nel corso di un webinar dedicato a questa problematica (vedilo open access qui) e delle richieste che quotidianamente ci giungono da imprese, lavoratori e parti sociali alcune prime interpretazioni e qualche orientamento operativo rispetto alla legislazione emergenziale.

 

Proprio questa emergenza ci conferma, una volta di più, la forza e l’importanza del diritto delle relazioni industriali, perché le risposte vere non le troviamo certo nelle astratte previsioni di legge ma nella loro trasposizione mediante avvisi comuni, contratti collettivi, accordi territoriali, intese di settore che sono il diritto vivente a cui deve rivolgersi l’operatore economico per la soluzione di problemi davvero complessi ma non di impossibile soluzione.

 

Ancora una volta non intendiamo valutare nel merito le scelte politiche sin qui adottate a livello nazionale o locale. E tanto meno intendiamo avanzare, attraverso soluzioni semplicistiche e di facile presa su una opinione pubblica disorientata, soluzioni “consulenziali” che, al pari di quanto sta avvenendo con l’accaparramento delle mascherine protettive, possono fare più danni che risolvere i non pochi problemi che stanno via via emergendo e che stanno paralizzando non solo l’economia ma anche una intera società. Si pensi, in particolare, al tanto citato lavoro agile che, presentato come la panacea per tutti i mali della emergenza lavorativa dettata dal coronavirus oltre che come facile risposta ai problemi di produttività italiani, si sta risolvendo in un banale (e antico) “lavoro da casa” realizzato senza alcuna reale innovazione organizzativa e culturale che lo strumento comporta se applicato correttamente e con consapevolezza.

 

Certo è che emergono oggi con forza i numerosi dualismi di cui si caratterizza un mercato del lavoro italiano per nulla attrezzato ad affrontare le conseguenze di una “società del rischio” in cui viviamo ormai da decenni. Il dualismo di chi è coperto dalle tutele dal lavoro subordinato e di chi non ha tutele come i lavoratori domestici, i tirocinanti, i collaboratori fino ad arrivare ad un lavoro autonomo che non è più quello del Novecento in cui, giustamente, il rischio era una conseguenza di chi sceglieva di farsene carico. Non sembra al momento che tutto questo sia preso in considerazione, con una indennità per autonomi e collaboratori molto inferiore a quella prevista per chi accede alla cassa integrazione, ma avremo modo di parlarne ad emergenza finita quando, forse, ci avrà aiutato a prendere coscienza di problemi di cui parliamo da anni.

 

Ora, come ricercatori e giuristi del lavoro, ci siamo concentrati sui profili di maggiore criticità sforzandoci di abbandonare, secondo quanto ci è stato suggerito da chi ha una significativa esperienza in ruoli decisionali (vedi M. Sacconi, Coronavirus: equilibrio tra esigenze prevenzionistiche e continuità della vita attiva in Bollettino ADAPT del 24 febbraio 2020), un pedante atteggiamento formalistico da azzeccagarbugli, del tutto fuori luogo in questa circoscritta fase emergenziale, per trovare soluzioni di buon senso e tecnicamente compatibili con le reali esigenze di imprese e lavoratori. A partire dal tentativo di fare ordine tra la miriade di documenti istituzionali nazionali, territoriali prodotti da attori diversi (Stato, amministrazioni locali, istituzioni, parti sociali) che impattano in modo diverso a seconda dei settori produttivi e dei rispettivi sistemi di relazioni industriali. Spesso infatti manca una chiarezza nella gerarchia delle fonti che si pongono oltretutto tra loro in contraddizione relativamente ai contenuti.

