19 giugno 2017

I rischi dello stage fino a 12 mesi. Il tirocinio s’allunga e viene snaturato

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi *


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Un metodo formativo moderno o uno strumento per agevolare l’ingresso dei giovani in azienda? Da tempo si discute sulla funzione dei tirocini nel nostro Paese. Dal 2012 il numero di giovani impegnati in un percorso di stage aziendale è raddoppiato, grazie anche all’impiego dei fondi del programma europeo “Garanzia giovani”. Un segnale certamente positivo se si pensa alla esperienza pratica di tirocinio come a un passaggio chiave nella formazione integrale della persona attraverso il contatto con la realtà. Un segnale per contro preoccupante se l’apprendimento è marginale o del tutto inesistente e lo stage viene usato al solo fine di abbattere il costo del lavoro. Ma forse anche qualcosa di più di una preoccupazione se si pensa che lo stage è spesso la prima occasione di contatto col mondo del lavoro per un giovane. E non c’è peggior tradimento per un giovane che spacciare per una preziosa occasione di formazione, dopo anni di studio nozionistico e teorico, quello che è in realtà molto spesso un lavoro sottopagato.

 

È per questa ragione che sollevano più di un dubbio le nuove linee guida sui tirocini approvate a fine maggio da Governo e Regioni. Si tratta di un documento articolato che presenta aspetti positivi, come alcune indicazioni chiare e nette rispetto alle sanzioni in caso di stipula di tirocini irregolari e che non rispondono alla natura dello strumento. Ma l’elemento che colpisce e lascia perplessi è soprattutto quello di una generale liberalizzazione di percorsi di tirocinio per la durata di un anno e senza alcun collegamento sostanziale col mondo scolastico e universitario. Se infatti fino ad oggi il tirocinio di formazione e orientamento (rivolto ai giovani entro i primi 12 mesi dal conseguimento di un titolo di studio) aveva una durata massima di 6 mesi, oggi questo limite scompare e per tutte le tipologie di tirocinio si passa a un anno. In poche parole sarà possibile proporre ad un giovane neolaureato o neodiplomato un tirocinio di un anno intero ad un costo minimo di 300 euro per le imprese. Se consideriamo che spesso oggi i giovani sono costretti a svariati tirocini prima di poter firmare un vero contratto di lavoro si coglie l’enorme rischio di questa disposizione che finisce con il penalizzare uno strumento importante, per le imprese e non solo per i giovani, come l’apprendistato che, a differenza dello stage, è un vero contratto di lavoro.

 

Non servono particolari spiegazioni per capire che tutto questo potrebbe facilmente portare ad una ulteriore ostacolo alla valorizzazione dei giovani e dei loro talenti lungo percorsi che alimentano il fenomeno degli scoraggiati che hanno smesso anche di cercare una occupazione. Le nuove regole degli stage, più che indirizzate ai giovani e alle imprese che intendono investire su di loro, sembrano in realtà rispondere a una esigenza comunicativa della politica: quella di ridurre il numero di inattivi. Cosa che si può fare sul campo, con vere politiche di integrazione tra scuola e lavoro, o che si può fare anche con qualche artifizio statistico come pare avvenire nelle nuove linee guida visto che per avviare un tirocinio formativo il giovane dovrà prima iscriversi nelle “liste” di disoccupazione. Due piccioni con una fava: d’ora in poi molti giovani si iscriveranno nelle liste dei disoccupati, facendo aumentare il tasso di attività, per poi gonfiare surrettiziamente i dati sulla occupazione. I tirocinanti vengono infatti considerati occupati ai fini statistici.

 

Lo scenario è purtroppo sempre lo stesso. Quello di una politica abile negli annunci di breve respiro ma nella sostanza incapace investire sui giovani, considerando le sue risorse più formate e competenti come lavoratori di serie B. Non possiamo che sperare nella lungimiranza delle regioni, che saranno chiamate a recepire le linee guida e che potrebbero ancora mantenere il limite di 6 mesi per i tirocini formativi spingendo semmai per potenziare i tirocini dentro i percorsi scolastici e universitari e non al loro termine. Inutile del resto evocare una maggiore produttività e capacità di innovazione delle imprese senza investimenti formativi adeguati sulle persone che, come sanno i veri imprenditori, sono i veri fattori abilitanti dei nuovi processi economici.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghezz

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

*Pubblicato anche su Avvenire, 13 giugno 2017

 

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