Quale Festa per i Lavoratori (poveri)*

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Bollettino ADAPT 6 maggio 2024, n. 18
 
La festa internazionale dei Lavoratori rappresenta un’occasione preziosa per riportare al centro del dibattito la persona e il suo rapporto con il lavoro, pilastro fondamentale della nostra Repubblica democratica, come recita l’art. 1 della Costituzione.
 
Crescono occupati e retribuzioni, calano i disoccupati e i giovani inattivi. Si tratta di segnali, a prima vista, estremamente positivi, ma che vanno chiariti e contestualizzati.
 
Iniziando dal dato più impressionante, a dicembre 2023 il tasso di disoccupazione (7,2%) è al livello più basso da dicembre 2008, per i giovani (20,1%) il migliore da luglio 2007 (19,4%). In un mercato affamato di forze-lavoro, dove la crescita pare frenata dalla difficoltà di reperire manodopera, rimangono comunque zone d’ombra, cristallizzate dall’inverno demografico.
 
Crescono, complessivamente, gli inattivi o, meglio, le inattive: si tratta di un vasto bacino di donne over 35 anni, che rinunciano al lavoro per le note criticità di conciliazione tra vita personale (leggi: cura dei figli e/o dei genitori anziani) e dimensione professionale. A riprova, cala il numero degli inattivi tra i più giovani (uomini e donne sino a 35 anni) e tra gli uomini in generale.
 
Crescono le retribuzioni, che oggi risultano aumentate del 7,8% rispetto a dicembre 2022; al contempo, i prezzi al consumo hanno registrato un ben percepito incremento, superiore all’8,1%, pressoché neutralizzando i miglioramenti stipendiali. Sicché, i salari “reali”, come da trent’anni a questa parte, sono rimasti stagnanti, se non, di fatto, ulteriormente erosi sul piano del potere d’acquisto dei lavoratori. Oltretutto, gli aumenti sono molto diversificati per settore, risultando ulteriormente penalizzati i lavoratori (ma sarebbe meglio dire le lavoratrici, viste la frattura di genere del mercato del lavoro) del terziario. Si deve poi considerare che quasi la metà dei lavoratori dipendenti è in attesa del rinnovo contrattuale, essendo scaduti (da due, a volte tre anni!) 28 dei 44 contratti collettivi più applicati.
 
Cresce anche l’occupazione, tanto che si parla di un aumento storico del numero di persone che si dedicano all’impiego. Ma né si tratta del posto “a tempo pieno e indeterminato”, né dei salari e della previdenza che hanno garantito ai Boomer una vita soddisfacente e una vecchiaia serena.
 
Si irrobustisce, infatti, il numero di chi vive il tragico ossimoro della povertà “nonostante il lavoro” e cioè della vastissima collettività di persone che, pur risultando, dal punto di vista statistico, “lavoratori” a tutti gli effetti, rimangono intrappolati nell’area della povertà. Si tratta di lavoratori discontinui o a orario ridotto, occupazioni a bassa professionalità, nelle imprese con minore livello di specializzazione e labour intensive, dove, cioè, il lavoro è ancora umano e non meccanizzato o digitalizzato. In tali casi, la retribuzione rischia di non soddisfare la garanzia di un’esistenza libera e dignitosa per sé e per la propria famiglia, promessa dall’art. 36 Cost.
 
Di questi dati si dovrebbe parlare di più, poiché sono preoccupanti. Nel nostro Paese, il lavoro non garantisce affatto alle persone occupate di non avere difficoltà economiche. Da un decennio, restano poveri oltre il 10 % dei lavoratori e delle lavoratrici.
 
Il lavoro povero innesca una spirale negativa per l’intera economia. Le basse retribuzioni si traducono in insufficiente reddito a disposizione dei (lavoratori) consumatori per acquistare beni e servizi, tra cui il sempre più oneroso accesso alle cure e, in particolare, alla prevenzione delle malattie.
 
Da un lato, la ridotta capacità di consumo genera un deperimento nella crescita economica, indebolisce la competitività del sistema, tarpa le ali all’innovazione e perpetua un modello socialmente e ambientalmente intollerabile. Dall’altro, il bisogno nonostante il lavoro sottrae allo Stato il gettito necessario per sostenere e, auspicabilmente, migliorare i servizi; nonché, incrementa la necessità di sussidi e incide sulla questione demografica.
 
Da qui la centralità e la criticità giuridica, economica e ambientale del lavoro povero. Una questione, cruciale e complessa, di povertà nel lavoro che mina la libertà e dignità della persona, la competitività del sistema economico e la sostenibilità.
 
Di ciò consapevoli, un ampio gruppo di ricercatrici e ricercatori di diversi Atenei italiani (Bologna, Milano, L’Aquila), che ho avuto l’onore di coordinare nel quinquennio appena concluso, ha coltivato un Progetto di Ricerca scientifica di rilevante Interesse Nazionale (PRIN), interateneo e interdisciplinare, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca.
 
L’indagine (dal titolo “I bisogni dei lavoratori poveri: nuova equità, lavoro dignitoso e professionalità”, in inglese Working Poor NEEDS: NEw Equity, Decent work and Skills) ha restituito un tema ampio e complesso, che ci ha portato a indagare un segmento importante del Paese e della vita di molte persone, obbligandoci al confronto anche sulle questioni ecologiche, nonché del salario “minimo” e del salario “giusto”.
 

L’esito della ricerca è un corposo volume, intitolato “Dal lavoro povero al lavoro dignitoso. Politiche, Strumenti, Proposte”, ad accesso libero e gratuito (volume n. 101 della collana Adapt University Press), che, da curatrice (insieme con i colleghi Zoli, Lambertucci e Biasi), sono particolarmente orgogliosa di condividere con la cittadinanza, le parti sociali e le istituzioni in occasione del Primo Maggio, con l’auspicio che questa giornata torni ad essere una Festa per Lavoratrici e Lavoratori, nel pieno godimento del magnifico e sempre attuale programma della Costituzione
 
Marina Brollo

Ordinaria di diritto del lavoro

Università degli Studi di Udine
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*Pubblicato anche su Il Messaggero Veneto, 1° maggio 2024

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