 

Data la complessità del tema ci siamo pertanto mossi in due direzioni. Per un verso, con questo Bollettino abbiamo ordinato per tematiche e in ordine logico, i tanti documenti normativi utili per rispondere alle domande e ai dubbi che imprese, lavoratori e operatori giuridici si stanno ponendo. Per l’altro verso abbiamo deciso di ampliare l’analisi già svolta dai nostri ricercatori in una prima fase dell’emergenza includendo oltre ai tre grandi capitoli di natura lavoristica (presenze / assenze dal lavoro , lavoro da remoto,  sicurezza e salute nei luoghi di lavoro), anche la questione della sospensione dei tirocini, il tema dei lavoratori domestici, al momento esclusi da qualsiasi provvedimento, una analisi sintetica dello stato attuale dei diversi ammortizzatori sociali utilizzabili in caso di sospensione delle attività per emergenza Covid-19, le condizioni di esercizio delle attività professionali e il funzionamento del relativo Fondo di solidarietà istituito da Confprofessioni e dalle organizzazioni sindacali Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil presso l’INPS.

 

Abbiamo poi voluto lasciare spazio alle parti sociali, con i contributi del Segretario aggiunto della CiSl Luigi Sbarra e di Fabio Pontrandolfi di Confindustria che analizzano e illustrano il Protocollo sottoscritto da sindacati, associazioni datoriali e Governo in merito alla gestione della sicurezza nelle attività produttive, in particolare nelle fabbriche. Così come al capo servizio sindacale di Federalberghi Angelo Candido che racconta dell’incertezza nella quale versa il settore del turismo nell’emergenza attuale.

 

Certo sullo sfondo restano problemi che dovremo affrontare con spirito costruttivo e mente aperta una volta terminata la situazione di emergenza a partire dalla forma di Stati e dai troppi livelli decisionali. Così come dalla stessa idea di lavoro e da una sempre più oggettiva necessità di ripensare il sistema di welfare partendo dalla persona e non dalle tipologie contrattuali o dai settori produttivi.

 

I nodi critici sono molti e di non facile soluzione. Il dilemma per eccellenza, come abbiamo già evidenziato, è quello che sembra contrapporre il primato della persona (che in questo caso coincide con il diritto alla salute) e il primato dell’economia, ossia tenere aperte le produzioni. Un dilemma che ci è già stato proposto in diverse forme negli ultimi decenni, tra tutte ricordiamo il caso Ilva su cui tanto si è discusso e che impone di ripensare in radice la società (industriale) del rischio. Probabilmente siamo di fronte a un punto di non ritorno in cui gli attori sociali sono chiamati ad un nuovo protagonismo individuando in ciascun settore e perfino in ciascuna sede produttiva il miglior compromesso (nel senso più vero del termine). Noi vogliamo metterci a servizio di chi è chiamato a prendere queste decisioni, di cui possiamo solo intuire il peso sociale e anche personale.

 

Ringraziamo ancora una volta i nostri giovani ricercatori, che sempre con generosità si sono prestati a questo esercizio ricostruttivo. Ringraziamo anche i soci di ADAPT che, con il loro sostegno attivo, ci consentono il lusso di dedicare tempo ed energie ad attività particolarmente onerose come questa in termini di impegno e responsabilità. Ringraziamo infine tutti voi, i tanti amici e lettori del Bollettino ADAPT che ci hanno espresso solidarietà (sapendo del nostro radicamento a Bergamo oltre che a Modena e Roma) e ci hanno piacevolmente sommerso di domande, casi e dubbi, fidandosi della nostra opinione libera da condizionamenti di parte e consentendoci certamente una maggiore e migliore conoscenza delle problematiche reali che ora mettiamo a fattor comune. È nostra convinzione, infatti, che solo condividendo con mente aperta e spirito costruttivo dubbi, problemi e incertezze potremo assieme contribuire a costruire un futuro del lavoro migliore di quello che abbiamo ereditato.

 

Così è nata ADAPT esattamente venti anni fa e così vogliamo continuare a operare nei prossimi anni.

 

Francesco Seghezzi

Presidente fondazione ADAPT

@FrancescoSeghez

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico di ADAPT

@MicheTiraboschi

 




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