28 novembre 2014

Con dodici giorni in azienda i ragazzi non possono formarsi

Emmanuele Massagli e Umberto Buratti


Il 43,5% delle scuole superiori italiane attiva percorsi di alternanza scuola-lavoro per i propri studenti. Nel 43,4% dei casi si tratta di Istituti professionali, seguono gli istituti tecnici (37,3%) e i licei (13,3%). In totale i ragazzi coinvolti superano le 200.000 unità ovvero il 10,7% della popolazione scolastica. Le aziende coinvolte sono circa 55.000. A livello territoriale primeggia la Lombardia con quasi 3.000 progetti, seguita a distanza da Toscana e poi Veneto.

 

Questi alcuni dei dati recentemente comunicati dall’Indire, l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. L’annuale indagine sull’alternanza scuola-lavoro curata dall’Istituto testimonia, quindi, una crescente e positiva attenzione al rapporto tra scuola e impresa, uno dei principali ritardi dell’economia italiana nel contesto internazionale.

 

I dati elaborati dal Ministero, però, se letti con attenzione, suggeriscono anche altre valutazioni. I percorsi annuali durano mediamente 97,9 ore di cui 25,7 in aula e 72,1 fuori da scuola. Ancora troppo poco: a conti fatti si tratta di esperienze in impresa di circa 12 giorni all’anno.

L’alternanza concepita nel 2003 con la riforma Moratti come una nuova modalità formativa dovrebbe costruirsi su una sistematica integrazione tra scuola e impresa. Dodici giorni rischiano di essere più che altro una parentesi davvero troppo breve. La strada da percorrere quindi è ancora molta.

 

Gli strumenti esistono e sono noti da tempo, anche se non utilizzati. Gli istituti tecnici di Stato così come gli istituti professionali, potrebbero utilizzare i margini loro garantiti dalla riforma Gelmini per portare i giovani in impresa. Si tratta di una autonomia sulla definizione dei curriculum scolastici pari al 20% delle ore totali e di una flessibilità della modulazione nell’orario che va dal 30% al 40% per quanto riguarda le materie di indirizzo.

 

Gli spazi sono tanti, ma difficili da sfruttare. Le norme, infatti, prevedono che qualsiasi riorganizzazione del calendario scolastico o dell’offerta formativa non debba determinare un esubero di personale. E sono proprio queste rigidità amministrativo-sindacali che bloccano sul nascere qualsiasi iniziativa innovativa.

 

Altro strumento per garantire una maggiore diffusione della metodologia dell’alternanza è lapprendistato scolastico di primo e terzo livello. In entrambi i casi si potrebbe realizzare concretamente quella «formazione duale» tra scuola e aziendale che ora va tanto di moda. Da un punto di vista normativo le disposizioni sono pronte e non mancano i fondi sia nazionali sia regionali. Basti pensare che la Regione Lombardia all’interno del pacchetto Garanzia Giovani mette a disposizione risorse che vanno dai 2 mila ai 6 mila euro all’anno per l’assunzione di ragazzi che conseguono i titoli di studi professionali e scolastici superiori in apprendistato.

 

Cosa manca quindi all’alternanza scuola-lavoro per diventare una realtà diffusa nel Paese? A ben vedere è una questione culturale, non normativa. Si tratta di decidere se persistere con un modello formativo e pedagogico che ha già mostrato tutti i suoi limiti o, al contrario, scommettere su una #svoltabuona anche nell’ambito dell’offerta scolastica. Non più didattica di sola aula, ma una scuola in dialogo costante con il tessuto produttivo, innanzi tutto per il bene dei ragazzi che la frequentano.

 

Umberto Buratti

Assegnista di ricerca Università di Bergamo

ADAPT Senior Research Fellow

@U_Buratti

 

Emmanuele Massagli

Presidente di ADAPT

@EMassagli

 

* Pubblicato anche in Libero Quotidiano, 28 novembre 2014.

 

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