Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Renzi e l’art.18: armatevi e partite

Alla fine, il fantasma dell’articolo 18 è comparso all’improvviso come una pernice in volo , all’alba, su di una campagna bresciana cosparsa di accaniti cacciatori armati fino ai denti. Ma – stranamente – nessuno ha sparato. E l’uccello ha potuto rifugiarsi ben presto laddove la vegetazione era più fitta. Fuor di metafora, perseguendo nell’intento di épater le bourgeois (de la guache), Matteo Renzi, reduce dal voto trionfale che lo aveva incoronato segretario del Pd, oltre alle capriole sulla legge elettore, si è concesso qualche giro di valzer con le politiche del lavoro, annunciando a stretto giro di posta un job act in cui potevano essere incluse – udite! udite! – l’abolizione o la riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, uno degli ultimi Muri di Berlino immateriali che ancora dividono l’Italia. Eppure, da parte dei sindacati non sono arrivate proteste o minacce di scioperi ad oltranza. Abbiamo assistito soltanto ad un atteggiamento di «dignitosa indifferenza».

 

Non solo Susanna Camusso, ma persino Maurizio Landini hanno lasciato perdere. Il solo ad essere caduto nella trappola del ragazzotto fiorentino – e ad aver rilasciato dichiarazioni contrarie e risentite – è stato il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, il quale, essendo nato a Cuneo, non sa stare agli scherzi. Ed è tanto serio e responsabile da ritenere che su certi argomenti non si debba parlare a vanvera. Perché di cicaleccio si tratta. Con Renzi dovremo abituarci a saper distinguere tra idee nuove e sparate propagandistiche, stile Silvio Berlusconi: per ambedue è sufficiente che un’affermazione o una proposta siano illustrate in televisione perché abbiano vita propria. La realtà, per loro, è solo quella che scorre sui teleschermi.

 

Quanto all’articolo 18, bastava avere qualche consuetudine sull’argomento per capire che, nel Campo di Agramante di Renzi la confusione regnava sovrana. Certo, anche i giornalisti che raccoglievano le indiscrezioni incontravano parecchie difficoltà ad impadronirsi della materia.

 

Ormai non si guarda più ai contenuti, ma ci si limita a leggere il titolo. Abbiamo così la proposta Boeri, il pacchetto Ichino e tanti progetti di legge ispirati a quello che ormai viene definito il “contratto unico a tempo indeterminato a tutela differenziata e crescente”, salvo poi essere smentiti dai proponenti stessi, i quali, da esperti di diritto, sanno benissimo che con una sola formula contrattuale, ancorchè alleggerita sul versante della risoluzione del rapporto, non ci si fabbrica neppure la birra.

 

Il contratto a termine, la somministrazione, il job on call, i rapporti di consulenza rispondono – se usati correttamente – a situazioni lavorative specifiche non regolabili altrimenti. Tornando a quanto si agitava nel brain trust del sindaco-segretario (purtroppo non tutti i cervelli sono fuggiti), in un primo momento sembrava che l’articolo 18 dovesse fare posto ad una tutela solo risarcitoria per i nuovi assunti, restando invece in vigore la norma per lo stock degli occupati ora “stabili”. Poi, all’improvviso, è sembrato far capolino l’idea di quel “contratto sperimentale più flessibile e meno oneroso”, immaginato da chi scrive e da Pietro Ichino per il programma elettorale di Scelta civica. Sostenevamo allora: «In sostanza, non si propone una revisione della nuova disciplina dei licenziamenti individuali, introdotta dalla legge n.92/2012; ma il poter sperimentare soluzioni più flessibili appare ormai una scelta utile e positiva, dal momento che le parti sociali possono avvalersi di quanto è loro consentito dall’articolo 8 del decreto legge n.138 del 2011, anche per quanto riguarda gli effetti del recesso dal rapporto di lavoro.

 

Una norma-chiave che indica una serie di materie derogabili, attraverso la contrattazione collettiva decentrata (che va opportunamente organizzata sulla base di guidelines tracciate a nazionale) e finalizzata ad obiettivi di crescita e di sviluppo (la maggiore occupazione, la qualità dei contratti di lavoro, l’adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, l’emersione del lavoro irregolare, gli incrementi di competitività e di salario, la gestione delle crisi aziendali e occupazionali, gli investimenti e l’avvio di nuove attività)». 

 

Ricordo, però, che ero stato particolarmente io ad insistere per vincolare la proposta all’applicazione del “famigerato” articolo 8, tanto che oggi le proposte legislative presentate dal sen. Ichino e da altri «montiani» se ne saranno certo dimenticate, essendo l’articolo in questione sottoposto al “crucifige” della Cgil. In generale va ricordato che le elaborazioni di Pietro Ichino godono di una patente che ne certifica, a priori e comunque, il tasso di riformismo, salvo venire presto in evidenza l’estrema complicazione e l’eccessiva onerosità per le imprese, se solo ci si prende la briga di leggerle ed approfondirle.

 

In ogni caso – o perché non ci hanno capito nulla o perché si sono spaventati per il tanto ardire o, infine, perché, berlusconianamente, consideravano compiuta l’impresa dopo averla annunciata in televisione – ad un certo punto lo staff di Renzi ha scoperto che l’articolo 18 era un tabù ideologico per addetti ai lavori ed ha accantonato l’argomento.

 

Vedremo, allora, che cosa ci riserva il job act. Intanto – in vista delle festività natalizie – ci permettiamo di rendere omaggio a Matteo Peter Pan Renzi con i versi di un grande poeta italiano come Giacomo Leopardi: «Garzoncello scherzoso, codesta età fiorita è come un giorno di allegrezza pieno, giorno chiaro e sereno che precorre la festa di tua vita. Godi ragazzo mio, tempo soave, stagion lieta è codesta. Altro dirti non vò, ma la tua festa ch’anco tardi venir non ti sia grave».

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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