Politically (in)correct – Bilancio di fine anno: sarebbe potuto andare peggio

Bollettino ADAPT 18 dicembre 2023, n. 44

 

Nel diritto penale è possibile provocare dei danni ad altre persone sia per commissione che per omissione. In politica può capitare, invece, che ambedue questi comportamenti provochino non solo dei danni, ma abbiano anche delle conseguenze non negative (sarebbe eccessivo usare l’aggettivo positive). L’attuale governo – a fine anno si possono trarre dei bilanci almeno provvisori – si è caratterizzato in materia di lavoro e di welfare di più per le omissioni che per le commissioni. Ed è stato un bene, anche se può sembrare singolare che un esecutivo ed una maggioranza sia apprezzato per non aver fatto. Ad una conclusione un po’ disperata come questa ci si arriva considerando quanto sarebbe potuto succedere e non è stato. Guardandosi indietro si troverebbero – a carico di parecchi governi – commissioni che sarebbe stato più opportuno evitare, perché queste che affrontiamo sono materie divisive: infatti, quelle misure che per talune correnti di opinione sono riforme, per altre sono addirittura controriforme. E viceversa.

 

Andando a ritroso nel primo anno del governo Meloni è doveroso prendere atto che non vi sono state iniziative di particolare pregio, ma che, nel medesimo tempo, si sono evitate operazioni di carattere legislativo che non avrebbero favorito un’evoluzione positiva del diritto del lavoro e delle stesse relazioni industriali. “Senza infamia, senza lode” direbbe Dante. Anzi le aspettative erano piuttosto funeste se si fossero prese in parola la cultura, la storia e i programmi delle forze politiche che hanno vinto le elezioni. Il sovranismo, infatti, viaggia insieme al populismo, perché è il secondo a sorreggere il primo, a dare l’illusione del nemico esterno annidato nella globalizzazione dell’economia, nello strapotere di mercati e delle istituzioni sovranazionali.

 

Nel 2015, quando l’ultrasinistra di tutta Europa, salutava in Alexis Tsipras, il leader che avrebbe indicato – prima di Maurizio Landini – la via maestra, anche Giorgia Meloni si aggiungeva al coro e dichiarava: “Tsipras in Grecia, è distante da noi anni luce, ma il risultato delle elezioni in Grecia racconta il fallimento delle politiche della Troika e la voglia di libertà che arriva dai popoli europei. Noi, in Italia, lavoriamo per costruire una risposta credibile a quel bisogno e la nostra stella polare è l’interesse nazionale. Perché la risposta non è l’internazionale dei popoli, ma la riscoperta delle patrie’’. Poi si sarà accorta che la Grecia negli ultimi anni e grazie alle rigorose politiche di risanamento cresce adesso più di noi, vende i suoi titoli sui mercati finanziari a prezzi più vantaggiosi dei nostri, si appresta a consegnare a noi la maglia nera nella classifica europea. Sarà stato l’esempio del leader greco a trasformare Meloni in una “Tsipras di destra” che ha connotato di una benemerita incoerenza l’azione del suo governo.

 

Per rendersi conto di quale sarebbe stata la politica del lavoro con un governo diverso, basterebbe passare in rassegna gli emendamenti delle opposizioni ad una legge di bilancio 2024 tenuta insieme con le pecette. Sarebbe ancora in vigore il reddito di cittadinanza, a cui si aggiungerebbe il salario minimo legale di 9 euro l’ora (perché – come abbiamo potuto capire – questo numero, pari al quadrato di 3, è sacro per la sinistra politica e sindacale); vi sarebbe in discussione una legge sulla rappresentanza per completare la “nazionalizzazione” delle relazioni industriali, da tempo in corso per le retribuzioni. In materia di pensioni ci troveremmo di fronte all’allargamento oltre misura di quelle fattispecie di lavoro disagiato (individuate puntigliosamente, per incarico del ministro Andrea Orlando, da una commissione presieduta da Cesare Damiano) che consentirebbero il pensionamento anticipato (oltre ovviamente all’uscita di sicurezza delle quote) nella prospettiva del definitivo superamento della riforma Fornero.

