Tecnologie e appalti: cosa c’è dietro le ispezioni nei poli logistici*
Interventi ADAPT, Salute e sicurezza
| di Giada Benincasa
L’iniziativa congiunta del Garante per la protezione dei dati personali e dell’Ispettorato nazionale del lavoro nei confronti di Amazon, con particolare attenzione ai poli logistici di Passo Corese e Castel San Giovanni, riporta al centro del dibattito uno dei nodi più delicati del lavoro contemporaneo: il rapporto tra tecnologie di controllo, organizzazione produttiva e tutela dei diritti dei lavoratori. Secondo quanto comunicato dalle autorità, l’attività ispettiva nasce anche da approfondimenti tecnici avviati a seguito di notizie di stampa che hanno evidenziato possibili criticità nell’acquisizione e nel trattamento dei dati personali dei lavoratori e nell’utilizzo di sistemi di videosorveglianza in assenza delle garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori. Al di là della singola vicenda, il caso rappresenta un indicatore di una trasformazione più ampia che interessa i modelli organizzativi ad alta intensità tecnologica, in particolare nei grandi hub logistici, dove l’organizzazione del lavoro è sempre più strutturalmente integrata con strumenti digitali, sistemi di tracciamento delle attività e piattaforme di gestione delle performance.
Uno dei punti giuridici centrali ruota attorno all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, norma che consente l’utilizzo di strumenti dai quali possa derivare un controllo a distanza sull’attività dei lavoratori solo in presenza di specifiche garanzie, come l’accordo sindacale o l’autorizzazione amministrativa e il rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali. La complessità attuale deriva dal fatto che molti strumenti digitali non sono progettati per controllare direttamente i lavoratori, ma per organizzare i processi produttivi: software di gestione dei flussi, sistemi di picking, badge intelligenti, telecamere integrate con sistemi di analisi automatizzata, piattaforme di monitoraggio delle performance. Quando però questi strumenti generano dati riconducibili alla prestazione individuale, il confine tra organizzazione e controllo diventa estremamente sottile e l’applicazione della disciplina richiede valutazioni molto più sofisticate rispetto al passato.
Nei grandi centri logistici la tecnologia non rappresenta più solo un supporto operativo, ma costituisce una vera e propria infrastruttura organizzativa. Gli algoritmi sono in grado di assegnare attività, misurare tempi di esecuzione, segnalare anomalie e ottimizzare percorsi e flussi di lavoro. In questo contesto si aprono questioni giuridiche nuove, che riguardano la reale titolarità delle scelte organizzative quando queste sono incorporate nei sistemi digitali, la qualificazione dei dati raccolti attraverso strumenti necessari alla produzione e le modalità con cui garantire trasparenza e proporzionalità nei sistemi di monitoraggio. Si tratta di temi che stanno emergendo con forza nel dibattito europeo sul lavoro digitale e che, nel contesto italiano, assumono una rilevanza particolare proprio nei settori caratterizzati da forte integrazione tra tecnologia e organizzazione del lavoro.
Un ulteriore livello di complessità deriva dalla struttura tipica della filiera logistica, spesso organizzata attraverso catene multilivello di appalto. In questi contesti i sistemi tecnologici possono essere progettati dal committente, gestiti dal fornitore e utilizzati materialmente dai lavoratori dell’appaltatore. Ne deriva un interrogativo giuridico non secondario su chi sia effettivamente responsabile del trattamento dei dati e su chi debba garantire il rispetto delle regole sui controlli a distanza. Quando l’organizzazione del lavoro è di fatto guidata da sistemi digitali riconducibili al committente, possono emergere profili di etero-organizzazione tecnologica che incidono non solo sulla privacy, ma anche sulla qualificazione del rapporto e sulla distribuzione delle responsabilità lungo la filiera produttiva.
L’intervento coordinato tra autorità privacy e vigilanza lavoristica segnala quindi un cambio di fase. Come emerge dagli studi condotti da ADAPT nell’ambito del Laboratorio di Innovazione Giuslavoristica degli Appalti nella Logistica (LIGAL) non si tratta più solo di verificare singole violazioni, ma di comprendere come le regole tradizionali del diritto del lavoro e della protezione dei dati possano adattarsi a modelli produttivi costruiti attorno a infrastrutture digitali pervasive. In prospettiva, alle imprese sarà sempre più richiesto di dimostrare non solo la legittimità formale degli strumenti utilizzati, ma anche la coerenza tra logiche tecnologiche, finalità organizzative e tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori. Proprio queste analisi stanno evidenziando come il vero nodo non sia la tecnologia in sé, ma il suo utilizzo come leva di governo del lavoro all’interno di ecosistemi produttivi complessi, in cui il potere organizzativo può essere esercitato anche attraverso architetture digitali distribuite lungo la catena degli appalti.
La sfida dei prossimi anni sarà quindi costruire modelli di regolazione capaci di tenere insieme innovazione organizzativa, competitività delle filiere e tutela effettiva dei diritti dei lavoratori. È in questo equilibrio che si giocherà una parte rilevante del futuro del lavoro nelle grandi infrastrutture produttive europee, dove la distinzione tra strumento tecnico e strumento di controllo è destinata a diventare sempre più sottile e sempre più centrale per la tenuta complessiva dei sistemi di tutela.
Bollettino ADAPT 16 febbraio 2026, n. 6
Vice-Presidente della Commissione di certificazione DEAL dell’Università di Modena e Reggio Emilia
*Articolo pubblicato anche su Il Sole 24 Ore l’11 febbraio 2026
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