Politically (in)correct – Referendum: siamo tornati ai tempi della Confintesa

Giuliano Cazzola


O Repubblica o il caos”. E’ questa una delle celebri frasi icastiche di Pietro Nenni, il leader socialista del dopoguerra ed uno dei padri fondatori dei nostri ordinamenti democratici. Nenni  pronunciò (o scrisse) queste parole alla vigilia del referendum istituzionale (monarchia versus repubblica) del 2 giugno 1946. Allora, nessuno avrebbe pensato che settant’anni dopo il tono ultimativo di quell’espressione sarebbe stato copiato – niente meno – che dalla Confindustria, il 1° luglio scorso, a Milano  in occasione della consueta presentazione degli ‘’Scenari economici’’.  In sostanza, secondo l’autorevole Centro Studi della Confindustria (CSC) l’antica considerazione (minaccia?) di Nenni potrebbe essere aggiornata così: ‘’O il SI nel referendum d’autunno o il caos’’.  E noi – parafrasando Marc’Antonio che commemora Cesare  – potremmo aggiungere che ‘’Bruto (il CSC, ndr) è un uomo d’onore’’. Ma diamo la parola alla relazione, limitandoci per brevità, a richiamare gli effetti economici (ampiamente argomentati)  di una eventuale vittoria del NO a cui si aggiungerebbe, a peggiorare la situazione, una fase di instabilità politica che potrebbe portare ad elezioni anticipate, senza che le leggi elettorali applicabili (al Senato si voterebbe con il Consultellum) siano in grado di assicurare la governabilità.

 

‘’L’effetto complessivo della vittoria del “No”  – sta scritto nella relazione – è stato quantificato per il triennio 2017-2019: il PIL cala dello 0,7% nel 2017 e dell’1,2% nel 2018, salendo dello 0,2% nel 2019. In totale si riduce dell’1,7%, mentre nello scenario di base sarebbe salito del 2,3%; quindi la differenza è di 4 punti percentuali. Gli investimenti scendono dell’1,6% nel 2017, del 7,0% nel 2018 e del 3,9% nel 2019, per un cumulato di -12,1%, contro un +5,6% altrimenti atteso (differenza del 16,8%). L’occupazione diminuisce complessivamente di 258mila unità, mentre altrimenti salirebbe di 319mila, con un gap di quasi 600mila unità. Il deficit pubblico sale al 4,0% del PIL già nel 2018 e il debito pubblico supera il 144% del PIL nel 2019, contro il 131,9% alternativo’’. Ma le sciagure non finiscono qui, perché – prosegue il documento – il PIL pro-capite, una misura di benessere, calerebbe di 589 euro. Ciò porterebbe a un aumento di 430mila persone in condizione di povertà. In conclusione, con la vittoria del “No” sarebbe inevitabile  – ecco la sentenza finale di condanna – una nuova recessione per l’economia italiana. Questa giungerebbe in una situazione già molto difficile, in cui una lenta risalita,dopo la profonda doppia recessione avvenuta tra il 2007 e il 2014, è iniziata da poco più di un anno e i livelli di reddito e occupazione sono ancora molto bassi rispetto alla situazione pre-crisi. Il Paese, già estremamente provato, dovrebbe fronteggiare una nuova grave emergenza economica, con inevitabili spinte verso soluzioni populistiche’’.

 

Come si può vedere si tratta di poche frasi di un’ampia pubblicazione (per completezza, sarebbe corretto leggere anche le considerazioni che stanno a monte di questi effetti). Inoltre, nelle slide che il direttore del Centro studi, Luca Paolazzi, ha usato per illustrare la relazione, l’argomento delle conseguenze del NO nel referendum è stato affrontato in appena 6-7 slide su di una settantina. Ma è successo, inevitabilmente, che l’attenzione dei media (e dell’opinione pubblica?) si concentrasse sugli aspetti di carattere politico. L’assist della Confindustria al Governo, infatti, è di notevole portata. Sul piano del metodo, innanzi tutto.

 

Occorre avere parecchi anni  di età (come chi scrive) o essere un cultore di storia contemporanea per annoverare un’altra circostanza in cui un’importante associazione imprenditoriale abbia assunto una posizione squisitamente politica e di parte (al di là delle previsioni di carattere economico) come quella del 1° luglio scorso.  Si deve andare indietro  fino al 1956  quando fu siglato un “patto tripartito” – denominato “Confintesa” – tra Confindustria, Confagricoltura e Confcommercio, che impegnava (peraltro con scarso successo) le tre confederazioni padronali, nelle amministrative del ’56 e nelle politiche del ’58, a coordinare la propria azione «per determinare negli ambienti politici un più costruttivo orientamento degli indirizzi di politica economica e sociale». In altre parole, ad appoggiare i candidati del PLI, e quei democristiani avversi all’intervento dello Stato in economia (e per contrastare l’avvento del centro-sinistra, allora alle prime e vaghe comparse all’orizzonte della politica italiana). Certo, oggi nell’organizzazione di Viale dell’Astronomia hanno un peso consistente (predominante?) le aziende (in qualche modo) pubbliche. Il che fa pensare che – sotto sotto – ci sia lo zampino del Governo in questo tanto palese endorsement.

 

Al di là, tuttavia, delle spiacevoli considerazioni di carattere politico, viene spontaneo  un ragionamento di natura economica. IL CSC si avvale certamente di un modello econometrico  tra i più affidabili e raffinati: ma non sembra convincente un’analisi tanto precisa e puntigliosa sulle conseguenze di una vittoria del NO. Ciò, per una ragione molto semplice: che non è corretto dare per scontato che la riforma Boschi produca più efficienza del sistema istituzionale e non una maggiore, ancorchè diversa, confusione di ruoli e competenze.

 

Tanti costituzionalisti di prestigio criticano la riforma proprio sul piano tecnico-giuridico e non ha senso cambiare tanto per cambiare, con il rischio di andare peggio. E poi chi ha detto che la caduta del Governo Renzi aprirebbe una fase di turbativa sui mercati ? Dipenderebbe dalla risposta delle istituzioni. Se si trovasse la forza e il coraggio di ripetere, in autunno, un’esperienza simile a quella a cui si ricorse verso la fine del  2011, la risposta degli osservatori internazionali sarebbe oltremodo positiva e confortata.

 

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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4 luglio 2016