Università “vietate” ai prof giovani

Uno su mille ce la fa? Magari! Nelle nostre università perfino l’incoraggiamento di Gianni Morandi è a vuoto: su 13.239 ordinari neppure uno, fosse pure Einstein, ha meno di 35 anni. E solo 15, poco più di uno su mille, è sotto i 40. Ma è tutto il sistema che sta invecchiando drammaticamente. L’età media si è impennata fino a 52 anni e mezzo. Mentre i docenti sotto la trentina (in genere ricercatori) sono crollati dal 2008 a oggi del 97%. «Avanti così, col turn-over che ci lascia prendere un giovane ogni due docenti che vanno in pensione, emorragia destinata ad aggravarsi, rischiamo nel 2020 di non avere più giovani che possano concorrere ai programmi europei», denuncia preoccupatissimo Stefano Paleari, rettore dell’ateneo di Bergamo e presidente della Crui, la conferenza dei rettori.

 

 

Un delitto. Perché, come ha spiegato tante volte Umberto Veronesi, «la guerra si fa con i giovani». E la guerra per la conquista di nuovi spazi della scienza e della ricerca ci potrebbe dare non solo soddisfazioni ma formidabili opportunità economiche. Lo dicono i dati dell’European Research Council: nonostante la ricerca impegni da noi solo il 4 per mille degli occupati (poco più della metà della media europea, un quarto della Finlandia) e nonostante l’Italia sia solo 28ª negli investimenti in questo settore, i nostri ragazzi sono sesti al mondo nella classifica dei progetti per ricercatori junior e ottavi per articoli pubblicati sulle maggiori riviste scientifiche. Un patrimonio di intelligenza, creatività e preparazione che rischia quotidianamente di essere sprecato a causa della cecità della nostra politica in altre faccende affaccendata.

 

 

Proprio i successi e spesso i trionfi dei nostri giovani, quando possono giocarsela alla pari all’estero, sono la prova provata di due cose. La prima: a dispetto di tutti i loro difetti, i loro scandali, le loro camarille familistiche, i nostri atenei sono comunque in grado di sfornare fisici, medici, ingegneri e così via molto preparati. La seconda: è una vergogna che quei nostri figli, spesso i più bravi e destinati a diventare la futura classe dirigente, possano dimostrare il loro valore solo andandosene da un’altra parte.

 

 

Ma vi ricordate le solenni promesse per il «rientro dei cervelli»? Un tormentone. Sul quale, sventolando accorati proclami («I giovani! I giovani!») si sono esercitati tutti. A destra e a sinistra. Dopo di che, dimenticati i pensosi bla-bla-bla sul «futuro dei nostri figli», tutto ma proprio tutto pare esser stato fatto con l’obiettivo di garantire fino all’ultimo i più anziani (resterà immortale il ricorso di troppi settantenni contro il tetto di 67 anni per i nuovi direttori del Cnr) e chissenefrega degli ultimi arrivati.

 

 

Un esempio? Il presidente della Crui lo mostra in tutte le conferenze: un grafico dove si vede «il paragone del salario medio di un professore che ha iniziato la carriera accademica negli anni Ottanta e il salario atteso di un dottorando che inizia l’attività accademica oggi». Il primo docente, a settant’anni, arriva a circa 80.000 euro l’anno. Il secondo, se l’economia non dovesse tornare ad accelerare, rischia seriamente di fermarsi alla metà: 40.000. Con una pensione intorno ai venticinque.

 

 

Il panorama attuale della docenza è racchiuso in una tabella elaborata su dati Cineca da Paolo Rossi, dell’Università di Pisa, che aveva tempo fa studiato come nell’ateneo toscano, a partire dal 1965, l’età media dei docenti al momento della nomina fosse costantemente aumentata di circa 5 mesi all’anno per gli ordinari, 3 per gli associati e 2 per i ricercatori. Spiega oggi il professore che negli ultimi otto anni, dal 31 dicembre 2006 a oggi, gli ordinari sono scesi da 19.858 a 13.239 con un calo del 33%, che il calo complessivo (diecimila docenti: da 62 mila a 52 mila) è stato intorno al 16% e che l’età media delle varie fasce è impressionante: 60 anni gli ordinari, 53 gli associati e addirittura 47 e mezzo i «giovani» ricercatori in carriera.

 

 

Non meno impressionante la sproporzione abissale tra anziani ed emergenti nella fascia più alta: per ognuno dei professori under 40 ce ne sono 474 ultrasessantenni. Uno squilibrio che rischia di affondare l’intero sistema. Certo, l’età non è tutto. Esistono fior di vecchi brillantissimi e mandrie di giovani somari. Ma è inaccettabile che complessivamente, su 51.807 docenti di ogni ordine e grado gli «over 60» siano il triplo (24,8%) di quelli sotto i 40. Scesi all’8,8%.

 

 

«Il governo si deve decidere ad aprire i rubinetti per poter rinnovare la nostra classe docente universitaria perché così non possiamo andare avanti», accusa Stefano Paleari. Tanto più che i nostri atenei devono a tutti i costi fermare l’emorragia di iscritti e di abbandoni per recuperare terreno nei confronti degli altri Paesi. Come possiamo accettare, in un mondo sempre più competitivo, che sia laureato solo il 14,9% degli italiani dai 25 ai 64 anni contro il 28,5% degli europei, il 31,5 degli abitanti delle nazioni Ocse?

 

 

Una tabella dell’«Annuario Scienza e Società 2015» curato da Giuseppe Pellegrini e Barbara Saracino, in uscita a febbraio per Il Mulino, dovrebbe togliere il sonno a tutti coloro che hanno responsabilità di governo. Dice infatti, su dati Eurostat, Teaching staff del luglio 2014 (ma i numeri sono del 2012) che il nostro è ultimissimo tra i Paesi europei per presenza nelle università di insegnanti sotto i quarant’anni. Con i nostri 13 su cento abbiamo la metà esatta dei docenti giovani spagnoli e francesi un terzo di quelli austriaci o polacchi, un quarto di quelli tedeschi, un quinto dei lussemburghesi. E da quel 2012, come dicevamo, la nostra quota di quarantenni è scesa ancora fino all’8,8%. Umiliante.

 

 

Non meno indecorosa è un’altra classifica strettamente legata al sistema di poteri forti, di gerontocrazie e di baronie delle nostre università. Quella sulla presenza di professoresse e ricercatrici. Tolta Malta, che sta un pelo sotto, siamo ultimi anche qui. Con 36,5 donne ogni cento docenti. Tre punti sotto la Germania, 7 sotto la Svezia, la Polonia, il Portogallo e la Gran Bretagna, 10 sotto la Bulgaria o la Croazia, 15 sotto la Finlandia, 21 sotto la Lettonia…

 

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