Lavoro e “nero” Perché c’è poco da festeggiare*

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Francesco Seghezzi

Bollettino ADAPT 12 gennaio 2026, n. 1

Il dato che cattura subito l’attenzione, nei numeri di novembre sul mercato del lavoro, è la nuova discesa del tasso di disoccupazione che raggiunge record al ribasso. È un segnale indubbiamente positivo perché certifica una dinamica che negli ultimi anni ha visto l’Italia recuperare terreno e allontanarsi dalla condizione di “eccezione” europea che l’aveva caratterizzata nel decennio post-crisi. Eppure, è proprio questo tipo di dato che, se isolato, rischia di generare un racconto troppo consolatorio. Perché la disoccupazione può ridursi per un motivo virtuoso, più persone che trovano lavoro, ma anche per uno meno rassicurante: più persone che smettono di cercarlo. Ed è qui che entra in scena la vera criticità strutturale del nostro mercato del lavoro, ossia l’inattività.

Un fenomeno cronico, che colloca l’Italia in vetta alla classifica europea dei paesi con il maggior numero di persone che non lavorano e non cercano lavoro, distaccandoci ormai da quasi 10 punti da Spagna e Francia e di 5 punti dalla Grecia. Negli ultimi anni il tasso di inattività è sicuramente diminuito, ma non abbastanza per allontanarci da questo preoccupante primato. L’inattività non è soltanto una variabile quantitativa, ma una categoria sociale complessa, un contenitore di fenomeni differenti che hanno in comune il fatto di non essere registrati come lavoro o come ricerca di lavoro.

Dentro l’inattività, infatti, si annidano forti disparità territoriali, con aree del paese in cui la non partecipazione è una condizione strutturale più che congiunturale, perché legata alla scarsità di opportunità, alla fragilità dei servizi e a una domanda di lavoro più debole e meno qualificata. Ma dentro l’inattività si possono anche nascondere forme di lavoro irregolare, che sottraggono persone alla statistica e deformano il confine tra essere “fuori” o “dentro” il mercato. E ancora, dentro l’inattività si riflettono le conseguenze di un lavoro povero e frammentato, che negli ultimi anni è in parte diminuito in alcune sue forme, ma che continua a produrre una trappola per chi vi entra, perché rende più probabile, in certi contesti, alternare periodi di occupazione intermittente a fasi di scoraggiamento o di ritiro dalla ricerca, soprattutto quando il salario atteso è basso e il costo della partecipazione è alto.

Questa lettura diventa ancora più interessante se si osservano le differenze interne alle fasce più giovani, perché l’inattività non si muove in modo uniforme. A novembre, infatti, ma anche negli ultimi dodici mesi, si registra un aumento dell’inattività tra i 15 e i 24 anni, mentre nello stesso mese l’inattività diminuisce tra i 25 e i 34 anni. Questo doppio movimento suggerisce che non stiamo osservando un “problema giovani” indistinto, ma una frattura più sottile tra chi è ancora nella fase di transizione scuola-lavoro e chi invece, avendo in parte già attraversato quella soglia, sembra mostrare una maggiore capacità di permanere agganciato al mercato del lavoro. Dal punto di vista della qualità occupazionale, la tendenza di fondo rimane relativamente favorevole, poiché negli ultimi anni si osserva un aumento delle posizioni più stabili e una riduzione della centralità del lavoro a termine.

Questo miglioramento, però, non neutralizza il tema della partecipazione, perché può coesistere con un processo di polarizzazione nel quale l’occupazione cresce soprattutto tra coorti più mature, mentre una parte della popolazione più giovane fatica a entrare o tende a uscirne. Ed è in questa tensione che l’Italia continua a mostrare la sua specificità, perché può migliorare su alcuni indicatori e restare inchiodata su altri, soprattutto quando la crescita dell’occupazione non si traduce automaticamente in una riduzione stabile dell’inattività. I dati di novembre, quindi, non smentiscono i progressi del mercato del lavoro, ma ricordano che la valutazione deve tenere insieme occupazione, disoccupazione e inattività, perché solo così si capisce se un paese sta davvero ampliando la base sociale della partecipazione, soprattutto in un paese come il nostro che soffre dualismi e criticità strutturali.

La domanda decisiva non è se l’Italia abbia raggiunto un record sulla disoccupazione, ma se stia riuscendo a ridurre quella grande area grigia di non partecipazione che rappresenta il suo limite storico e che, proprio perché incorpora disuguaglianze territoriali, sommerso e trappole del lavoro povero, rischia di rendere insufficienti i miglioramenti che osserviamo.

Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
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*Articolo pubblicato anche su Domani il 9 gennaio 2026