Il sindacato 2.0 di Bentivogli. Da giovedì alla Fim

I metalmeccanici Cisl puntano su un giovane: Marco Bentivogli, 44 anni, sarà eletto giovedì segretario generale della Fim. Prenderà il posto di Beppe Farina, 60 anni, promosso alla segreteria confederale della Cisl, dove Annamaria Furlan gli ha affidato le deleghe sulle politiche contrattuali dell’industria e il Mezzogiorno.

 

Bentivogli ha respirato sindacato fin da bambino (è figlio di Franco, segretario della stessa Fim negli anni Settanta) ma è sostenitore di una riforma radicale delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori: «Bisogna cambiare i riti, le forme, le modalità del sindacato. Ma cambiare passo sul serio, rispetto a un modello organizzativo che è la brutta copia di quello degli anni Settanta e che per questo lascia troppi buchi nella capacità di rappresentare tutto il mondo del lavoro. Oggi solo un giovane su 10 lavoratori è iscritto al sindacato confederale, è un dato che ci impone di ripartire da loro».

 

Più renziano o più landiniano? Né l’uno né l’altro. Bentivogli ritiene che la Cisl debba accelerare il processo di riorganizzazione già impostato con l’accorpamento delle categorie e la valorizzazione del territorio. Nel suo percorso c’è l’unificazione, in primavera, con la Femca (chimici, tessili, energia) dal quale nascerà la federazione dell’industria con più di 350mila iscritti.

 

Parla di «sindacato 2.0 che metta insieme i valori migliori e la tecnologia» e di un mondo del lavoro «sempre più plurale», ma, a differenza del leader della Fiom Maurizio Landini, diffida delle primarie per la selezione dei gruppi dirigenti: «Non mi spaventano, ma hanno grandi controindicazioni. Le primarie le utilizzano nel sindacato americano, ma hanno favorito l’emergere di sindacalisti vicini a lobby esterne. Noi invece dobbiamo valorizzare le risorse interne, in particolare i nostri quadri giovani nei luoghi di lavoro».

 

Cgil, Cisl e Uil si mobiliteranno sabato con una serie di iniziative contro il taglio di 150 milioni ai patronati (su un totale di 430 milioni), deciso dal governo con la legge di Stabilità. Finora le hanno provate tutte, perfino un appello al presidente della Repubblica, sottolineando che sarebbero a rischio 8 mila posti di lavoro per altrettanti operatori. Ma si sono rivolti anche agli avvocati, perché se il Parlamento non correggerà la norma sono pronti ad arrivare fino alla Corte costituzionale. Gli argomenti per farlo non mancano. I patronati, infatti, in base alla legge 152 del 2001, sono finanziati prelevando lo 0,226% dai contributi incassati annualmente da Inps e Inail e ripartendolo fra tutti i patronati autorizzati, in base alle pratiche che ciascuno di essi svolge. La ripartizione dei fondi e la vigilanza sui patronati spettano al ministero del Lavoro. Questi enti, di emanazione sindacale ma anche di associazioni imprenditoriali, ricevono i contributi perché, dice la legge, devono svolgere un «servizio di pubblica utilità» in attuazione di diversi articoli della Costituzione che prevedono prestazioni previdenziali e assistenziali. Per l’attività a supporto di queste prestazioni (domande di pensione, sussidio, ecc.) i patronati, dice la legge, devono prestare i loro servizi gratuitamente. Tagliare 150 milioni che vengono dai contributi di imprese e lavoratori per finanziare i patronati e destinarli ad altro è quindi incostituzionale, concludono i sindacati.

 

 

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