XV Rapporto Isfol sull’apprendistato: d’ora in avanti più attenzione a quello scolastico”?

L’8 luglio si è svolta l’attesa presentazione del XV Rapporto ISFOL di monitoraggio dell’apprendistato dall’ambizioso titolo “L’apprendistato tra risultati raggiunti e prospettive di innovazione”. Il Rapporto, attraverso i dati dell’INPS e delle Comunicazioni obbligatorie, riporta dati e flussi sull’apprendistato in Italia nel 2013-2014 e nel frattempo ricostruisce il quadro di questa tipologia contrattuale anche alla luce del Jobs Act e delle Linee guida approvate in Conferenza Stato-Regioni. Il Rapporto arriva due settimane dopo il decreto n. 81/2015 che ha ulteriormente modificato la disciplina dell’apprendistato (partendo dall’abolizione del TU n. 167/2011) e in un momento in cui il dibattito sul tema è piuttosto acceso. Per queste ragioni si può definire un report di transizione che, per adesso, può essere una raccolta di dati e modelli su quanto è stato fatto finora, ma che in futuro sarà un importante punto di riferimento per valutare l’effettivo impatto della (ennesima) riforma dell’apprendistato.
 
Si parta subito da un numero: nel 2014 le assunzioni in apprendistato crescono di 4,4 punti percentuali rispetto al 2013. Nel 2014 i contratti di apprendistato avviati sono 254mila, nel 2013 erano 243mila. Il Rapporto attribuisce questo aumento al decreto n. 34/2014 che ha ridimensionato i vincoli di stabilizzazione e ha permesso di invertire la tendenza di una diminuzione costante degli apprendistati in Italia che è cominciata nel 2010. Lo stesso Rapporto, tuttavia, riconosce che nell’ultimo periodo del 2014 e nel primo trimestre del 2015 si sia verificato un calo netto (-14,3% rispetto al 1° trimestre 2014) causato dall’annuncio degli sgravi previsti dalla Legge finanziaria n. 183/2014 e dalla previsione del contratto a tutele crescenti introdotto il 7 marzo 2015. In generale la riduzione del numero di apprendisti in Italia è drastica dalla crisi a oggi. L’ultimo valore assoluto disponibile sul numero degli apprendisti in Italia (dato INPS) si riferisce al 2013: 451mila (nel 2009 erano 492mila). I settori principali di impiego sono quello dei servizi, del manifatturiero (in recupero grazie alla, pur lieve, ripresa industriale) e delle costruzioni.
 
Nel quadro delle tipologie di apprendistato domina ancora una volta l’apprendistato professionalizzante: gli studenti iscritti alle attività formative di questa tipologia erano nel 2013 ben 144mila: il 97,3% del totale. Gli apprendisti di primo livello 3,302 (di cui poco più di 3mila nella sola provincia di Bolzano, mentre nessuno al Sud). Ancora peggio gli “alti” apprendisti: 508 nel 2013, saliti a 582 nel 2014 (numero rafforzato dagli apprendisti di 4° e 5° superiore del Progetto Enel previsto dal Decreto Carrozza e a cui l’ISFOL dedica un apposito focus).
 
Ma la vera notizia è che solo un terzo degli apprendisti “professionali” è destinatario di attività formative: peraltro di 40 ore l’anno, ossia 5 giorni su 365, non proprio una fatica erculea. Un dato che deve far riflettere sulla reale portata formativa dell’apprendistato professionalizzante e magari invitare il legislatore a considerare più conveniente introdurre al suo posto un contratto di inserimento e concentrare invece l’attenzione normativa (ma soprattutto finanziaria) sugli apprendistati legati più direttamente al titolo di studio. Che sono anche quelli su cui più forti sono i richiami da parte dell’Unione europea.
 
Il Rapporto sembra considerare quest’ultimo aspetto, almeno in linea di principio, e dedica molto spazio agli apprendistati di tipo “scolastico”: quelli legati ad un percorso svolto in una istituzione educativa (IeFP e scuola superiore per il primo livello, ITS e università per il terzo). Nel Capitolo 5 si individua un quadro di implementazione dell’apprendistato di primo livello (il richiamo è all’abolito articolo 3 del TU del 2011) alla luce delle novità introdotte dal decreto n. 34/2014 (che in verità non è riuscito a migliorare la diffusione dello strumento). Già per intervento della legge n. 99/2013 era possibile, concluso il percorso formativo con la qualifica, trasformare il contratto di primo livello in un contratto di apprendistato professionalizzante. Come ulteriore incentivo nel 2014 il Decreto Poletti ha disposto che il datore di lavoro potesse erogare all’apprendista una retribuzione differenziata (tenendo conto delle ore di lavoro effettivo in azienda e delle ore di formazione nella misura del 35% del monte orario complessivo). Ciononostante i dati di utilizzo del primo livello sono rimasti poco significativi.
 
Da una lettura del testo Isfol il problema non sono stati gli incentivi normativi o finanziari: a frenare, e non poco, la diffusione dell’apprendistato di primo livello è stata invece la difficoltà di molte Regioni ad avviare le attività formative. Il Rapporto mostra come al dicembre 2014 tutte le Regioni avessero recepito e disciplinato l’apprendistato di primo livello (tranne la Valle d’Aosta). Ma solo in Piemonte, Lombardia, Trentino, Bolzano, Veneto, Friuli Venezia-Giulia e Marche sono state avviate le attività di formazione con l’effettiva presenza di giovani apprendisti nei percorsi. Indietro ancora le Regioni del Centro, oltre a Calabria e Campania.
 