 

Quanto all’occupazione non mancherebbe, nella legge di bilancio, qualche norma per contrastare quella precarietà che “dilaga” negli incubi della terribile coppia Landini & Bombardieri. Tutto ciò quando riscontriamo, invece, da mesi e nonostante la debolezza della crescita economica, tutta una sequela di nuovi record: il tasso totale di occupazione tra la popolazione in età da lavoro ha toccato il 61,8%, con 23.694.000 occupati. Picco anche per il tasso di occupati maschi (70,8%) e soprattutto per i dati sull’occupazione femminile: 10.017.000 per un tasso pari al 58,1%. Vale la pena notare che dal 1° trimestre del 2021 il tasso di occupazione sale costantemente con un’accelerata progressione. Il tasso di posti vacanti nelle imprese è salito da poco meno dell’1% di inizio 2016 fino al 2,2% di fine 2022 (con l’eccezione ovviamente del periodo di lockdown).

 

L’Osservatorio Excelsior, del sistema Unioncamere, che si basa sulle comunicazioni aziendali riguardo alle assunzioni previste, ha diffuso segnali insieme incoraggianti e problematici. Per il trimestre novembre 2023-gennaio 2024 le imprese intendono fare 1.300.000 assunzioni, ma valutano che il 48% saranno di difficile o impossibile realizzazione. Le qualifiche che presentano più difficoltà di reperimento (tra i 52% e il 68%) sono quelle degli operai specializzati e conduttori di impianti, che costituiscono quasi la metà della mano d’opera necessaria, mentre quella di dirigenti e professioni intellettuali ha difficoltà di reperimento tra il 33% e il 46%. E’ importante notare che perfino nella categoria delle professioni non qualificate (circa il 15% della domanda) la difficoltà di reperimento tocca il 37%.

 

In questi ultimi giorni l’OCSE ha riservato ulteriori sorprese, nel Rapporto Pensions at a glance. L’Italia è tra i paesi in cui la spesa pensionistica (322 miliardi pari a un terzo della spesa pubblica) pesa di più sul Pil (16%); in cui i pensionati hanno redditi in media più alti di chi lavora; dove i contributi previdenziali pagati dai datori e dai lavoratori (33%) sono la quota più alta del c.d. cuneo contributivo, mentre, nel complesso, l’aliquota media di contribuzione effettiva per le pensioni nei paesi OCSE è del 18,2% del livello salariale medio. Non sarebbe inutile ragionare su questi dati per capire perché in Italia le retribuzioni sono basse. E volendo si dovrebbe riflettere su quanto ha scritto suIl Foglio, Marco Leonardi l’economista già stretto collaboratore del presidente Mario Draghi: «Per chi lavora a tempo pieno facciamo un confronto tra occupazioni equivalenti in Italia e Francia: prendiamo un addetto alle pulizie, il salario annuale previsto da contratto è leggermente superiore in Italia che in Francia (23 mila retribuzione annua lorda circa). Il salario annuale da contratto di un cameriere è superiore in Italia (29 mila) piuttosto che in Francia (26 mila). Qualcuno dirà che è un problema di tassazione differente, ma l’Irpef italiana (forse anche per compensare la stagnazione salariale) nel tempo – spiega Leonardi – si è spostata sempre più verso i redditi alti; tanto è vero che coloro che guadagnano meno di 20 mila euro all’anno praticamente non pagano Irpef e la differenza nella tassazione delle famiglie con figli con la Francia è stata parzialmente colmata dall’assegno unico universale (non a livelli medio alti di reddito dove è ancora molto elevata). Il problema dell’Italia sta nella mancanza di posizioni di livello alto. Mentre camerieri e addetti alle pulizie sono pari, il novantesimo percentile della distribuzione del reddito da lavoro dipendente in Francia è 4.600, in Italia è solo 4.000 euro mensili lordi: in Italia esistono poche posizioni dirigenziali e sono pagate poco. È per questo che i giovani italiani emigrano».

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Politically (in)correct – Bilancio di fine anno: sarebbe potuto andare peggio