12 novembre 2018

Comunicazione e social media nel dibattito congressuale della Cgil

Esmeralda Rizzi


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 I social media sono entrati di prepotenza nel dibattito congressuale della Cgil. Ieri nel corso di uno dei direttivi più delicati degli ultimi tempi, quasi tutti gli interventi li hanno in qualche modo tirati in ballo. Molti si sono lamentati di avere subito attacchi su Facebook, un problema non nuovo per tutti noi. Altri dell’uso che se ne fa. Più in generale se ne è parlato solo in termini di malcostume e potenziali pericoli.
Ma i social sono un mezzo, un media, non vanno demonizzati né santificati, esistono e dobbiamo farci i conti.

 

I social fanno ormai parte delle nostre vite, di tutti. La gente passa gran parte dei momenti di break con lo smartphone in mano, in metro, sul treno, mentre aspetta qualcuno. Condizionano la politica, il dibattito, il sistema di formazione dell’opinione pubblica e anche se non ci piacciono dovremmo imparare ad usarli. E bene. Perché al di là della contingenza congressuale, ormai da mesi, ogni volta che la Cgil prende posizione su un tema di politica generale che impatta sul governo o su temi fortemente divisivi veniamo attaccati e insultati sulle nostre pagine, con virulenza e rabbia e, soprattutto, con disinformazione.

 

Le organizzazioni che stanno al Governo e quelle ideologicamente loro vicine sanno usare molto bene la rete. Hanno investito risorse, costruito squadre di comunicazione ufficiali che si muovono come falangi, ma anche e soprattutto un sistema di informazione parallelo che sistematicamente fa disinformazione. E spesso noi non ce ne rendiamo conto. Perché se ci insultano sulle nostre pagine o profili, li vediamo e possiamo anche provare a rispondergli o reagire. Ma nella maggior parte dei casi disinformazione e fake news vengono veicolati su pagine e profili che non seguiamo o su social che non presidiamo, come Youtube per esempio. E se non li seguiamo, non li vediamo. Funzionano così i social: ci mostrano solo quello che “vogliamo vedere”. Ignoriamo così l’esistenza di pagine e pagine che alimentano diffidenza e risentimento nei nostri confronti raccontando balle o dando interpretazioni forzatissime a fatti veri.

 

Allora serve organizzarci. Non serve dire, i social fanno schifo non vanno usati. Purtroppo, e un po’ anche per fortuna, le persone oggi si informano sui social e noi dobbiamo imparare a starci. Purtroppo perché è sui social che la verifica delle fonti sparisce e vince il linguaggio più violento. Per fortuna perché sono comunque uno spazio aperto dove poter pubblicare, dire, raggiungere persone che altrimenti oggi non raggiungeremmo.

 

Dobbiamo, al di là di tutto, costruire la nostra rete di comunicazione e farla funzionare. Per difenderci ma anche per divulgare i nostri temi. A partire da due punti: comunicare gli obiettivi raggiunti, le vertenze chiuse con risultati positivi; e ricordare le conquiste e le battaglie fatte. Spesso commettiamo l’ingenuità di parlare solo della contingenza, delle vertenze in atto e non dei risultati. Una volta risolto, il problema è risolto, non ne parliamo più e passiamo alla vertenza successiva. Invece avremmo davvero bisogno di dire e raccontare le storie dei lavoratori che abbiamo tutelato, salvato, aiutato a ottenere il rispetto dei loro diritti. Nei territori ci sono storie di lotta splendide che nessuno conosce ma che darebbero molto più il senso di cosa sia “fare sindacato’ di mille dichiarazioni. Abbiamo bisogno di raccontare cosa facciamo e se i media tradizionali non hanno spazio o interesse per queste storie, sui social nei possiamo pubblicare quante vogliamo smontando così quell’immagine che ci hanno costruito addosso di organizzazione che si occupa più di politica che dei lavoratori. Secondo punto, impariamo a rivendicare le grandi conquiste fatte dal movimento sindacale e dalla sinistra, vorrei aggiungere. Ma qui rischio di andare fuori tema e quindi mi fermo.

 

Da persona che lavora ormai da anni sui social della Cgil e ha maturato una qualche esperienza su limiti, pericoli e potenzialità di questi media, voglio cogliere l’occasione della discussione in corso per invitare tutto il gruppo dirigente della Cgil, a tutti i livelli, ad avviare una riflessione seria ma veloce su come stare sui social e come usarli. Perché è in gran parte lì che oggi si formano opinioni e convinzioni.

 

Esmeralda Rizzi

Ufficio Stampa CGIL

Responsabile social Media

 

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