Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Job Act: nulla di nuovo sotto il sole

Non possiamo farci nulla. Non riusciamo ad unirci al coro osannante che accompagna ogni parola del sindaco-segretario, di quel Matteo Renzi (chi?), il cui migliore interprete, a nostro avviso (ovviamente, l’uso del plurale impegna solo il sottoscritto, come quando in albergo ti affittano una stanza doppia ad uso singola) rimane Maurizio Crozza, l’unico ad aver capito che l’astro nascente della politica italiana è soltanto capace di presentare bene quel nulla che ha da dire.
Anche se non tutte le materie sono di nostra competenza, le recenti proposte di Matteo Renzi in tema di legge elettorale e di unioni civili denotano il pressapochismo con cui agisce, anche quando si tratta di lavoro, quella “band of brothers” della nuova segreteria del Pd.
 
Per quanto riguarda il primo argomento Renzi ha indicato tre soluzioni (il ripristino del c.d. mattarellum con correzioni in senso maggioritario; il modello spagnolo; la c.d. elezione del sindaco d’Italia). Nulla di nuovo sotto il sole. Nella vasta letteratura che accompagna il dibattito ultraventennale sulla legge elettorale ognuna di queste proposte aveva trovato i suoi sostenitori ed incontrato il proprio momento di gloria. Al momento della loro riproposizione, è stato facile agli esperti di sistemi elettorali (ricordiamo in proposito alcune interviste di Gianfranco Pasquino) evidenziare che in realtà erano soluzioni assai discutibili sia perché connotate da effetti diversi, sia perché correlate a specifiche situazioni non correlabili alla nostra (il caso spagnolo), sia perché improponibili alla luce dell’ordinamento costituzionale (il sindaco d’Italia).
 
Quanto alla questione delle unioni civili, l’entusiasmo dei neofiti ha indotto l’entourage del segretario ad andare oltre le proposte a suo tempo formulate dal secondo governo Prodi (segnatamente dal ministro per la famiglia Rosy Bindi), arrivando a riconoscere nell’ambito di quel rapporto anche taluni diritti previdenziali, senza tener conto del dato oggettivo che un’unione civile può essere contratta proprio allo scopo di lucrare, in caso di premorienza del partner, un trattamento di reversibilità. Del resto, laddove è istituito questo rapporto, il suo uso non è limitato – né potrebbe esserlo – alle sole coppie omosessuali, ma anche a persone che scelgono per tante ragioni – magari economiche o di lontana parentela o di assistenza reciproca – di convivere (a prescindere da quello che succede in camera da letto). Al di là, pertanto, delle questioni di ordine sociale od etico (in cui non intendiamo entrare, pur ritenendo che sia sbagliato confondere il concetto di libertà con quello di diritto) ma assumendo solo una mera considerazione di carattere economico circa l’attribuzione dei diritti previdenziali, sarebbe più opportuno ammettere il matrimonio tra persone del medesimo sesso che non accontentarsi di un surrogato facilmente eludibile come, appunto, l’unione civile. In più, con il paradosso per cui, a legislazione vigente, una norma scoraggia – proprio sul versante della mancata corresponsione del trattamento ai superstiti se non siano trascorsi almeno 10 anni dalla celebrazione – il matrimonio tra persone con importanti differenze di età (allo scopo di contrastare i presunti raggiri da parte di prosperose badanti ai danni dei vecchietti affidati alle loro cure e dei loro familiari e futuri eredi).
 
Passando al campo del lavoro, a conclusione del vertice fiorentino della baby segreteria, è stato annunciato che il Job Act vedrà la luce il prossimo 16 gennaio. Alleluia! Eppure, anche in questo campo i giovani rottamatori – che hanno accarezzato l’arma dell’antipolitica per farsi strada nel partito, pur non conoscendo il sudore della fronte del lavoro ed essendo vissuti fino ad oggi soltanto grazie alla politica – dimostrano di non avere principi a cui ispirare le proprie azioni. Seguono le mode con lo scopo di “stupire” l’opinione pubblica grazie all’aiuto che proviene dai giornali amici, pronti a segnalare come significativo anche ciò che non lo è affatto purchè provenga da quella fucina. Sempre con approssimazione e cinismo.
 
Chi è, infatti, l’interlocutore del sindaco-segretario nel sindacato? E, di converso, chi, fino ad ora, ha fornito un lasciapassare alle proposte del Job Act in materia di licenziamenti? Il nome è già un programma: Maurizio Landini. Anche il leader della Fiom dà un’inquietante prova di sé, dimostrando di essere pronto ad allearsi con chiunque – anche con l’ex amico di Sergio Marchionne quando più aspra era la polemica tra i due – lo sottragga dall’isolamento in cui è finito e lo riporti lontano dalla deriva grillina in cui stava per essere inghiottita la sua organizzazione. Oppure è vera un’altra tesi e cioè che Landini, da vero sindacalista benchè trinariciuto, sia il solo ad aver compreso che il Job Act non sarà nient’altro che una montagna di coriandoli ricavati dall’aver trasformato in strisce variopinte i progetti “politicamente corretti” circolati negli ultimi anni. E che il famoso “contratto unico a tempo indeterminato a tutele crescenti” finirà per risolversi in un allungamento del periodo di prova.
 
La sinistra, in fondo, è sempre la stessa, anche quando pretende di “lavare i panni in Arno”. È sufficiente che, nel suo Tribunale della Sacra Rota, si rispettino i principi. Per loro fa differenza che un’assunzione avvenga a tempo indeterminato, ma con un periodo di prova di 24 mesi, piuttosto che con un contratto a termine per la stessa durata. O con un rapporto di apprendistato. Gli effetti sono praticamente i medesimi per il lavoratore interessato, il quale, trascorso quel periodo, può ritrovarsi ugualmente a spasso, se il datore non ritiene di stabilizzare il rapporto. Ma l’ideologia se ne frega della gente in carne ed ossa. Le leggi non sono fatte per servire le persone nella loro normalità di vita. Sono le persone che devono mettersi a disposizione delle leggi e comportarsi non come viene loro naturale, ma secondo gli schemi imposti dalla ideologia. Di una ideologia che una volta, almeno, veniva letta sui testi della vulgata marxista-leninista. Oggi i “nuovi” confondono Karl Popper con Harry Potter.
 

Giuliano Cazzola
Membro del Comitato scientifico ADAPT

 
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