Più lavoro, meno valore: perché la produttività italiana continua a scendere*
Bollettino ADAPT 12 gennaio 2026, n. 1
La produttività del lavoro in Italia continua a diminuire. Secondo l’ultimo rapporto Istat sulle misure di produttività, nel 2024 si è ridotta dell’1,9%, dopo il forte calo registrato nel 2023 (-2,7%), confermando una debolezza strutturale che accompagna l’economia italiana da almeno due decenni. A prima vista, sembrano dati paradossali, infatti nello stesso periodo il mercato del lavoro mostra una sostanziale tenuta, con ore lavorate in aumento e livelli occupazionali complessivamente stabili. Ma proprio questa apparente contraddizione è il punto di partenza per comprendere le ragioni profonde della stagnazione della produttività. Nel 2024 il valore aggiunto dei settori di mercato cresce appena dello 0,4%, mentre l’input di lavoro, misurato in ore lavorate, aumenta del 2,3%. È questo squilibrio a spiegare meccanicamente la caduta della produttività del lavoro: si lavora di più, ma non si produce proporzionalmente di più.
Una parte delle ragioni di questa debolezza può essere ricondotta ad alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano come suggeriscono i dati, pur riferiti a un periodo successivo, dell’ultimo rapporto Istat sul mercato del lavoro relativo al terzo trimestre del 2025. Questi mostrano che, rispetto al terzo trimestre del 2024, il numero di occupati è rimasto sostanzialmente invariato, mentre le ore lavorate sono aumentate del 2% (+1,3% le ore lavorate per dipendente). Si lavora quindi di più non solo perché negli ultimi anni c’è stata un’espansione dell’occupazione, ma anche perché, nel periodo più recente, il lavoro si è intensificato (è aumentato sul margine intensivo).
Un ulteriore elemento riguarda la distribuzione settoriale dell’occupazione. L’aumento delle ore lavorate osservato nel terzo trimestre del 2025 è trainato soprattutto dai servizi, in particolare dalle attività di alloggio e ristorazione (+2,5% su base tendenziale), dall’istruzione (+4,4%) e dalla sanità e dai servizi socio-assistenziali (+2,6%). Ed è proprio nei servizi che Istat individua le maggiori flessioni della produttività del lavoro nel 2024: -0,8 punti percentuali nel commercio, nella logistica e nelle attività ricettive e della ristorazione e -0,6 punti nei servizi privati di istruzione, sanità e assistenza. A questo si accompagna la crescita del lavoro intermittente (+6% su base tendenziale) e delle posizioni a bassa intensità lavorativa, diffuse nei comparti del turismo, della ristorazione e dei servizi alla persona. Si tratta di settori che sicuramente contribuiscono in modo rilevante alla tenuta dell’occupazione, ma che difficilmente possono sostenere una crescita robusta della produttività, soprattutto in assenza di innovazione tecnologica e organizzativa. Il rapporto segnala infine un calo del tasso di occupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni (-1,6 punti percentuali). La minore partecipazione delle fasce potenzialmente più dinamiche e innovative della forza lavoro riduce il contributo alla riallocazione verso attività a maggiore valore aggiunto, con conseguenze sulla produttività. Infine, il costo del lavoro cresce del 3,3% su base annua, spinto soprattutto dall’aumento dei contributi sociali (+4,8%) e delle retribuzioni (+2,8%). In un contesto di produttività stagnante e di una crescita debole del valore aggiunto, questa dinamica rischia di comprimere i margini delle imprese e di indebolire ulteriormente gli incentivi a investire in innovazione e capitale produttivo.
La lettura congiunta dei dati Istat sulla produttività e sul mercato del lavoro mostra che la debolezza della produttività italiana è l’esito di un modello di crescita basato sull’aumento dell’input di lavoro, che favorisce assetti labour-intensive a basso valore aggiunto, e sulla concentrazione in settori a ridotta produttività, a fronte di un contributo ancora insufficiente dell’innovazione tecnologica e organizzativa, in parte dovuto agli scarsi investimenti in capitale. Il mercato del lavoro non rappresenta la causa diretta del problema, bensì riflette i limiti strutturali del nostro sistema economico. Senza un cambiamento della struttura produttiva, e quindi una vera politica industriale, della qualità dell’occupazione e dell’organizzazione del lavoro, la dinamica della produttività è infatti destinata a rimanere il principale freno alla crescita italiana, anche in presenza di buoni dati occupazionali. E in un contesto del genere i bassi salari trovano un terreno fertile in cui prosperare.
Jacopo Sala
ADAPT Research Fellow
@_jacoposala
Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
@francescoseghezz
*Articolo pubblicato anche su Domani il 22 dicembre 2025
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