29 ottobre 2018

Una proposta per concretizzare il reddito di cittadinanza*

Emmanuele Massagli


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L’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) ha reso ufficiale il contenuto più originale e dirompente della campagna elettorale condotta meno di sei mesi fa dal Movimento Cinque Stelle: il reddito di cittadinanza. Per quanto, stando a quanto annunciato finora, la versione 2019 di questa misura sarà ancora parziale rispetto alle promesse (tanto più se l’Europa imporrà ridimensionamenti al DEF), certamente l’approvazione di una forma di politica sociale finora sconosciuta nel nostro Paese configura una scelta di indirizzo forte. Il dibattito politico, anche quello interno alla stessa maggioranza di Governo, non è di conseguenza più incentrato sulla scelta “reddito di cittadinanza sì o no”, ma sulla natura dello stesso: assicurativa o universale? In dialogo con le politiche attive o puramente assistenziale? Variabile secondo indici geografici o uguale per tutti?

 

Per avere risposta a tali quesiti si dovranno aspettare i primi testi di legge. È indubbio che la misura sia ab origine concepita come una sorta di sostegno al reddito dovuto indipendentemente da qualsiasi precedente contribuzione e connessa ad indicatori (lassi) di ricchezza, forse addirittura senza limiti di durata. Gli stringenti vincoli di bilancio imposti alle politiche economiche del Governo, comunque presenti per quanto allentati dalla ferma volontà dello stesso Governo di violare alcuni patti con l’Unione Europea, non permettono tuttavia una configurazione “senza limiti” del reddito di cittadinanza. Lo stesso Movimento Cinque Stelle sa bene, inoltre, che l’erogazione monetaria di ingenti risorse economiche a persone disoccupate o inattive se, da una parte, determina la protezione dal rischio di povertà, dall’altra genera un circolo vizioso di dipendenza dal sussidio pubblico che strozza ogni (sovente già debole) volontà di ricerca di occupazione. Non occorre studiare la copiosissima e multidisciplinare letteratura scientifica in materia per cogliere i rischi micro e macro economici di una scelta così strutturata, tanto più in un Paese, come il nostro, con indicatori del mercato del lavoro e tra i peggiori in Europa e meccanismi di funzionamento delle politiche attive vetusti e inefficienti (non è un caso che il reddito di cittadinanza sia accompagnato da un miliardo di investimenti sui centri pubblici per l’impiego, altro rilevante punto di domanda della prossima legge di bilancio).

 

In questo contesto di altalenante susseguirsi di proclami di rivoluzione riuscita e di accuse di fallimento assicurato, particolare ironia è stata riservata a scomposte dichiarazioni circa un presunto vincolo di “moralità” che limiterà gli acquisti permessi dalle risorse pubbliche: no alle spese senza controllo «all’Unieuro» (citazione fedele), sì all’acquisto di beni di prima necessità o di servizi utili alla ricollocazione.

 

Nascosto da un messaggio così approssimativo, è possibile scorgere una modulazione del reddito di cittadinanza tutt’altro che irragionevole. Forme di tutela della “moralità” degli acquisti (leggasi, più correttamente, della “liceità” o della “coerenza con la destinazione di risorse pubbliche”) esistono già in diversi Paesi occidentali e sono solitamente costruite attorno a voucher sociali emessi dallo Stato o dalle amministrazioni locali. Tali documenti di legittimazione vincolano la destinazione delle risorse, senza possibilità di abuso, verso la tipologia di beni e servizi che la legge ha ritenuto legittimamente ottenibili dalla persona sussidiata. Non è quindi peregrino immaginare il funzionamento del reddito di cittadinanza in modalità similare ai già esistenti voucher welfare, in costante diffusione nel settore privato nonostante la giovane età legislativa (sono stati regolati da un decreto interministeriale di marzo 2016). La tecnologia ha disposizione delle società emettitrici di questi buoni già permetterebbe, inoltre, una loro completa digitalizzazione e caricamento sulla carta nazionale dei servizi posseduta da ogni cittadino italiano. Non solo: qualora il Legislatore volesse vincolare l’utilizzo di questi buoni alla partecipazione ad attività utili alla attivazione della persona o al suo collocamento, sarebbe possibile (e semplice) concretizzare tale vincolo sulla carta dei servizi stessa. Nessuna circolazione di carta, quindi; protezione dalla falsificazione (con conseguente contenimento dei costi); monitoraggio in tempo reale degli esiti della politica, nonché della tipologia di servizi preferiti dai beneficiari del voucher di cittadinanza.

 

Parafrasando un noto spot proprio di card elettroniche: ricevere un bonifico a fondo perduto mentre ci si riposa sul divano non ha prezzo (né ragione…); per (quasi) tutto il resto potrebbe intervenire la card sociale di cittadinanza.

 

Emmanuele Massagli

Presidente ADAPT

@EMassagli

 

*pubblicato anche su ilsussidiario.net, 25 ottobre 2018

 

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