Bertagna: “Il Jobs Act penalizza l’apprendistato”

Il ministero dell’Istruzione ha da poco pubblicato un’indagine sulla partecipazione degli studenti italiani ai programmi di alternanza scuola-lavoro. Nello scorso anno scolastico è stato coinvolto il 43,5% delle scuole secondarie di secondo grado ed è cresciuto il numero delle imprese e degli studenti interessati. La Cgil però ha ribattuto: sono diminuite le ore passate in azienda e le risorse stanziate dal governo.

 

Giuseppe Bertagna, pedagogista dell’Università di Bergamo e in passato principale collaboratore dell’ex ministro Letizia Moratti nella stesura della sua riforma, qual è il suo giudizio?

«Una premessa. Il Miur (e l’Indire) chiamano alternanza ciò che, a leggere la legge Moratti, molto chiara in proposito, alternanza non è. Al massimo si tratta di stage o di qualche settimana di tirocinio, incistati nei tradizionali curricoli scolastici. Esperienze che non fanno male, anzi. Ma che bisognerebbe chiamare con il loro nome, visto che non sono sistematica, continua e integrata alternanza tra teoria e pratica, studio e lavoro, scuola e reali compiti sociali nello svolgimento di tutto il curricolum scolastico. Detto questo è vero che, al di là delle parole, si assiste, purtroppo, a una progressiva riduzione del numero dei percorsi che il Miur chiama di alternanza, per di più svolti in meno ore e con sempre meno risorse».

 

Colpisce però il sempre maggiore coinvolgimento dei licei.

«Sì, ciò che il Miur chiama alternanza è adottato anche nei licei. Ed è un bene. È ancora più paradossale perciò che il governo prefiguri lo sviluppo di questi percorsi solo nei tecnici e nei professionali. Quasi un residuo della vecchia mentalità aristocratica per la quale il lavoro non può essere un giacimento culturale anche per i liceali».

 

A proposito di liceo. Periodicamente riemerge la polemica sul classico. C’è chi chiede di diminuire le ore dedicate «all’aoristo passivo».

«La cultura e le lingue classiche hanno un valore formativo straordinario, quando sono fatte per scelta e non per mera distinzione sociale. Guai a perdere le ragioni e gli usi dell’aoristo passivo! Restando affezionato ad una mia vecchia proposta, tuttavia, questo non significa che, entro la fine degli studi, un cittadino italiano debba pensare che il lavoro sia un’esperienza altra rispetto alla qualità della formazione classica e, soprattutto, come accade oggi, che dopo ben 13 anni di formazione, non sia stato posto nelle condizioni di maturare contemporaneamente, se vuole, anche una qualifica professionale».

 

Dagli studenti a chi a scuola non ci va più ma non ha ancora un lavoro. Il programma Garanzia Giovani, partito più di sei mesi fa, non sembra portare i risultati attesi. Qual è il suo difetto?

«Il centralismo. Va ribadito oggi, quando il regionalismo non gode proprio, e purtroppo a ragione, di buona fama. Salvo che in Lombardia, infatti, Garanzia Giovani è ancora per lo più chiacchiera e carta».

 

Che pensa del contratto a tutele crescenti? Oscurerà il contratto di apprendistato?

«È senza dubbio uno degli effetti non voluti, ma inevitabilmente perversi di questo istituto. Chi sperava di trasformare davvero l’apprendistato in uno dei più efficaci strumenti a disposizione per qualificare il lavoro scambiando salario con formazione, per favorire il dialogo intergenerazionale, per far scoprire che la formazione è indispensabile non solo entro i 29 anni ma per tutte le età della vita, resterà deluso».

 

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