Salvare il lavoro tassando i robot?

Nella periferia della cittadina di Talcott, West Virginia, in prossimità di un tunnel ferroviario ora dismesso, si trova un monumento che celebra le gesta di John Henry. Sulla targa del basamento si legge che, durante i lavori di scavo del tunnel nel 1870, John, un possente operaio afro-americano assunto per praticare fori nella ‎roccia per la dinamite, vinse un’epica sfida contro una nuovissima perforatrice ‎meccanica a vapore, morendo tuttavia di sfinimento per l’enorme sforzo.‎ Perché il monumento? E perché ancora oggi si celebra in America il mito di John Henry?

Forse perché, sebbene la competizione tra gli uomini e le macchine abbia origine nelle rivolte degli operai inglesi d’inizio Ottocento, il confronto sociale è ancora alimentato dall’inquietudine per la cancellazione del lavoro manifatturiero, e ora anche intellettuale. Eppure la diffusione delle tecnologie ha generato negli ultimi due secoli uno straordinario miglioramento delle condizioni di lavoro, creando nuovi settori economici e un saldo positivo di occupazione. La forza lavoro è stata progressivamente riallocata dall’agricoltura all’industria, poi ai servizi, all’informatica, alla comunicazione globale…

 

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