Lo studio e l’insegnamento del diritto: la lezione (sempre attuale) di Calamandrei

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Bollettino ADAPT 12 luglio 2021, n. 27

 

Una recente iniziativa dell’Ateneo di Roma Tre, volta a riscoprire e rendere liberamente accessibili testi storici della scienza giuridica di difficile reperimento in formato cartaceo, ha offerto l’occasione di rileggere nel loro complesso gli scritti di Piero Calamandrei tra cui spiccano i contributi sull’insegnamento e lo studio del diritto. Il volume II “Magistratura, avvocatura, studio e insegnamento del diritto” delle Opere Giuridiche di Calamandrei, in particolare, offre spunti sorprendentemente attuali per la riflessione sulla crisi delle facoltà giuridiche, ancor più vivi se riferiti nello specifico al diritto del lavoro. In questa disciplina, infatti, lo stretto nesso tra tecnica, diritto e lavoro, come recentemente ricordato, implica la necessità di “un continuo aggiornamento di strumenti e contenuti per formare l’“ingegnere sociale” del mondo del lavoro” (M. Brollo, Innovazioni nella didattica del diritto del lavoro in ADL Argomenti di diritto del lavoro, 2020, fasc. 2, pp. 345-368).

M. Cappelletti, nella Presentazione del Volume, ricorda che “Per Calamandrei, diritto e studio del diritto non furono mai né mera accettazione esegetica dei testi, né pura elaborazione e ricostruzione sistematica dei concetti” (vi). Esemplificativi l’interesse a calare l’analisi dottrinale nella realtà attraverso l’analisi dei processi di riforma in atto, contestualizzati attraverso indagini statistiche e sociologiche, e l’attenzione ai problemi giudiziari.

Cappelletti segnala poi come fin dagli anni venti gli interessi di Calamandrei si fossero spostati dalla dogmatica formale a temi e problemi dai quali emerge il vivo rapporto fra processo e diritto (giudice e teorico non possono più contentarsi di essere gli automi inanimati e irresponsabili del sillogismo formale), tra diritto e società (le dottrine giuridiche non hanno validità in sé ma in quanto adeguatamente riflettano e reagiscano ad un dato momento della evoluzione delle idee, della cultura, delle esigenze pratiche e morali dell’uomo  e della civiltà).

 

Questa consapevolezza metodologica si riflette negli scritti sull’insegnamento del diritto a partire dalla raccomandazione a sopprimere la deleteria e diseducativa prevalenza delle lezioni ex cathedra, rispetto alle esercitazioni implicanti un impegno e una partecipazione attiva dello studente (colloqui su casi pratici, ma anche la ricerca bibliografica), per proseguire con la proposta di sostituzione delle lezioni-dialogo alle lezioni-monologo. Anche l’introduzione delle esercitazioni “a latere” rispetto alle lezioni tradizionali non è ritenuta sufficiente, poiché esse dovrebbero diventare il metodo principale di apprendimento per gli studenti: “A un sistema di corsi in ognuno dei quali c’è un sapiente che parla sempre e un uditorio di ignoranti che sempre lo stanno a sentire a bocca aperta (ammirazione o sbadiglio?) bisogna sostituire un sistema di laboratori, in ognuno dei quali una famiglia di volenterosi si adoperi a gara alla scoperta del vero” (L’Università di domani, p. 233).

Calamandrei ricorda poi che i diplomati che si iscrivono a legge sono completamente “analfabeti” con riferimento al linguaggio tecnico necessario agli studi giuridici e in generale privi di conoscenze di base in ambito giuridico-economico, da ciò il suggerimento di promuovere insegnamenti volti a fornire una preparazione su “i concetti elementari che sono l’alfabeto della scienza” (p. 225).

 

Centrale il concetto di libertà di studio che ha come contraltare una partecipazione attiva degli studenti e “prove continuate di capacità e attitudine”. Ai suoi allievi Calamandrei, nel nome del suo Maestro Lessona, si propone come consigliere e compagno di lavoro (L’avvocatura e la riforma del processo civile, p. 14). Le problematiche connesse nello specifico alla formazione degli avvocati sono affrontate nello scritto “Troppi avvocati!” del 1921, in cui (dopo aver illustrato l’eccessiva crescita del numero di avvocati, mettendolo in relazione con il disagio economico e la decadenza intellettuale e morale della professione) si denunciano in particolare l’affollamento delle facoltà giuridiche e le metodologie didattiche non idonee ad assicurare una adeguata formazione professionale.

 

Sul primo fronte, le cause sono ricercate nelle aspettative di carriera “comoda” dei giovani e delle loro famiglie, con riferimento ai possibili sbocchi occupazionali della laurea in legge (carriera scientifica e insegnamento; magistratura, professioni legali, impieghi nelle pubbliche amministrazioni o negli uffici legali delle aziende, e non ultima la “deputazione”); nell’elevato numero di facoltà di giurisprudenza esistenti, e dunque nella prossimità territoriale che offriva anche ai meno abbienti una opportunità non onerosa di formazione terziaria; nella corsa al “pezzo di carta”.

 

Sul secondo fronte, il metodo cattedratico è riconosciuto come complice del decadimento intellettuale degli studi giuridici, ed alla sua durissima condanna sono dedicate quattro intense pagine (Troppi avvocati! pp. 134-138) in cui si denuncia principalmente la assoluta passività intellettuale a cui condanna lo studente. Allo stesso modo condannabili sono ritenuti “gli acrobatismi mnemonici” richiesti dagli esami. Le ricadute di questo sistema sulla formazione dei giovani sono per Calamandrei disastrose: i giovani laureati sono poveri di idee fondamentali, incapaci di coordinazione e di sintesi (p.149) ma soprattutto incapaci di “scoprire sotto gli articoli scritti nei Codici il fenomeno sociale e mettere a contatto le formule teoriche imparate a scuola con la realtà del diritto vivo che intorno a noi si trasforma e si rinnova” (p. 150).

 

Lilli Casano

ADAPT Research Fellow

@lillicasano

 

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