Reddito di cittadinanza/ La manovra che aiuta le élite, ma non il popolo

Si è tornati a parlare di reddito di cittadinanza. L’avvio della sperimentazione finlandese di una sorta di “rendita” biennale di 560 euro/mese per alcuni disoccupati sorteggiati casualmente, le recenti polemiche politiche sulla legge delega per il contrasto alla povertà (che prevede una sorta di assegno sociale per gli indigenti) e i nuovi dati sull’aumento delle persone escluse dal mercato del lavoro e dal

welfare hanno riacceso le braci di un dibattito piuttosto risalente e tecnicamente più complesso di quel che potrebbe sembrare.

La prima difficoltà è terminologica: al centro della discussione non vi è, quantomeno in questo momento, la preoccupazione di garantire per legge un salario minimo (in Italia non presente, ipotizzato nel Jobs Act, ma poi mai realizzato); neanche si tratta di definire nuove e diverse indennità di disoccupazione, forme di sussidio che nel nostro Paese sono solitamente su base assicurativa, ovvero pagate dal versamento dei contributi. Il confronto si gioca invece sull’opportunità politica, la ragionevolezza sociale e la sostenibilità finanziaria di una particolare forma di sussidio universale concesso e dimensionato dalla legge, avente lo scopo di assicurare la sussistenza di qualsiasi cittadino che si trovi in uno stato di indigenza.

È evidente che si tratta di una soluzione costosa e densa di implicazioni culturali e sociali. Per i sostenitori si tratterrebbe di un atto di equità, inclusione e redistribuzione delle risorse; per i detrattori, al contrario, di uno strumento demotivante, che si presterebbe a opportunismi che finirebbero per incoraggiare l’inattività dei percettori del reddito e non la necessaria ricerca di nuova occupazione e di migliori condizioni di vita…

 

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