Stefano Fassina: "Si è data agli imprenditori la libertà di licenziare e pagheranno i giovani"

Stefano Fassina mastica amaro. Poco dopo le otto e mezza l’emendamento del governo che esclude la possibilità di reintegro per i licenziamenti economici e lo prevede per i licenziamenti discriminatori e per alcune fattispecie di licenziamenti disciplinari passa il vaglio della Commissione lavoro.
 
«Non lo condivido. È una soluzione del tutto insoddisfacente e non mi pare proprio che affronti in modo significativo il problema dei licenziamenti senza giustificato motivo. D’altra parte non ho condiviso questa impostazione sin dall’inizio, da quando era stata presentata durante la direzione del Pd e continuo a non condividerla: stiamo aggravando la precarietà».
 
La sua posizione ha perso su tutta la linea?
«Sì. D’ora in poi nessun imprenditore utilizzerà più il canale dei licenziamenti disciplinari».
 
Un alibi per licenziare?
«Si è data libertà di licenziamento. Quasi fosse quello il problema delle imprese e non la carenza di domanda o la possibilità di fare investimenti. Da più parti si sostiene la dubbia costituzionalità di un provvedimento che si scarica solo sui giovani. Vorrei che si smettesse di inseguire ricette illusorie, conservatrici e liberiste che prevedono un aumento della precarietà nell’ottica di favorire la crescita».
 
Ma nella delega entra il riferimento all’articolo 18.
«Nella delega è stato specificato in modo netto che il reintegro viene meno per i licenziamenti per motivi economici ed è quello il punto sul quale avevamo insistito. Noi chiedevamo una soluzione sul modello tedesco che tenesse dentro la possibilità di prevedere il reintegro».
 
La settimana prossima il Jobs Act sarà in aula. A quel punto che farà?
«Non credo di poterlo sostenere».
 
E se si arrivasse a un voto di fiducia? Lascerà il Pd?
«È questa impostazione che va contro i nostri principi. Non noi. Noi continueremo la battaglia da dove siamo perché il combinato disposto di Jobs Act e legge di Stabilità traccia una linea di politica economica fortemente regressiva. Si è trovata una soluzione che non condivido. E da domani voglio proprio vedere che cosa succede sul taglio delle tipologie di contratti precari. Su questo il Governo aveva annunciato l’ennesimo elemento propagandistico: il contratto unico».
 
Perché lo giudica propagandistico?
«Perché nella delega non ce n’è traccia. Poi vediamo se sugli emendamenti che abbiamo proposto alla legge di Stabilità con Civati e Cuperlo ci aperture».
 
A proposito, vi accusano di remare contro il partito.
«Noi ci siamo fatti carico di una promessa non soddisfatta che il Governo aveva fatto sugli ammortizzatori sociali. Si era promesso che avrebbero accompagnato l’entrata in vigore del Jobs Act. Poi l’esecutivo ci ha messo 0 euro, vogliamo solo rimediare».
 
Ernesto Carbone sostiene che agite come se foste fuori dal Pd.
«Nelle sedi che sono state offerte per discutere ne abbiamo discusso. Gli emendamenti sono migliorativi in termini di equità, di contrasto alla povertà, di aiuto alle piccole imprese. Vorrei che arrivassero dei commenti sul merito, non grida di lesa maestà».
 
Dunque non state cercando di smontare la legge di Stabilità?
«Respingo l’accusa: nelle nostre proposte rimane il bonus Irpef sul lavoro dipendente, resta la riduzione del cuneo fiscale. Noi chiediamo di distribuire risorse alle famiglie con figli e magari evitare di darne di più a chi ha già novantamila euro di reddito annuo».
 
È previsto un coordinamento con gli altri della minoranza Pd?
«Certo. E molto presto».
 
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