Le tendenze della contrattazione sociale nel Rapporto CISL 2026
Interventi ADAPT, Relazioni industriali
| di Anna Marchiotti
Il nuovo Rapporto Cisl-WWell sulla contrattazione sociale fotografa un modello negoziale sempre più strutturato, diffuso e orientato al welfare di prossimità. Accanto alla crescita quantitativa degli accordi emerge una riflessione strategica sul ruolo del sindacato, chiamato a connettere politiche territoriali, partecipazione e contrattazione nei luoghi di lavoro, nella prospettiva di un welfare sempre più integrato tra dimensione sociale ed economica.
Il 14 luglio 2026 l’osservatorio sociale della contrattazione territoriale di Cisl, in collaborazione con il Centro di ricerca WWell (Welfare, Work, Enterprise, Lifelong learning) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha pubblicato il nuovo Rapporto sulla contrattazione sociale. Il documento si qualifica come tappa intermedia verso il rapporto finale 2026-2027 e, in continuità con la precedente edizione, consolida il cambio di paradigma metodologico avviato nel 2022 e finalizzato a dare maggior ordine e struttura all’analisi del processo negoziale.
L’urgenza di strutturare un glossario condiviso emerge fin dalle premesse comunicative dell’organizzazione sindacale. Come formalizzato nel comunicato di sintesi del 14 luglio, per la prima volta Cisl traccia i confini della contrattazione sociale definendola come “ogni iniziativa, ogni azione, ogni accordo frutto del confronto con i soggetti istituzionali, sociali, economici del territorio volti a produrre un impatto sul benessere delle comunità”. Proprio lo sforzo di passare da un “lessico comune” a un “glossario condiviso” rappresenta uno degli obiettivi del rapporto.
Per tradurre questo obiettivo in un percorso di analisi, il rapporto si struttura in due sezioni chiave, precedute da una introduzione curata dalla segreteria nazionale confederale e della federazione dei pensionati. Nella prima parte, il glossario si misura con i dati della contrattazione sociale del 2025, esaminati a livello nazionale e regionale. Nella seconda parte, l’indagine si sposta sulle tendenze e sulla visione strategica, aprendo il dibattito ai modelli organizzativi del sindacato e alle dinamiche generative tra prassi negoziali differenti.
Dal punto di vista quantitativo, la ricerca analizza 678 documenti raccolti nel 2025, un volume in crescita rispetto agli anni precedenti e concentrato prevalentemente nelle regioni del Centro-Nord. La Lombardia si conferma al primo posto per numero di documenti siglati, seguita da Emilia-Romagna, Marche, Veneto e Toscana, coprendo assieme più dell’81% del totale.
La maturità dei processi negoziali è testimoniata dal fatto che all’incirca 8 documenti su 10 rappresentano intese e accordi con validità di almeno 12 mesi, suggerendo così una crescente standardizzazione e formalizzazione delle pratiche di contrattazione sociale sul territorio.
Il rapporto consolida altresì la dimensione comunale quale perimetro di sviluppo principale della contrattazione sociale: il 76% delle pratiche avviene a livello municipale, interessando 1.615 comuni italiani. Tra questi, il 65% ha meno di 5.000 abitanti, a dimostrazione di come la contrattazione operi soprattutto come strumento di prossimità per la tutela delle aree interne e dei piccoli centri urbani.
Entrando ora nel merito dei contenuti, le politiche di welfare sociale (casa, anziani, disabilità, famiglia, minori, istruzione, povertà e lavoro) rappresentano il “cuore” della contrattazione sociale. Il welfare è presente complessivamente nel 67,3% dei casi, con una prevalenza di interventi in natura, anziché prestazioni monetarie. Più contenute risultano invece le politiche legate alla salute (assistenza distrettuale, assistenza ospedaliera e prevenzione), che si attestano attorno al 9%.
L’analisi di dettaglio evidenzia poi una spiccata concentrazione sulle politiche rivolte alla terza età, che registrano il 15,8% delle frequenze, seguite dalle politiche per la famiglia e i minori al 12,9%, dall’istruzione al 10,0% e dalla fiscalità locale al 9,6%. A conferma di ciò, la parola chiave più ricorrente nei testi è la “non autosufficienza”, seguita da “compartecipazione” e “PNRR”.
