Un mondo senza lavoro, perché la fantasia di Musk indebolisce tutta la società*

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Francesco Seghezzi

Elon Musk immagina un futuro senza lavoro obbligatorio e con reddito universale. Ma ridurre il lavoro a semplice fonte di reddito rischia di cancellarne il valore sociale e identitario, aumentando controllo e concentrazione del potere.

“Tutti i lavori saranno opzionali, ci sarà un elevato reddito universale”. Queste parole di Elon Musk, nell’ennesimo post su X al quale ormai il tecno-miliardario ci ha abituati, non possono passare inosservate. Da qualche tempo, infatti, in un certo dibattito pubblico i concetti riportati da Musk vengono affiancati: da una parte l’iper-diffusione di tecnologie – da ultime quelle basate sull’AI – che promettono di sostituire quote sempre più rilevanti di lavoro umano e, dall’altra la promessa di un reddito universale garantito a tutti i cittadini. Non è difficile capire come queste siano due facce di un unico scenario sociale che si va delineando. E non è neanche difficile capire che proprio l’idea di un reddito di base universale, di per sé concetto affatto nuovo, sia principalmente una tutela per i produttori di tecnologia che sono ben consapevoli delle esternalità negative che porteranno nella società e soprattutto nel mercato del lavoro. Caso vuole che si moltiplichino i racconti di isole acquistate e bunker costruiti dagli stessi personaggi, semmai vi fosse qualche forma di rivolta sociale nella quale venissero indicati come i principali nemici.

Il progetto tecno-populista è semplice nella sua logica: massimizzare i ritorni economici derivanti dall’automazione, riducendo al minimo i rischi sociali e politici che essa inevitabilmente produce. Se la tecnologia sostituisce il lavoro, la soluzione più semplice diventa garantire a tutti un reddito di base così che il conflitto sociale venga neutralizzato attraverso un trasferimento monetario universale (uguale per tutti? Chissà) che compensa la perdita di occupazione e di reddito. In questa prospettiva il reddito universale assume una funzione quasi assicurativa e non uno strumento di emancipazione sociale, come spesso viene presentato da altri sostenitori, quanto una forma di stabilizzazione del sistema. Un modo per rendere politicamente sostenibile un’economia sempre più concentrata e automatizzata che porta sia all’accumulazione di capitale concentrato in pochissime mani, sia ad un controllo sempre più ampio della società stessa.

Sembrerebbe semplice, pure nella sua distopia, ma non è così. Nel dibattito sull’automazione e sul reddito universale si compie infatti una riduzione radicale del significato del lavoro, considerato esclusivamente come fonte di reddito: se il reddito può essere garantito in altro modo, allora il lavoro diventa superfluo e la società può funzionare anche senza di esso, che diventa opzionale, un hobby come altri o uno strumento per integrare un reddito comunque garantito.

Questa visione però ignora secoli di tradizione sociologica e filosofica per la quale il lavoro non è soltanto un mezzo per guadagnarsi da vivere ma una delle principali modalità attraverso cui le persone costruiscono la propria identità, sviluppano modalità di rapporto con la realtà, sperimentano forme di riconoscimento sociale e partecipano in prima persona alla vita collettiva. Elementi che restano, in ultimo, validi anche davanti alla grande diffusione di sfruttamento e disumanità che molti lavori ancora oggi portano con loro. Si tratta infatti di superare queste condizioni, non di negare ogni valore extra-economico al lavoro. La via breve, quella di un reddito finanziato dai proventi dell’utilizzo delle tecnologie che lo sostituiscono, sembra negare tutto questo come se l’uguaglianza fosse raggiunta attraverso questa strada.

Il lavoro, nelle società moderne, ha svolto storicamente una funzione di integrazione e ha contribuito a dare forma alla cittadinanza sociale, a creare legami tra persone e istituzioni, a generare senso di appartenenza. Non è un caso che molte delle grandi conquiste democratiche del Novecento – dal welfare ai diritti sociali – siano nate proprio attorno al lavoro e alle sue forme di rappresentanza collettiva. Il fatto che fossimo una “società del lavoro” costituiva anche un contro-potere rispetto all’eccessivo accentramento di risorse, se il lavoro non esiste più difficilmente questo non si tradurrà in una maggior concentrazione di potere.

Immaginare una società in cui il lavoro diventa marginale significa dunque interrogarsi su cosa possa prendere il suo posto. Non basta distribuire reddito per generare partecipazione, riconoscimento, dignità ma forse è proprio qui che si nasconde l’inganno. Una società in cui molti ricevono, ma pochi contribuiscono realmente ai processi produttivi e alla costruzione della vita collettiva, potrebbe essere -complice anche la tecnologia- una società più controllata, meno libera e nel quale il potere (categoria che siamo sempre meno abituati ad utilizzare) prospera marginalizzando chi davvero potrebbe contrastarlo ossia i lavoratori sui quali, almeno oggi, si regge l’intera società.

Bollettino ADAPT 7 aprile 2026, n. 13

Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
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*Articolo pubblicato anche su Domani il 31 marzo 2026