A Renzi conviene un sindacato forte

Massimo Cacciari (L’Espresso, 4 dicembre 2013)


La situazione del Sindacato e dei suoi rapporti con il Governo emerge ormai come uno degli elementi caratteristici della crisi italiana. Delegittimare quotidianamente l’azione sindacale, denunciandone arretratezze culturali e scarsa rappresentatività, è altrettanto semplice e sbagliato che accusare Renzi di tatcherismo toutcourt.

 

Siamo al solito vizietto nostrano: la derubricazione di contraddizioni di rilievo storico a giudizi sulla qualità del personale politico. Maggiore consapevolezza non guasterebbe, da entrambe le parti.

 

Il Sindacato, in tutti i Paesi industrializzati, ma da noi ancora più radicalmente, ha dovuto affrontare nel corso dell’ultima generazione una vera e propria rivoluzione nell’assetto dell’intero rapporto sociale di produzione, di cui la riduzione drastica del peso quantitativo e del ruolo culturale e politico delle figure operaie protagoniste del ventennio ’55-’75 è il segno più clamoroso.

 

La sistematica frantumazione del mercato del lavoro crea un habitat in cui l’azione sindacale, che consiste essenzialmente nella contrattazione del valore di quella particolarissima merce che è la forza-lavoro, diviene un’impresa improba. La sua “resistenza” all’interno delle aree ancora consistenti di occupazione stabile appare perciò fisiologica. Riconoscerlo è doveroso per ogni Realpolitik, prima di formulare qualsiasi critica.

 

Certo, un sindacato meno “corporativo”, capace di organizzare efficaci reti di solidarietà per chi è “fuori mercato” o per le sue componenti più deboli, capace di azioni rivendicative per i lavoratori del terzo settore, per gli immigrati, ecc., sarebbe oggi assai più socialmente rappresentativo e politicamente autorevole.

 

Ma si rende conto, chi oggi ne denuncia le arretratezze, che un Sindacato all’altezza della rivoluzione in atto non potrebbe che essere un Sindacato “dialogante” col Governo su tutti i temi di riforma sociale? Un Sindacato inevitabilmente impegnato a passare dal “rivendicazionismo” a forme di “contrattazione sociale”? Esattamente la prospettiva che viene oggi nei fatti respinta. Contraddizione “logica”: da un lato, si denuncia la “chiusura” sindacale a difesa dell'”acquisito” (occupazione, diritti, ecc.), e dall’altro non lo si vuole a nessun livello efficace interlocutore sui grandi temi delle riforme.

 

Se Renzi meditasse con modestia sui limiti oggettivi dell’azione sindacale in questa fase del sistema capitalistico di produzione (e senza capitalismo non c’è sindacato), e se ne facesse carico in quanto leader socialdemocratico (non è cosi?), forse i rapporti cesserebbero di essere tanto conflittuali. Con benefici per tutti (ad eccezione dell’alleato “a perdere” del Nazareno).

 

E credo, inoltre, Renzi farebbe bene a meditare su un altro aspetto della dolorosa faccenda. Anche attraverso la più “conservatrice” delle sue azioni tradizionali: mai arrendersi alla riduzione del valore della forza-lavoro “in atto”, occupata (e a volte sembra quasi che ciò infastidisca i nostri nocchieri), il Sindacato persegue obbiettivamente un fine che Renzi stesso proclama di aver posto al cuore della sua strategia: un fine di uguaglianza, almeno distributiva.

 

Storicamente, non c’è lotta alla crescita delle disuguaglianze senza azione sindacale. E la crescita delle disuguaglianze è causa fondamentale della stessa crisi economica. Non insegnano questo anche economisti new age, coetanei del nostro leader? Dunque, un Sindacato forte dovrebbe essere tra gli obbiettivi dei suoi “mille giorni”. Ma un Sindacato forte è anche autonomo e dialogante su tutti i temi di riforma sociale. E a questo fine che muove Renzi nelle sue anche sacrosante critiche a conservatorismi e corporativismi? Oppure aspira a un Sindacato cinghia di trasmissione del Governo, e dunque, alla fine, ancora più impotente dell’attuale? A lui l’ardua sentenza. Giusto denunciare il corporativismo delle organizzazioni dei lavoratori. Ma svolgono un compito essenziale, oggi ancora più che in passato. Avere un interlocutore autorevole e autonomo è nell’interesse dello stesso governo.

 

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