Nello stesso capitolo il Rapporto si focalizza sugli apprendisti minori che rispetto al 2012 sono diminuiti del 32,6%: la maggior parte di loro si concentra nel Nord Est mentre nel Centro Italia si assiste a un vero e proprio dimezzamento. Viene invece messa in risalto la best practice del Piemonte nella sperimentazione di una accurata offerta formativa per l’apprendistato di primo livello che ha previsto, tra le altre cose, l’integrazione al patto formativo finalizzata ad un maggiore coinvolgimento delle famiglie dei minori.
 
Anche sul fronte dell’apprendistato di alta formazione e ricerca i dati sono piuttosto deludenti: 582 apprendisti nel 2014 sono ben pochi considerando che a dicembre 2014 tutte le Regioni avevano recepito il TU del 2011. 17 Regioni su 20 hanno introdotto elementi aggiuntivi rispetto al quadro nazionale con interventi di dettaglio nati grazie all’accordo con le parti sociali: solo Valle D’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Molise si sono limitate invece a recepire le norme nazionali. Va segnalato che negli Accordi di dettaglio previsti dall’articolo 5 del TU tutte le Regioni hanno previsto il collegamento dell’alto apprendistato con percorsi di dottorato di ricerca. Seguono per diffusione collegamenti con i Master di I e II livello, lauree triennali e ITS. In sole 6 Regioni previsto il collegamento con il diploma di istruzione secondaria superiore che, tuttavia, dopo la riforma delle tipologie contrattuali, rientrerà nell’apprendistato di primo livello.
 
Come anticipato, i numeri dell’alto apprendistato sono ancora molto bassi in Italia. In questo quadro il percorso formativo trainante è stato il master di I livello (nel 2013 riguardava poco più della metà degli alti apprendisti). A seguire il master di II livello e il dottorato di ricerca. Il trend è chiaro: la quota di apprendisti si riduce con la decrescita del valore del titolo di studio che si intende conseguire. Il Rapporto spiega questa tendenza considerando questo tipo di istituto come orientato ad una più veloce spendibilità di competenze di alto livello sul luogo di lavoro. Nel 2014 si è registrata tuttavia un’inversione: si è puntato di più sulle lauree triennali in apprendistato (passando dal 3% del totale al 13%) e all’apprendistato per l’attività di ricerca (dallo 0,6% al 16%). In aumento anche gli iscritti al dottorato: dal 10,1% del 2013 al 14,4% del 2014.
 
Desta qualche perplessità il focus che il Rapporto dedica a Garanzia Giovani anche in virtù del bassissimo ricorso all’apprendistato come strumento di realizzazione del Piano. Come riportato nello studio ADAPT ad un anno dall’avvio di Garanzia Giovani solo il 2% dei giovani presi in carico hanno seguito percorsi di apprendistato: la maggior parte, ben il 74%, è stato assunto con un contratto a tempo determinato. Su questo fallimento dell’apprendistato in Garanzia Giovani il XV Rapporto nulla dice, salvo riportare in maniera didascalica i principali contenuti del Piano e ricordando l’ammontare dei finanziamenti per gli apprendistati “scolastici”.
 
Nel testo ha un tono quasi giustificatorio la nota sulla “quota modesta (4,5%)” della quota di risorse allocata sulla misura dell’apprendistato. Interessante tuttavia il dato sulle Regioni che hanno destinato più fondi, in percentuale, all’apprendistato: su tutte la Provincia Autonoma di Trento (il 26%), seguono a sorpresa due regioni del Sud: la Basilicata (22,3%) e la Calabria (15,7%). Ma, a prescindere dalla ripartizione delle risorse, oltre alla Provincia di Trento sono solo cinque le Regioni che hanno pubblicato avvisi e bandi regionali in materia di apprendistato nell’ambito di Garanzia Giovani: Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Sardegna.
 
Nel complesso il XV Rapporto dell’Isfol, nonostante il titolo auto-glorificatorio e ottimistico, traccia un quadro sull’apprendistato in Italia che non può rassicurare. Da un lato perché lo strumento è utilizzato a macchia di leopardo (con fortissime carenze al Sud), dall’altro perché a poco o nulla sono servite le novità introdotte finora. In attesa di valutare gli effettivi cambiamenti apportati dalla nuova disciplina del decreto 81/2015, l’impressione è che dieci anni e oltre di riforme, passi avanti e passi indietro, hanno innescato un diffuso disorientamento sull’apprendistato e, più in generale, una certa sfiducia sull’utilizzo di questo contratto.
 
 
L’ennesima riforma, in un così breve lasso di tempo, non consente una riflessione a tutto tondo che è prima di tutto culturale e che andrebbe agganciata alla acquisita necessità di fare del connubio formazione-lavoro il principale strumento di lotta alla disoccupazione giovanile. Mentre ne “La Buona Scuola” questo passaggio culturale sembra ormai fatto, e con un certo consenso, il rischio del Jobs Act è che cambiare ancora le regole dell’apprendistato, in particolare primo e terzo livello, non sia sufficiente ad un effettiva diffusione di queste tipologie nel mercato del lavoro. Sarà eventualmente il XVI Rapporto di monitoraggio Isfol a parlarne. Nel frattempo, nonostante le continue modifiche, le “prospettive di innovazione” dell’apprendistato sembrano piuttosto lontane: in pieno stile Gattopardo tutto cambia perché nulla cambi. Una specialità in cui il legislatore italiano, più che apprendista, è ormai riconosciuto maestro.
 
 
Alfonso Balsamo
Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
ADAPT, Università degli Studi di Bergamo
@Alfonso_Balsamo
 
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