Sebbene il welfare rimanga al centro dell’attenzione, cambia il modo in cui vengono gestite le priorità. Un dato significativo dell’osservatorio mostra infatti che l’estensione tematica media dei singoli accordi è scesa a 3,8 aree nel 2025 (rispetto alle 4,4 del 2022). Questa tendenza indica una volontà delle parti di concentrarsi su un numero più limitato di politiche e azioni, orientando il confronto su interventi selezionati e ritenuti maggiormente strategici.
Quanto ai beneficiari, la contrattazione sociale continua a caratterizzarsi per un approccio universalistico, orientato ad offrire servizi e prestazioni alla totalità delle famiglie. Tuttavia, si osserva la crescita di clausole che incrociano la vulnerabilità socio-anagrafica con criteri economici basati sull’ISEE, riflettendo una selettività distributiva indotta dalla contrazione delle risorse pubbliche.
Con riguardo al numero e alle caratteristiche dei firmatari, la stragrande maggioranza dei testi è sottoscritta in modo unitario (79,6% da Cisl, Cgil e Uil), con una media di 4 firmatari per accordo, un numero in leggera flessione rispetto agli anni precedenti.
Forte di questa ampia base di consenso, la contrattazione sociale si colloca nella fase di definizione dell’agenda politica dei territori, mantenendo le caratteristiche di un profilo oramai tipico di negoziazione (per una ricostruzione delle tendenze della contrattazione sociale, si veda: A. Marchiotti (2026), Introduzione allo studio della contrattazione sociale in Italia, Materiali per una cultura del lavoro, Adapt University Press). Un posizionamento che, come evidenziato nella seconda parte del rapporto, mette il sindacato di fronte ad almeno tre sfide: la valorizzazione del ruolo del terzo settore, la gestione di modelli regionali differenti e la complementarità tra contrattazione sociale e contrattazione nei luoghi di lavoro.
Nello specifico, la prima questione riguarda la collaborazione con il terzo settore nei processi di co-programmazione e co-progettazione con i comuni. Si tratta di un equilibrio delicato: se da un lato il sindacato è chiamato a riconoscere il valore aggiunto di questi attori, dall’altro – come avverte l’osservatorio – questo riconoscimento non dovrebbe delegare totalmente l’attività di rappresentanza sociale, di cui è garante il sindacato.
Il secondo nodo interviene sull’esistenza di modelli regionali distinti di contrattazione sociale e che saranno un punto di riflessione importante anche per i prossimi rapporti. Ciascun modello regionale riflette infatti le specifiche tradizioni negoziali, gli assetti istituzionali e le differenti capacità amministrative, sottolineando l’abilità della contrattazione di adattarsi alle caratteristiche di diversi contesti socio-economici.
La sfida più complessa rimane tuttavia la ricerca di sinergie tra la contrattazione sociale e la contrattazione per così dire economica, quella che avviene nei luoghi di lavoro. Sul punto l’analisi dei curatori del rapporto è chiara: la partecipazione nei luoghi di lavoro trova nella contrattazione sociale il suo “completamento territoriale”, configurando uno spazio di ricomposizione capace di unire le tutele individuali alla responsabilità collettiva, il lavoro alla vita quotidiana.
A parere di chi scrive, in prospettiva, l’evoluzione della contrattazione sociale dipenderà (anche) dalla capacità di validare proprio queste (esistenti o immaginate) sperimentazioni di convergenza tra il welfare aziendale e quello territoriale, tra contrattazione sociale e contrattazione economica. Si tratta, in buona sostanza, di tradurre le esperienze e le buone prassi in risposte strutturate creando spazi di connessione tra l’economico e il sociale a beneficio delle intere comunità, qualificando così ancor più l’importante contributo che la contrattazione sociale offre alla costruzione dei sistemi di welfare.
PhD Candidate ADAPT – Università di Siena
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@Marchiotti_Anna